Siamo tutti drogati di successo

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«È  un prodotto vincente», «è uno spettacolo vincente», «è un film vincente», «è un libro vincente», «è una proposta vincente», «è un progetto vincente», «è un uomo vincente», «è una coppia vincente»,  «è vincente». Sono stilemi che, accompagnati da un luccichio di ammirazione e di desiderio negli occhi, sentiamo pronunciare sempre più spesso, un ritornello ossessivo che ci rimbomba ogni giorno nelle orecchie: chi vince ha sempre ragione. Davanti a chi vince ci si genuflette. Vincere è bello, è  lodevole, è giusto, è morale. Vincere fa bene alla salute. E chi non fa parte dei «vincenti» non esiste, forse è già morto. Il successo, in questa società, sembra essere diventato la misura di tutte le cose, materiali, estetiche, etiche. Ed è un esercizio poco più che retorico cercare di ricordare a qualcuno che il successo di una cosa non è la verità di una cosa. O almeno, non lo è sempre. Federico Nietzsche dovette pubblicare a sue spese quegli scritti che dovevano poi influenzare metà della cultura europea del '900 mentre, nel suo tempo, furoreggiavano autori di cui oggi non ricordiamo neanche il nome. La Carmen di Bizet, che attualmente alcuni saprofiti ci stanno riproponendo in tutte le salse, fu, all'esordio, un tale fiasco che il suo autore ne morì di crepacuore. Modigliani, di cui oggi basta fare una cattiva imitazione per guadagnarsi le luci della ribalta e un bel gruzzolo di quattrini, morì tisico, povero e misconosciuto sui marciapiedi di Parigi. Quando Rimbaud si spense fra atroci sofferenze all'ospedale della Conception di Marsiglia, l' Echo de Paris pubblicò una notiziola di due righe di cui non si accorse nessuno tranne un certo Rodolphe Darzens che ne chiese conferma al fratello del poeta Frederic. Il successo dei contemporanei, soprattutto nelle cose d'arte e di cultura, ma non solo in quelle, invece d'essere accolto bouche beant,  come ormai facciamo noi, dovrebbe al contrario essere guardato con un certo sospetto perché non sempre, ma spesso, c'è nei motivi di questo successo, proprio perché troppo consonante con i propri tempi, qualcosa di banale, di conformistico, di contingente e quindi di caduco. Mussolini fu un «vincente» ed ebbe successo, non per questo aveva sempre ragione. Probabilmente aveva qualche ragione, non tutte quelle che gli attribuirono i suoi contemporanei. Hitler ebbe un' enorme successo, ma non aveva ragione, come la storia ha poi dimostrato. Dovremmo porci con un po' più di distacco, con un po' più di «recul», di fronte a ciò che è «vincente», a ciò che ha successo, ma non ne siamo più capaci. I limiti di un successo siamo in grado di vederli solo quando non c'è più. Sindona, finché ha avuto successo, era il «salvatore della lira», solo dopo che è crollato è diventato il «bancarottiere di Patti». Tassan Din era un genio prima di diventare un mostro e Calvi lI più grande banchiere privato prima di diventare oggetto di derisione e di commiserazione. Ma non c'è, in questo atteggiamento, solo opportunismo, c'è che noi, tutti, siamo sinceramente ammaliati dal successo. Perche esso è l'unico, vero, autentico valore della società tecnologica e dei consumi. Intendiamoci, in tutte le epoche il successo è stato un valore, da desiderare, da inseguire, da raggiungere, i latini lo chiamavano «fama» o «gloria», ma non è mai stato l'unico né il più importante. C'era sempre stato, prima d'ora, un sijstema di valori, religiosi, etici, esistenziali e, oserei dire, naturali, che consentiva di dare un senso anche alle vite senza successo. Nell'ancien regime, per sentirsi vivi, non era necessario stare alla corte di Versailles, era sufficiente essere dentro i ritmi della natura, consapevoli delle lunagioni e delle stagioni, del ciclo vegetale seme-pianta-vita analogo alla spirale vita-morte-vita, del grande gioco a staffetta fra i giovani e i vecchi, fra una generazione e l'altra, fra i vivi e i morti. E per chi credeva, cioè quasi tutti, c'era Dio che, del resto, nell'immaginario contadino, non aveva un volto molto diverso dalla natura. Nell'Ottocento un grande amore romantico poteva valere più di qualsiasi successo. Per decenni milioni di individui sono stati sostenuti nel loro penare quotidiano dall'idea-forza di nazione, di patria, di sacrificio. Il marxismo, per mezzo secolo, ha tenuto in piedi la speranza di altri milioni di uomini. La famiglia ed i figli sono sempre stati il rifugio di chi non aveva altro. La società tecnologica e dei consumi ha via via spazzato dal mondo questi valori e l'ha riempito con degli oggetti. L 'uomo tecnologico è sempre più ciò che ha e sempre meno ciò che è, poiché non è più niente. Per questo il successo gli è necessario come l'aria che respira, perché lo conferma nella sua esistenza. Se ha successo possiede, se possiede è. Ma l'uomo tecnologico ha bisogno della conferma della sua esistenza, attraverso il successo, anche per un altro motivo, intimamente legato al primo. Nella società preindustriale, quando si viveva in piccole comunità fortemente coese (la famiglia, il villaggio), dove la vita si svolgeva davanti agli occhi di tutti e ognuno conosceva gli altri ed era dagli altri conosciuto, ciascuno sentiva di avere, per quanto piccola, una parte, un ruolo, una identità. Nello spettacolo del mondo, nella società tecnologica e di massa dove l'individuo vive anonimo fra gli anonimi, sconosciuto ed indifferente al vicino, si è privi di identità privata. Il successo è il solo modo di procurarsene una, sia pur pubblica e fittizia. Del resto che sia fittizia poco importa: in una società dove nessuno si conosce si è soltanto ciò che si appare. Ma c'è ancora un altro elemento che distingue il successo di oggi, come categoria di valore, da quello di ieri. In passato il successo non era un valore in sé, ma trovava giustificazione e alimento nel sistema di valori sottostanti e propri della società dell'epoca, I latini volevano la «fama» perché era il modo di bene meritare della patria e del genere umano. Nell'ancien regime il carisma del re era una prerogativa semidivina che il monarca aveva per il bene del popolo. Persino l'imprenditore, l'uomo «di successo» dell'era borghese,  trovava il fondamento alla sua fortuna in un'etica, quella protestante, che la trascendeva. Oggi, per la prima volta, il successo è fine a se stesso, è perfettamente autosufficiente, non si giustifica altrimenti che attraverso sé, è un valore in assoluto. Per questo, del tutto conseguentemente, un fine intellettuale di sinistra, Giampiero Mughini, ha potuto proporre di recente e in tutta serietà, la candidatura di Pippo Baudo a presidente della Repubblica italiana. Anche se altri gli preferirebbero Paolo Rossi.

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