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Primo: sono stati ignorati i medici

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Se l'obiettivo della Riforma sanitaria era quello di dare l'assistenza a chi non l'aveva, bisogna dire che con le UsI è stato messo in piedi un baraccone assolutamente sproporzionato all'intento. Prima del '78 infatti gli italiani privi di assistenza erano tre milioni, cioè meno del 6 per cento della popolazione. Sarebbe bastato aggregarli tutti all'Inam ed il risultato sarebbe stato raggiunto nel più semplice dei modi senza dover ribaltare, almeno dal punto di vista normativo, l'intero sistema sanitario. Se invece l'obiettivo della Riforma era più alto, ed era cioè un obiettivo d'equità, dare a tutti un'assistenza omogenea, allora è completamente fallito. Perche, se è vero che il bel risultato della Riforma è quello di aver abbassato l'assistenza al livello più infimo dell'epoca preriforma, di avergli anzi fatto fare qualche ulteriore passo in giù, è anche vero che nell'ambito di questa generale degradazione esistono enormi differenze fra nord e sud, fra regione e regione, fra città e città e addirittura, poiché ogni Usl è una repubblica indipendente, fra abitanti di quartieri contigui. Ma l'assistenza diretta e gratuita per tutti si è risolta, sul piano dell'equità, in un boomerang anche perché ha finito per distribuire prestazioni a chi non ne aveva bisogno e per togliere qualcosa a tutti gli altri. Il principio demagogico del «tutto a tutti» impedisce infatti di operare delle scelte di priorità e così, mentre la signora benestante può fare l'ecografia gratis, mancano i soldi per investire nelle strutture essenziali. La forma dell'assistenza gratuita e diretta ha provocato un ingolfamento, fisico ed economico, di tutto il sistema sanitario perché non c'è nessun filtro, essendo stata completamente travolta, come abbiamo visto, la figura del medico di base, fra l'assistito e l'assistenza. La Riforma non ha voluto tenere conto, chissà perché, del fatto che le mutue che avevano dato i risultati migliori, sia dal punto di vista economico sia da quello della soddisfazione degli utenti, erano le mutue di categoria (artigiani, commercianti, medici, farmacisti, giornalisti), le casse-mutue aziendali (Pirelli, Sip, Montedison eccetera) e alcune mutue private che erano tutte basate sul principio di un'assistenza solo parzialmente diretta e, comunque, con una partecipazione di spesa da parte dell'assistito. La frettolosa introduzione del ticket non ha corretto nessuna di queste storture perché, come dice Loris Zaffra, sindacalista della Uil che si occupa dei problemi della Sanità, «non è stata fatta per rendere più equa l'assistenza e razionalizzarla, ma per raccattare alla svelta un po' di soldi, e quindi fuori di ogni criterio di giustizia». «Si fanno leggi “svedesi” in un Paese levantino» Conferma Roberto Anzalone, presidente del Sindacato nazionale autonomo medici italiani (Snami) e medico di base che opera alla periferia est di Milano: «Qui ci sono vecchietti ai quali le 10 mila lire del ticket costano e c'è chi è padrone di mezza Crescenzago e ha il ticket gratuito». C'è poi tutta una fascia di ceto medio, culturalizzato, che rinuncia a piè pari all'assistenza pubblica, considera ciò che paga per la Sanità come una tassa in più, e si rivolge direttamente al medico privato. Dice lo stesso Zaffra: «Confesso che non ho mai usufruito dell'assistenza pubblica. Se sto male, non sopporto di passare attraverso tutte quelle lungaggini burocratiche e poi, anche volendo, mi mancherebbe il tempo. E credo che in una città come Milano di gente che si comporta come me ce ne sia molta». Dice il professor Francesco D' Ambrosio: «La Riforma si scontra con un' ltalia che è cambiata. L 'obiettivo di garantire un'assistenza minima a tutti, poteva andare bene per gli anni '50 e '60. Non per nulla in Gran Bretagna un tipo di assistenza come questa è stato introdotto nel '45, ma poi è stato pragmaticamente adattato al mutare delle condizioni socioculturali. Noi invece abbiamo preso in blocco il sistema inglese di