Su Naria lacrime di coccodrillo

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Sono stato fra coloro che sollevarono, a suo tempo, il caso di Giuliano Naria in carcere da più di otto anni, di cui cinque scontati come pena anticipata d'una condanna poi avvenuta e tre di carcerazione preventiva per imputazioni sulle quali non è stato ancora giudicato. Spero quindi che il lettore non equivochi se dico che trovo grave e grottesca l' aggressione che uomini politiici, parlamentari, molti dei quali appartenenti ai partiti di governo, ministri hanno portato alla Corte di cassazione colpevole di «aver negato» gli arresti domiciliari a Naria. Innanzitutto perché il bersaglio è palesemente sbagliato. La Cassazione infatti giudica in linea di diritto e non di fatto e si limita a controllare la legittimità formale del provvedimento preso da un giudice di grado inferiore, in questo caso il Tribunale di Trani che aveva rifiutato gli arresti domiciliari e non poteva certo inventarsi un'illegittimità che non c'era per fare piacere a chicchessia.E, in ogni caso, non aveva, essa, il potere di concedere o di negare gli arresti domiciliari, ma semmai di rimandare gli atti al Tribunale perché motivasse meglio il suo provvedimento o lo mutasse. È penoso che il presidente ! della Corte, Mirabelli, abbia dovuto spiegare queste nozioni elementari di diritto a coloro che dovrebbero essere degli addetti ai lavori come i parlamentari o, peggio, il ministro di Grazia e Giustizia. Ma questo, in fondo, è il meno. È  il pulpito da cui viene la predica che è ipocrita ed inaccettabile. Se esiste infatti un caso Naria (e di centinaia d'altri detenuti nella sua situazione), cioè di gente forse innocente in carcere da anni senza aver ancora avuto il processo cui ha diritto e se, contemporaneamente, esiste la possibilità che delinquenti certi, magari già condannati in primo grado, escano fra pochi mesi di galera, la responsabilità è proprio d'un Parlamento che, in materia di amministrazione della giustizia, ha sempre agito in modo estemporaneo, sull'onda emozionale e politicamente gratificante d'un caso singolo o d'una situazione contingente. Così il Parlamento votò la «legge Valpreda»  perché era indecente che l'anarchico fosse da quattro anni in prigione senza processo, ma poi se la rimangiò per impedire che uscissero di galera i brigatisti rossi e, infine, sull'onda emozionale del caso «7 aprile» e del caso Tortora, ha ora dimezzato i termini della carcerazione preventiva. In tanti anni (poiché il problema dell'abnorme durata della carcerazione preventiva esiste prima di Naria, di Tortora, di Negri, degli imputati del «7 aprile» e di VaIpreda: esiste, in Italia, almeno da un quarto di secolo, solo che quando riguarda detenuti comuni, senza nome e notorietà, non interessa nessuno) il Parlamento non ha fatto l'unica cosa che doveva fare e che istituzionalmente gli compete: varare una riforma del codice di procedura penale che consentisse un sostanziale snellimento delle istruttorie e del processo, predisponendo contemporaneamente le relative risorse finanziarie. Anche un bambino infatti è in grado di capire che il problema della durata della carcerazione preventiva è indissolubilmente legato alla durata dei processi. Dimezzare, come è stato fatto, la carcerazione preventiva senza aver prima predisposto misure per abbreviare la durata dei processi è come mettere al pane il calmiere di manzoniana memoria: non risolve nulla. Da una parte infatti due, tre, sei anni di carcerazione preventiva restano troppi, un'ingiustizia intollerabile, per chi è innocente, dall'altra sono troppo pochi per chi è colpevole di reati da ergastolo. Il problema infatti non è quello di buttar fuori comunque dal carcere la gente dopo un certo numero di anni, ma di sapere al più presto, attraverso una sentenza, se chi è in galera è colpevole o innocente. Come accade in Inghilterra dove, quando c'è un imputato detenuto, le istruttorie durano in media 27 giorni per i reati di lieve entità e 33 per quelli più gravi. Londra è ad un'ora e mezzo di volo dall'Italia, modellare il nostro diritto e le nostre strutture giudiziarie su quelle anglosassoni non è certamente un'impresa impossibile solo che se ne avesse la voglia, la sensibilità, la capacità politica. Che cosa ha fatto in questi anni il Parlamento per varare una riforma organica del processo, che cosa hanno fatto i