Quelli della notte, inteso come libro, rapidamente e furbescamente messo insieme da Arbore e compagni sull'onda del successo televisivo, sta raggiungendo i vertici delle classifiche dei best seller; per settembre è previsto Sani Gesualdi, libro commissionato da Mario Spagnol, gran capo della Longanesi, a Nino Frassica, il frate Antonino della trasmissione; sempre in autunno uscirà La vita è una tromba di Massimo Catalano che, avvertono le cronache, conterrà «il meglio delle ovvietà»; già in circolazione è invece Il brodo primordiale di Riccardo Pazzaglia. E questo è solo il «filone Arbore». Poi ci sono Il manuale della Playgirl, Come sposare un miliardario, Far Salotto, News-Seconda parte di Amurri e Verde, che si vanno ad aggiungere al libro dell'attore, al libro del presentatore, al libro del cantante, al libro del principe (Michele di Grecia: Sultana), al libro del genero di Agnelli, al libro di Nino Manfredi, al libro di Sofia Loren eccetera, eccetera. L' editoria italiana sembra diventata ormai un'appendice del mondo dello spettacolo, un accessorio come le magliette di Elton John o di E. T. Il libro è finalmente, con gran giubilo degli addetti ai lavori, un puro oggetto fisico che prescinde totalmente dal suo contenuto e non è lontano il giorno in cui potrà essere fatto di pagine bianche purché confezionate e firmate da qualche imbecille di successo (realizzando così, in modo inconsapevole quanto cretino, il sogno di Mallarmé). Per questo fa sorridere Enzo Golino quando su la Repubblica, per giustificare in qualche modo questa «editoria-spazzatura», scrive che attraverso tali libri «si può ampliare l'area della lettura, creare l'abitudine all'acquisto», che è come dire che mangiar sterco crea un'abitudine alimentare. In realtà cercare di presentare l'attuale modo di pubblicar libri come una sorta di necessaria e quasi benemerita «editoria popolare», è profondamente disonesto. Ma dove sta scritto che popolare è sinonimo di volgare e di effimero, di inesistente? C'è da rabbrividire al pensiero dei balzi indietro che abbiamo fatto rispetto al secolo scorso quando il romanzo popolare, il feuilleton, era firmato da Dostoevskij, da Sue, da Chateaubriand, da Dumas, da Ponson du Terrail e quando la letteratura popolare era rappresentata da Victor Hugo, da Balzac e, perché no, da Alessandro Manzoni. Noi abbiamo invece gli Arbore, i Pazzaglia e le ricette di Sofia Loren. Gli effimeri successi di questi «best seller-spazzatura» non lasciano dietro di sé, checché ne dica Golino, nessun terreno arato e pronto ad essere fertilizzato, ma contribuiscono anzi a disorientare il potenziale lettore (che finisce per confondere il libro con qualsiasi altro gadget) cosicché tutto questo gran prostituirsi dell'editoria contemporanea non ha nemmeno il risultato che si propone e che ogni altra battona raggiunge, il far quattrini, e un giorno sì ed uno no i manager dell'industria culturale son lì a piagnucolare sulla crisi dell'editoria e sul fatto che il numero dei lettori, alla fin della fiera, è sempre lo stesso. Questi sono i risultati che si raggiungono quando si considera il libro esclusivamente come un prodotto ed il lettore, come usano ormai dire i manager di casa editrice (e, per la verità, anche quelli dei giornali), «un bersaglio da colpire». La disperata ricerca del business ha saputo trovare come unica strada, nel tentativo di raggiungere un numero sempre più alto di persone, quella dell'abbassamento continuo del livello culturale di ciò che si pubblica, in un processo che sembra non aver né fine né fondo cosicché fra non molto ci toccherà anche rimpiangere gli Arbore, i Pazzaglia e gli Amurri e Verde così come già oggi rimpiangiamo, come vette inarrivabili, i Bevilacqua. È da anni ormai che per i libri si stan seguendo metodi di approccio di tipo televisivo, ma quello che va bene (si fa per dire) per la società dell'immagine e dello spettacolo non è necessariamente altrettanto efficace con la parola scritta che, bene o male, pretende ancora un po' di attenzione e di approfondimento.Ma questi manager editoriali dovrebbero fare un esamuccio di coscienza e allora, forse, converrebbero che tali miserandi risultati son responsabilità anche loro, del loro modo di maneggiar la cultura ed il sapere, senza amore, senza passione, senza il minimo sforzo di ricerca, senza il coraggio d'un investimento sulle idee, ma seguendo le facili corsie delle mode e degli Arbore del momento, tanto che quel pochissimo di valido si è pubblicato negli ultimi vent'anni in Italia, da Satta a Morselli, lo è stato malgrado loro e contro di loro. E dovrebbero meditare sul fatto che case editrici minuscole, come Sellerio, o piccole, come Adelphi, stan bagnando loro il naso perché han uomini come Sciascia o come Foa che questa passione, questo sforzo, questo coraggio ce l'han messo. La cultura e il sapere non sono ancora proprio del tutto mestieri da funzionari e da bottegai. Far quattrini con l'editoria piaceva anche ai vecchi editori, ma gli Arnoldo Mondadori e i Valentino Bompiani, per far solo due nomi, un po' d'anima in quel che facevano ce la mettevano e questo nobilitava anche i loro errori, i loro abbagli, le loro durezze d'imprenditori. L' editoria d'oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, non merita simpatia alcuna e se va a bagno non avremo perduto nulla.