quarant'anni fa ed abbiamo preteso di applicarlo rigidamente nell'Italia degli anni '80 rendendo l'assistenza pubblica obbligatoria per tutti. Ma oggi, in Italia, c'è un vasto ceto medio che preferisce, o preferirebbe, garantirsi da solo e detrarre le spese sanitarie dalle tasse». Un altro obiettivo, molto strombazzato, della Riforma era quello della prevenzione. Si doveva cioè puntare a prevenire la malattia prima che a curarla. Bellissime parole che sono rimaste tali: in sei anni non si è fatto assolutamente nulla. Dice il professor Ercole Ferrario, per cinque anni assessore all'ecologia al comune di Milano: «La prevenzione era uno dei cardini della Riforma perché in Italia, a parte la normale profilassi, non si è mai fatto niente. Ma la prevenzione non si può ridurre alla profilassi, alle vaccinazioni, alle consuete regole d'igiene, è qualcosa che riguarda l'uomo nel suo insieme: dove vive, come vive, come viene educato, dove lavora, come lavora. Tra l'altro, quello della prevenzione è un discorso importante anche economicamente perché prevenire vuoi dire risparmiare. Cosa ha fatto la Riforma sul piano della prevenzione? Zero. Non si è fatto nulla neanche per l'educazione sanitaria. AI posto dell'educazione c'è la moda: “state bene se non usate i grassi ma l'olio di mais”, che è una gran buggeratura perché l'olio d'oliva fa meno male».Per quello che riguarda la prevenzione si sono fatti addirittura dei passi indietro come dice uno dei «padri» della Riforma, il democristiano Danilo Morini: «C'erano molti più igienisti, vigili sanitari ed ufficiali sanitari vent'anni fa di quanti non ce ne siano oggi». Il fatto è che la legge 833, che ha varato la Riforma sanitaria, è, insieme alla 180 che ha abolito di colpo gli ospedali psichiatrici, illudendosi con ciò di abolire anche la malattia mentale, il tipico prodotto del clima dell'«unità nazionale», (entrambe sono del '78) dell'alleanza democristiani e comunisti durante il quale Si sono latte leggi «le più avanzate del mondo», come ci si è compiaciuti di dire, dal punto di vista teorico ed ideologico, ma assolutamente al di sopra dei nostri mezzi economici e culturali. «Da noi si fanno leggi di tipo svedese in un Paese levantino», dice il professor Ercole Ferrario. Chi non vorrebbe l'abolizione dei manicomi? Ma per raderli al suolo e ridurli a «deserti di sale dove non prolifichi più la psichiatria» come voleva Basaglia ci sarebbero volute enormi risorse economiche per creare una rete di assistenza su tutto il territorio». La stessa cosa vale per la Riforma sanitaria. Chi non vorrebbe un'assistenza gratuita ed efficiente per tutti? Ma per averla bisogna avere anche i quattrini o stabilire le scale di priorità per non buttare le risorse dalla finestra. Altrimenti qualsiasi riforma si risolve in un fatto puramente verbale, nominalistico, come è avvenuto col decentramento Usi che ha finito per essere solo un dispendioso spostamento di uffici mentre le strutture sanitarie rimanevano quelle di sempre. Le leggi dell'unità nazionale, grazie al clima di demagogia unanimistica in cui sono state varate, non hanno fatto altro che accentuare un vecchio vizio italiano per il quale, per parafrasare Umberto Eco, «dire è fare», basta cioè che una cosa sia detta per ritenere che sia anche fatta, basta una legge per illudersi di cambiare le cose così come il governatore spagnolo di manzoniana memoria pensava che bastasse mettere un calmiere al prezzo del pane per por fine alla carestia. 650 mila dipendenti che cambiarono titolare Inoltre la legge della Riforma sanitaria, esattamente come quella sulla psichiatria, è stata concepita secondo l'infantile concetto sessantottesco del «tutto e subito», senza prevedere un minimo di gradualità. Ammette lo stesso Danilo Morini: «Noi ragionavamo per grandi principi, eravamo affascinati da questa cosa delle UsI e abbiamo trascurato ogni gradualismo applicativo. Contavamo sulle Regioni... e abbiamo previsto dei tempi di attuazione, un anno, un anno e mezzo, impossibili. Lo sarebbero stati per chiunque, anche per una amministrazione accentrata e notoriamente efficiente