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| Massimo Fini e la democrazia totalitaria |
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08/05/2003
Marco Baldino
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La posizione di Fini, Massimo Fini, è nota ma non del tutto chiara, almeno a me. Che a Fini non piacciano gli americani è invece senz'altro chiaro. D'altro canto questi viene esponendo, da qualche tempo, una sorta di relativismo culturale, molto american way per la verità, che dice più o meno quanto segue: non venitemi a parlare di esportazione della democrazia, è un'illusone, anzi, peggio, una vera e propria ipocrisia. Gli Stati Uniti non vogliono veramente esportare la democrazia, bensì fanno le loro guerre per interesse diretto: petrolio, business della ricostruzione, altro - così Fini. Il nocciolo dell'argomento, o meglio, quel che c'è di interessante nell'argomento di Fini, è che secondo lui la democrazia non va esportata ancor prima di stabilire se la guerra sia un mezzo giusto per raggiungere tale obiettivo. La democrazia non va esportata perché, anzitutto, non è il sistema universale, ma solo il nostro sistema; non solo non è un sistema aprioristicamente buono per tutti, ma non si può nemmeno dire che sia il più rappresentativo o il migliore. Il mondo è più variegato di quanto i guerrafondai occidentali non siano disposti ad ammettere. Ciascun popolo o, quanto meno, ciascuna civiltà, ha elaborato ed elabora i suoi sistemi di rappresentanza, i suoi sistemi di potere e di convivenza e possiede un suo orologio interno, una misura interna che gli consente di stabilire ciò che bisogna intedere per giusitizia, libertà, spirito comunitario e via dicendo. Quindi: 1) l'Occidente non ha alcun diritto di ritenersi superiore alle altre forme di civiltà; 2) non ha alcun diritto di imporre ad altri il proprio sistema; 3) se lo fa, lo fa sulla scorta di un concetto totalitario della democrazia.
Devo dire che sono perfettamente d'accordo. Del resto questa è una acquisizione tutta occidentale e particolarmente francese. Direi quasi che si tratta di un retaggio illuministico, come, di fatto, è lo strutturalismo, generatore a sua volta di tutte le posizioni relativistiche del Novecento. Sia nella forma illuministica, sia in quella strutturalistica e poststrutturalistica, nella quale particolarmente mi riconosco, il relativismo è poi migrato negli Stati Uniti dove è diventato una vera e propria visione del mondo. Tale visione del mondo è così fatta che ciò che in essa principalmente si predica è l'inconsistenza di rapporti gerarchici tra le diverse forme culturali e che i sistemi di valori che queste forme esprimono sono un compiuto sistema di civiltà. Inoltre le diverse culture, ciascuna con il suo sistema di valori o con la sua declinazione interna di questo o quel valore, sono tra loro incommensurabili, vale a dire che se io tento di introdurre nella cultura B un qualche elemento della cultura A, determino in B una catastrofe antropologica senza per questo riuscire a migliorarla o a modificarla nel senso che mi ero proposto.
La cosa curiosa è che ciò che spinge gli americani (Bush, l'attuale amministrazione, i teorici New Conservative o, come dice Alain De Benoist, il sistema militare-industriale americano - insomma, ciò che si preferisce) ad intervenire militarmente qui o lì è un ragionamento essenzialmente identico, nei suoi presupposti filosofici, a quello di Fini. E il ragionamento è più o meno il seguente: sappiamo che non ci sono culture o sistemi migliori di altri, se un popolo esprime una dittatura noi non possiamo farci niente, non possediamo uno straccio di argomento per giustificare un qualsiasi tentativo di modifcare quella situazione. Tuttavia, di fronte all'evidente aggressione da parte di frange sì estremistiche, ma indubbiamente espresse da culture e civilità opposte alla nostra, nei nostri confronti e che ci assalgono proprio in quanto siamo esattamente ciò che siamo, cioè delle democrazie capitalistiche - perché bisogna pur sapere che la democrazia è il nostro sistema tanto quanto lo è il capitalismo e che la democrazia moderna sussiste, come diceva Marx, proprio per favorire e far sopravvivere l'economia di mercato -, di fronte al loro tentativo di coinvolgere interi blocchi geopolitici in una guerra che, almeno nominalmente, assume noi, me come Fini e Bush, come nemico assolutamente mortale, bisogna divenire capaci di pensare in termini strategico-difensivi. Non si tratta di portare agli altri la nostra civiltà, ma di difenderla dalle aggressioni, anche, se necessario, attraverso una esportazione, sia pure in forma embrionale e vastamente imperfetta, del nostro sistema politico.
Se non vogliamo che la gigantesca macchina economica occidentale rinsecchisca, disseminando catastrofi qui e là, è necessario difendere questo sistema che è il nostro. Altri, beninteso, da che il modello collettivistico si è dissolto, non ce n'è. Dunque non è sulla base di un concetto onnicomprenisvo (totalitario) di democrazia che l'Occidente tenta l'esportazione del proprio modello, bensì, semmai, sulla base del più che mai relativistico concetto di guerra o scontro di civiltà. Si tratta di un laccio decisamente inaggirabile perché è difficile stabilire se sia meglio la definizione relativistica di uno scontro di civiltà che vede l'Occidente impegnarsi nel tentativo di esportare il proprio sistema, se necessario e, dove necessario, anche con la forza (per la definizione di nuovi parametri di sicurezza) o la definizione, sempre relativistica, di uno scontro di civiltà che vede l'Occidente deporre le armi di fronte ad ogni tentativo di scardinarne il sistema, e quindi rinunciare per sempre al compito di perpetuarlo.
È chiaro che di fronte a questa alternativa tutte le istanze con cui ci eravamo abitutati a pensare all'epoca della guerra fredda (equilibri internazionali, diritto internazionale, zone di influenza, Grossraum, dottrina Monroe) andranno ripensate. Ciò che non si potrà fare è invece mantenersi nell'ambiguità: continuare a credere che la democrazia, il repubblicanesimo, lo stato di diritto siano il sistema relativamente migliore e, allo stesso tempo, pensare di essere democratici, repubblicani e tolleranti con le teocrazie, i sistemi totalitari e le aggressioni terroristiche che prendono di mira noi e proprio noi. Non esiste la possibilità di dialogo fra sistemi incommensurabili, ci si può ignorare, ma non si può ignorare un'aggressione. Né va dimenticato, ovviamente, che il capitalismo è un sistema strutturalmente espansivo. Sicché o l'Occidente occidentalizzerà il mondo intero (globalizzazione) oppure sarà il non-capitalismo a decostruire l'Occidente (il dominio dell'economia) fino a ridurlo, tutto intero, al suo puro altro: il dominio della teologia.
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