Un'inchiesta, promossa dall'Istituto di medicina sociale e preventiva dell'Università di Zurigo e sponsorizzata dalla Pharmatom, si è chiesta se gli scacchi sono uno sport. Ed ha concluso che per il 37% sono sport, per il 35% scienza e per il 28% arte (come si fa a dare una percentuale all'arte? Mah). Ha appurato inoltre che i professionisti si allenano almeno per 25 ore alla settimana, i «dilettanti» dalle otto alle undici ore. Il 16% dei giocatori presi come campione erano, al momento dell'inchiesta, sotto controllo medico e un quarto di essi attribuiva i propri disturbi, come aritmie cardiache e pesantezza di stomaco, alla attività scacchistica. Quasi tutti, comunque, accusano indisposizioni prima, durante e dopo la partita. Gli scacchi, un tempo, erano un bel gioco. A me, quand'ero ragazzo, piacevano, avevo anche una certa predisposizione (mia madre è russa e, come è noto, i russi sono fortissimi in questo gioco, cosa che si deve alla loro anima che è un intricato miscuglio di rigore matematico, di misticismo e di follia. In casa mia si favoleggiava, non so con quanta verità, che mio nonno avesse fatto «patta» col leggendario Bogoljiubov) e ci giocavo abbastanza spesso con alcuni miei amici. Ma tutto avveniva in modo dilettantesco (nel senso etimologico del termine: dilettante deriva da diletto), nessuno di noi si sarebbe mai sognato di passare le proprie ore a studiare manuali o a risolvere problemi scacchistici né certo ci facevamo venire l'ulcera da partita. Al massimo, i più assatanati frequentavano qualche «circolo degli scacchi» che più che altro era un modo per passare un paio d'ore nel silenzio e nella quiete e distendere i nervi. I nostri progressi avvenivano in modo del tutto naturale, giocando fra di noi, affinandoci a vicenda, scoprendo ogni volta con stupore le immense possibilità d'una scacchiera, le risorse di creatività e di fantasia che offre una partita. Gli scacchi mi divennero intollerabili agli inizi degli anni '70 quando, con l'incontro fra il russo Spassky e l'americano Fischer, diventarono uno «sport», cioè un business colossale, le pagine dei giornali ne furono riempite, i librai invasi da manuali, i negozi dai più inutili accessori. Da allora non ci fu imbecille che si presentasse ad una partita senza essersi letto mucchi di libri, studiato a memoria decine di varianti, di aperture, di finali ed essersi allenato per ore, maniacalmente, con un challenger. Il che non gli impediva, naturalmente, di perdere la sua partita, ma dopo aver tolto al gioco ogni guizzo di fantasia, di creatività. Da allora, i campionati mondiali di scacchi sono diventati una cosa grottesca e penosa che -come l'ultimo fra Karpov e Kasparov- si trascina per mesi e mesi fra il disinteresse generale. In compenso c'è un'equipe di medici che misura le pulsazioni dei campioni «sotto sforzo» e nell'entourage dei cosiddetti atleti ci sono psicologi, confessori, consiglieri, massaggiatori, cuochi. Non c'è niente da fare, ma è una condanna della società industriale e delle comunicazioni di massa di rovinare qualunque cosa su cui metta le mani, un po' come quel gigante della fiaba di Oscar Wilde che faceva sfiorire i giardini solo che ci mettesse piede. Essa gonfia, esaspera, droga ogni elemento della vita, poi si mette a vivisezionarlo, a classificarlo, a scomporlo, a dibatterlo, a razionalizzarlo, a quantificarlo, finché ne distrugge ogni incanto. Basta vedere cosa è successo con l'applicazione delle concezioni strutturaliste in letteratura dove i testi sono stati, appunto, vivisezionati e scomposti, si sono fatte le classifiche dei vocaboli usati dall'autore, si sono analizzate e disgregate le figure retoriche, si sono allineate le emozioni come su un banco di laboratorio, finche di un grumo di sensazioni, di suggestioni, di allucinazioni, impressioni, qual è un'opera d'arte, non è rimasto che un arido elenco di dati. Il delirio classificatorio di questa società è ormai arrivato a livelli parossistici. L 'altra sera me ne stavo beatamente in poltrona a vedere gli stupendi incontri di boxe trasmessi dall' America da «Canale 5» quando sulla tabella che riunisce i dati essenziali dei due pugili (peso, altezza, grandezza del pugno, allungo) ne è comparso uno che non riuscivo assolutamente a capire cosa fosse. Il buon Rino Tommasi ha poi spiegato che si trattava della percentuale computerizzata dei pugni messi a segno. Gli americani cioè si sono messi ad applicare alla boxe quelle «metodiche» del tennis e del basket che già han contribuito a rendere questi due sport di una noia mortale. Come se un pugno messo a segno volesse dire, di per sé, qualcosa e non dove, come e con che forza e che rabbia è stato piazzato e come è stato «sentito». In questo modo, un jab appoggiato sulla fronte dell'avversario per tenerlo lontano, può valere un diretto destro d'incontro alla mascella. Ma queste classificazioni sono cose senza senso soprattutto perché un match di pugilato è fatto di determinazione, di paura, di coraggio, di tempismo, di sudore, di sangue, è cioè uno scontro di carattere e di individui che nessun computer potrà mai cogliere. Ma questo è proprio ciò che non va giù alla mentalità pseudoscientista contemporanea che vuole a tutti i costi, e sempre, razionalizzare, quantificare, banalizzare, che tende irresistibilmente a ridurre l'emozione a dato, la vita a numero e, in definitiva, come suo supremo trionfo, l'individuo ad oggetto.