Mantova, luglio. La ricchezza di Mantova non sta a Mantova. Non si vede a Mantova. Non si produce a Mantova. La ricchezza della città, che è al primo posto per reddito prodotto (Aosta non fa testo perché, appartenendo ad una regione a statuto speciale, ha speciali agevolazioni fiscali), è sparsa nei paesi e nei paesini della provincia, a Gazoldo degli Ippolti, a Guidizzolo, a Cerasara, a Castelgoffredo, a Volta Mantovana, a Castiglione delle Stiviere, soprattutto nell' Alto Mantovano dove, su quella terra morenica, arida, ghiaiosa, disperazione di generazioni di contadini, sono venute su, da una ventina d'anni, prima lentamente, poi in modo sempre più frenetico, centinaia, migliaia di piccole e medie imprese (15 mila in tutto il Mantovano). Perché la ricchezza di Mantova, o per essere più precisi della sua provincia, è oggi in gran parte prodotta dall'industria. Se uno ha negli occhi l'immagine un po' retorica d'una campagna mantovana torpida, immobile, quale ci è stata descritta da Giovanni Nuvoletti o da Zavattini o dalle fotografie di Paul Strand, deve rifare i propri conti, perché il paesaggio è molto cambiato. Basta prendere la strada che da Mantova porta a nord, verso Castiglione delle Stiviere: officine, capannoni, autofficine, distributori di benzina, file di Tir, mobilifici, cartelli pubblicitari, case basse, moderne, brutte, che congiungono un paese all'altro senza soluzione di continuità, come nella Brianza industriale o in qualche paesaggio del Winsconsin manifatturiero. Del resto parlano le statistiche: il 42,4% del reddito è prodotto dall'industria, il 12,6 dall'agricoltura. Nel 1950 il 43,2 per cento del risparmio raccolto dalle banche mantovane era impiegato nell'agricoltura e il 9,6 nell'industria. Oggi alla stessa Banca agricola mantovana il 45,1% va all'industria, il 13,4 all'agricoltura. Il rapporto si è capovolto. Come è stato possibile questo boom industriale in una zona tradizionalmente, profondamente agricola soprattutto se si tiene presente, come dice il presidente della Camera di commercio, Cirillo Bonora, «che il fenomeno industriale mantovano è mantovanissimo, è fatto cioè da imprenditori nati qui, i Marcegaglia, i Belleli, i Cornegliani, per dire dei più grossi, senza che vi sia stato il tradizionale trasferimento di attività industriali dal triangolo economico? Nel Mantovano le industrie venute da fuori sono pochissime e quelle poche non hanno dato buona prova di se. La Montedison si «incistò» proprio a Mantova agli inizi degli anni '60 con cinquemila dipendenti, ma oggi ne ha solo 1.500, e la Fiat di Suzzara è in crisi e si dice che presto leverà le tende. Un fiuto incredibile per le macchine tessili Le ragioni del boom industriale mantovano sono molte e complesse ma tutte, o quasi, sono legate, paradossalmente, all'agricoltura, al mondo agricolo, alla cultura contadina. Spiega il ragionier Silvetti, vicedirettore della Banca agricola mantovana: «Il forte ancoraggio alla terra è ciò che ha permesso una certa tranquillità finanziaria a quei figli di contadini che hanno deciso di impegnarsi in attività diverse da quelle dei propri genitori. Tutti I'han fatto mantenendo alle spalle la propria terra e con i risparmi della terra, perché il contadino è un forte risparmiatore. L 'agricoltura ha cioè funzionato come polmone finanziario dell'industria. Un finanziamento capillare, familiare, minuto ma diffuso, che spiega anche perché quelle sorte qui sono, tranne qualche eccezione, medie, piccole e piccolissime aziende, estremamente diversificate. A ciò si aggiunga la circostanza favorevole della disponibilità di aree, soprattutto nell' Alto Mantovano, a bassissimo costo». Quello che è accaduto nella zona di Castelgoffredo, che oggi, con i suoi 524 calzifici, è la capitale italiana della calza e occupa l' 80% del mercato, è esemplificativo. Racconta Elia Gorgaini, 38 anni, titolare della G.B., Macchine e attrezzature per calzifici, un socio e tre dipendenti, la casa a far da ufficio, un miliardo di fatturato: «Castelgoffredo ha sempre avuto un'economia contadina, un'agricoltura padana, ricca. Fra gli anni '30 e '50 c'era stato qui un insediamento industriale precursore, quello della Noemi, una grossa azienda che faceva calze. Nei primi anni '50, la Noemi andò in crisi perché non si seppe adattare ad un cambiamento tecnologico che era avvenuto nel settore delle macchine per calzifici, il passaggio dal telaio al cosiddetto circolare, e fu costretta a licenziare parecchia gente. Chi dovette andarsene non si trovò però sul lastrico perché in ogni famiglia, se c'era il figlio che andava in fabbrica, ce n'era anche un altro che andava in stalla. L'ex dipendente della Noemi pensò così di utilizzare in qualche modo le capacità che aveva acquisito. Si fece prestare i soldi dai fratelli e dai genitori contadini e mise su il proprio calzificio, solo che, invece di usare il vecchio telaio, andò a comprarsi le nuove macchine circolari a Brescia. La tecnologia non fa paura a nessuno Insomma, questi qui hanno avuto il coraggio, e la possibilità, di rischiare una tecnologia nuova che una grande azienda come la Noemi non aveva osato. Così, in pochi anni, misero innanzitutto in ginocchio il loro vecchio padrone, la Noemi (che è fallita ed è stata assorbita dalla Golden Lady di Castiglione delle Stiviere che va benissimo), poi cominciarono a mandare in crisi anche