parlamentari che oggi più strillano contro la decisione della Cassazione, che cosa ha fatto il ministro Martinazzoli, che cosa hanno fatto i ministri di Grazia e Giustizia, che lo hanno preceduto, che cosa ha fatto, ora e quando era presidente della Camera, Sandro Pertini che da quella decisione si è detto «turbato ed amareggiato»?. Non hanno fatto niente. Così oggi il nostro processo è un corpus iuris caotico, contraddittorio, pieno di toppe estemporanee, zeppo di leggi cosiddette «d'emergenza», sempre più bizantino e lento, mentre la spesa prevista in bilancio per la voce giustizia resta ancorata ad un avvilente uno per cento. Ma ai nostri uomini politici piace fare le «anime belle» nei casi in cui, si tratti di Naria o di Tortora, c'è da stare sotto i riflettori, scaricando le colpe sulla magistratura rea di applicare quei codici che essi non hanno riformato o addirittura quelle leggi che essi stessi hanno votato ed approvato. Come accadde quando, ad indignarsi maggiormente per la scarcerazione di Barbone e Morandini, gli assassini di Walter Tobagi, messi fuori in base alla legge sui «pentiti», furono proprio gli uomini politici che più si erano battuti per il varo di quella legge. In questa maniera demagogica e dilettantesca, i gravissimi problemi della giustizia in Italia non saranno mai risolti e ci saranno sempre dei Naria, forse innocenti, che si spengono in carcere e degli assassini, rei, confessi e condannati, come Laus o il killer di Walter Tobagi, che ne escono impuniti. * * * Lasciato solo con il suo coraggio Martedì 25 settembre, a San Giovanni La Punta, Catania, è stato ammazzato a colpi di lupara, sotto gli occhi del figlio, Francesco Richichi, 40 anni, benzinaio. Questo Richichi era un tipo bizzarro. Rifiutava di assoggettarsi ai taglieggiamenti imposti dal racket della zona, resisteva alle minacce, alle rappresaglie, agli «avvertimenti» che fan parte del protervo rituale della mafia. Neanche un incendio al suo distributore lo aveva convinto a pagare la tangente. E un giorno d'ottobre dell'anno scorso, quando due delinquenti locali, Giovanni Venuto e Alfio Stiro, erano venuti per rapinargli l'incasso della giornata, minacciando con la pistola lui e il giovane figlio, era stato più svelto e li aveva uccisi. Da allora, sul margine della strada dove erano caduti i rapinatori, sono comparsi una croce e ogni mattina, per un lungo anno, un mazzo di fiori che non significavano pietà per i defunti, ma una precisa ed agghiacciante minaccia di morte. Nonostante ciò, la questura di Catania si è ben guardata dall'organizzare un qualsiasi servizio protettivo intorno al benzinaio e non ha avuto neanche la doverosa curiosità di andare a vedere (e ci voleva poco, bastava un appostamento) chi fosse a mettere quei fiori e che intenzioni avesse. Richichi è stato lasciato solo con il suo coraggio fino all'inevitabile conclusione. Ha detto la moglie del benzinaio: «Quando Franco ha sparato a quei due, ha firmato la sua condanna a morte. Doveva succedere, lo sapevamo. Abbiamo chiesto protezione, ma nessuno ci ha dato ascolto. E ci hanno fatto morire a poco a poco per undici mesi». La mafia non si batte solo con le retate-monstre rese possibili dalle confessioni, peraltro tutte da verificare, di Tommaso Buscetta, la mafia, poiché prima che un'organizzazione è soprattutto una mentalità, si batte soprattutto non lasciando soli ed inermi quei pochi che hanno l'enorme coraggio civile di opporsi a questa mentalità e di non piegarsi ai suoi metodi. Ma in questa società non sembra esserci più posto per l'uomo qualunque, per il singolo, per questo tutti corrono ad affiliarsi da qualche parte. Con Richichi non è stato ucciso solo un uomo coraggioso, ma un esempio che nessuno, adesso, si sentirà di imitare. * * * Italia-Camerun Dello scandalo della partita Italia-Camerun, che l'ltalia avrebbe comprato per assicurarsi il passaggio alle semifinali, non si sa se sperare che sia falso, per salvare l'onore e la dignità della nazionale italiana, che ci diede due anni fa gioie e palpiti insperati, o che sia vero per salvare l'onore e la dignità dei giornalisti che l'hanno montato. E non si sa neanche che cosa pensare. La storia recente ci ha infatti mostrato che nel mondo del calcio tutto è possibile. Ma ci ha mostrato anche che nel mondo del giornalismo tutto è possibile.

 


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