come quella francese. Basta pensare, per esempio, che cosa significavano 650 mila dipendenti, quanti sono quelli che lavorano nella Sanità, che cambiano titolare. Credo che non ci siano precedenti in Italia di un movimento di tale portata. L 'unico esempio che mi viene in mente è quello della unificazione degli eserciti preunitari. E forse non è un caso che questo esercito unificato poi perse la prima guerra in cui fu impegnato... Abbiamo combinato un bel caos, non c'è dubbio: spostare persone, con le provenienze più diverse, in un Paese tradizionalmente poco mobile come il nostro...». Ma il clima collegiale, unanimista delI'«unità nazionale» ha finito per trasmettersi anche agli istituti della Riforma col risultato di creare una situazione di generale irresponsabilità. Spiega Francesco D' Ambrosio: «Nella Sanità c'è l'espressione massima del “papocchio” dei partiti, perché non c'è nessun posto, nessun luogo, nessun istituto nel quale ci sia una distinzione netta e chiara fra maggioranza ed opposizione, in modo da poter individuare le responsabilità. Tutto annega in un clima di confusione assembleare». Un altro vizio d'origine della Riforma è di essere stata fatta senza i medici e contro i medici. Dice il professor Ferrario: «So benissimo che i miei colleghi sono tendenzialmente corporativi, conservativi, che sono per il “quieta non movere”. Però, santo Dio, non si può neanche ignorarli del tutto quando si vara una Riforma di questa portata, come invece ottusamente, arrogantemente, è stato fatto. Perche i protagonisti di qualsiasi Riforma sanitaria sono pur sempre loro: alla fin della fiera, la gente va a farsi curare dai medici, non dai politici». Dice Giuliano Sevieri, medico di base: «I medici non sono entrati nella elaborazione del progetto di Riforma. C'erano sociologi, c'erano psicologi, c'erano filosofi, c'erano sindacalisti, c'erano geometri, c'erano ragionieri, ma i medici non c'erano. I medici sono stati ignorati, sono stati considerati solo dei poveri esecutori che dovevano mandare avanti la baracca, tanto non avevano alcuna forza contrattuale perché, dietro di loro, premeva la massa dei giovani laureati disoccupati». L 'unico obiettivo che è stato centrato e che poi era l'unico che realmente interessava, come abbiamo dimostrato nella prima puntata, è stato quello di trasferire il potere dei partiti dal centro alla periferia, affidandolo ad un personale politico d'infimo ordine. Ed è stata l'indecenza e l' impresentabilità di questo personale politico, coniugate con l'arrogante voglia d'occupare ogni spazio, a far naufragare ogni possibilità di riuscita della Riforma, se mai ne aveva una, e ad inabissare tutta la vicenda delle Usi nel grottesco, nel ridicolo, nella truffa. Adesso si sente parlare di «riforma della Riforma». E, naturalmente, sono ancora i partiti a cavalcarla. Con quali intenti? I soliti. Dice il sindacalista Uil Loris Zaffra: «A parole, tutti i partiti sono favorevoli alla “riforma della Rifoma “. In realtà sono tutti lì che aspettano di vedere chi sarà a ritagliarsi la fetta più grossa della nuova torta». Sono andato al circolo Salvemini, un vecchio circolo popolare, vicino al Corvetto, alla periferia sud di Milano, perché il Partito socialista vi teneva un dibattito sulla “riforma della Riforma” La sala era stracolma di vecchi, di teste bianche. Dal tavolo della presidenza sono scese sul popolo le solite grandi parole, le solite grandi promesse, finche è andato al microfono Borella, un pensionato, un uomo grande, pesante, la faccia grossa dell'operaio milanese d'annata, ed ha detto: «Qui si sentono molte parole ma ogni volta cambia il ministro ed ogni ministro ricomincia da capo. Adesso sento addirittura parlare di “riforma della Riforma “. Dieci anni fa, per fare un'iniezione, dovevo andare in via Ripamonti, a qualche chilometro da qui, oggi devo andare ancora in via Ripamonti. Dieci anni fa questo era chiamato il quartiere del “mancatutto” ed oggi è chiamato il quartiere del “mancatutto”. Questa è la Riforma. E questa sarà la riforma della Riforma».

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