Il gioco scientifico ha distrutto il Totocalcio

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Da due anni non si registra al Totocalcio una vincita che superi il miliardo. Negli ultimi cinquanta concorsi, una volta su due sono stati pagati ai 13 meno di dieci milioni, da non comprarsi neanche la «127». Due domeniche fa i vincitori sono stati quasi trecentomila. La frase «è come azzeccare un 13 al Totocalcio», ad indicare uno straordinario colpo di fortuna, ormai non ha più senso: il 13, prima o poi, lo fanno tutti. Sono le conseguenze di una sorta di industrializzazione del vecchio Toto, con giocatori raggruppati in società cui manca d'essere quotate in Borsa, e dell'ingresso trionfale, nel gioco, della computerizzazione che consente sistemi ampi con un azzardo minimo. Il risultato è che oggi non si può più nemmeno sognare. Come sono cambiate, anche qui, le cose. Un tempo si scendeva al bar a giocare le due colonne (o, al massimo, le otto, ma dividendole con un amico) per poter fantasticare, montare castelli in aria, cullarsi, per qualche giorno, in sfrenate illusioni. In realtà, non si giocava per vincere, ma per sognare. Oggi anche la schedina è diventata una faccenda da contabili, da computisti, da computeristi, da ragionieri e, poiché un qualche dio del contrappasso esiste, anche con vincite da ragionieri. Il computer offre a tutti la possibilità della vincita e con ciò le toglie ogni significato. Questo, del resto, sembra essere il destino d'ogni cosa toccata dal progresso tecnologico: lì per lì, sembra aprire grandi orizzonti, offrire chissà che, allargare le «chance di vita», ma poi, puntualmente, si rivela illusorio come una Fata Morgana. C'è, nella tecnologia, una tendenza all'appiattimento, alla omologazione e, se vogliamo dirla tutta, alla democratizzazione che finisce per annullare i beni stessi che produce ed offre. L' automobile doveva essere uno strumento meraviglioso all'epoca in cui ce ne erano poche e D' Annunzio, facendo la Milano-Bologna sulla via Emilia in quattro ore, poteva illudersi d'essere un semidio. La stessa automobile, riprodotta in centinaia di milioni di esemplari, è un oggetto tristo, un problema ambientale, un disastro ecologico, un attentato alla salute. La casetta tranquilla al mare o ai monti è un bene che si perde nel momento che diviene generale. La velocità dei mezzi di comunicazione sembrava dover dilatare il mondo e invece l'ha ristretto, reso più piccolo e insignificante. La tecnologia non fa che seminare continuamente trappole e paradossi, ci «tantalizza» con sottili perfidie; l'acqua si dilegua nel momento in cui stiamo per poggiarvi le labbra. Del resto sono cose ormai risapute. Per questo fa sorridere il peana che Genius, la rivista della «civiltà elettronica” e della “nuova intelligenza”, appena uscita, innalza alla tecnologia e all'informatica viste come lo “strumento per liberare l'umanità dalla povertà, dalla fatica, dalla malattia, dalla paura” e per darle, una buona volta, la felicità. È da quando è in marcia la rivoluzione industriale che ci promettono che le macchine ci daranno la libertà e la felicità. Con quest'ottima scusa, i contadini vennero strappati dai campi e mandati a farsi maciullare nelle fabbriche e alla catena di montaggio. Dopo un po', quando si vide che non erano poi tanto liberi e felici, si disse che era tutta colpa della borghesia, ma che, una volta spazzata via questa e messa la tecnologia al servizio del socialismo, tutto sarebbe cambiato. Purtroppo questo non sembra essersi verificato: una catena di montaggio o un reparto «nerofumo» restano tali anche se sono socialisti e la gente, da quelle parti, non pare essere proprio contenta. Ma, niente paura, queste sono nefandezze del passato in via di estinzione, adesso, come scrive gioiosamente Giorgio Bocca, siamo entrati nell'era postindustriale e saranno il computer e l'informatica a darci la libertà e la felicità oltre a restituirci quella creatività che abbiamo perduto per strada. «L' intelligenza artificiale» scrive Genius «permette di liberare la creatività dell'uomo, produce cioè una nuova intelligenza in una reazione a catena che può migliorare la vita di tutti, può segnare un secondo Rinascimento». Può darsi. Ma sarà perché io uso quel poco di intelligenza umana che ho, ci credo poco. A dirla per intero, mi sembra che del computer e dell'informatica (almeno a livello dI home computer e di personal) non ci sia alcun bisogno tranne quello che hanno le multinazjonali del settore di farne smercio. Comunque non c'è dubbio che riusciranno ad imporci anche «l'intelligenza artificiale» così come ci impongono la centesima versione accessoriata di asciugacapelli. Questa società è maestra nel creare bisogni inesistenti. Ha bisogno del bisogno per poter restare in piedi. E chi non ci sta, come avverte minacciosamente, sempre dalle colonne di Genius, Renzo Arbore, noto pensatore contemporaneo, è un «mediocre», è un dropout, è uno che si è messo fuori della Storia. E così con l'ottimismo di Candide marciamo giocondi verso il nostro definitivo karakiri. Amen.

 


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