la Omsa e la Bosch. È che questi hanno un fiuto incredibile, istintivo, per le macchine tessili. La tecnologia non li spaventa. «Noi oggi produciamo con macchine che viaggiano a 1.000 giri al minuto, il che vuoI dire, per esempio, che l'ago, che ha quattro movimenti, ne fa 4.000». Naturalmente c'è anche un bel po' di lavoro «nero». Soprattutto le fasi della confezione e della cucitura vengono affidate alle famiglie dove il marito e la moglie, contadini od operai che siano, ci lavorano la sera. E qui si innesta un'altra caratteristica del contadino mantovano diventato operaio: la disponibilità e l'estrema capacità di lavoro. «Lei capisce», mi dice Steno Marcegaglia, 55 anni, un impero metallurgico secondo solo alla Falck, che ha il suo centro a Gazoldo degli Ippolti «che per gente che era abituata a lavorare duro sulla terra per dodici ore al giorno, le otto della fabbrica paiono leggere, e così quando escono da qui, trovano ancora la voglia di andare a lavorare le loro dieci biolche, oppure, durante i giorni di riposo, di tirarsi su la casa con le proprie mani, tanto che molte case qui attorno sono state soprannomi nate “la domenica”». Qui c' è un sindacato che va piano, che è realista «In questo modo», dice Alberto Bottoli, vicepresidente dell' Associazione industriali, «quando, alla fine degli anni '50, l'agricoltura, in fase calante, ha cominciato a liberare molti addetti, l'imprenditore si è trovato a disposizione una manodopera sana, volonterosa, capace, abituata a lavorare». Una manodopera, oltretutto, che non ha conosciuto i terribili sradicamenti e le frustrazioni di quella che è andata a lavorare a Milano o a Torino, ma che, pur cambiando mestiere, è potuta rimanere in loco, confortata e rinfrancata dai volti, dalle cose, dalle abitudini consuete. «La conflittualità sindacale qui esiste, ma senza le acutezze, le esasperazioni, gli incarognimenti che conosco altrove», dice ancora Bottoli. Conferma Franco Sanguanini, segretario aggiunto della Camera del lavoro di Mantova, naso da pugile, grandi orecchie, volto contadino: «Qui il sindacato non è nato nel '69, non è un caso che dalle nostre parti, a San Rocco, ci sia il monumento al primo capolega d'Italia. Il nostro è un sindacato che ha origini agricole, che va piano, che è realista. Le racconterò un episodio che può darle l'idea. Qui, nel '51, a Roccoferraro, ci fu un terribile sciopero di braccianti durato cinquanta giorni. poiché non si aveva a che fare con macchine ma con mucche, e se le mucche non venivano munte morivano, i braccianti andarono dal padrone e gli dissero: “poiché le mucche non te le puoi mungere tutte te, le mungiamo lo stesso noi, ma il ricavato lo diamo ai poveri”. Ecco questo buonsenso contadino, questa consapevolezza che i beni sono comuni e che se li distruggi, danneggi te stesso, è rimasta anche quando il contadino è diventato operaio. Da noi non c'è mai stato il “gatto selvaggio” o quelle menate lì ed anche nel massimo furore del '68, qui di Lotta Continua c'erano tre professori e due maestri. Insomma, tutto sommato, il nostro è un sindacato «naturalmente riformista». Del resto, questa sostanziale cordialità di rapporti fra padroni ed operai, favorita anche dalla piccola dimensione delle aziende, la si annusa entrando in qualsiasi fabbrica del Mantovano. Sono andato al salumificio Levoni di Castellucchio, 200 dipendenti, 31 miliardi di fatturato. Uno dei titolari, Ezechiello, mi ha portato in giro per lo stabilimento. Quando siamo stati davanti ad una lunga fila di operai che, in grembiulone bianco, stavano legando i salami, mi ha indicato il capo della commissione sindacale, Vitaliano Zonta, che era anche lui lì a ruscare, come tutti gli altri. E subito Ezechiello, col suo completo blu, da manager moderno, e con i suoi occhialini d'oro e l'operaio sindacalista, imbrattato di sangue di maiale, si son messi a scherzare, a punzecchiarsi. «Come sono i padroni?», ho chiesto a Zonta in un momento in cui Ezechiello Levoni si era allontanato. «I padroni sono sempre padroni» mi ha risposto «ma questi sono migliori degli altri». È che se gratti un poco questi padroni, anche se sono di terza generazione come Ezechiello Levoni, trovi che son rimasti contadini. In fabbrica ci stanno dodici ore al giorno e tengono casa dove han la bottega. «Io, mio fratello e mio cugino, circondiamo lo stabilimento con le nostre case» mi dice Ezechiello e aggiunge «sa, gli impianti vanno giorno e notte e li dobbiamo sorvegliare». «Questo retroterra contadino ha fatto sì che qui si sviluppasse una imprenditoria non di avventura» dice Giuseppe Marchesi, direttore della Associazione industriali, «è gente che va piano, che si muove con concretezza, con prudenza, con estrema attenzione. Il contadino è abituato a seminare e a seguire ciò che ha seminato e questa mentalità è rimasta negli imprenditori mantovani». Storia del successo di un garzone di macelleria Un altro punto di forza dell'economia mantovana è la notevole integrazione fra l'industria e un'agricoltura che, pur diminuendo la sua presenza, ha una consistenza che è percentualmente doppia di quella d'ogni altra provincia lombarda. A questa forte agricoltura sono legate tutte le industrie alimentari e di trasformazione dei prodotti di base. Industrie che, in genere, hanno un'origine più antica delle altre, ma che hanno anch'esse conosciuto il loro massimo sviluppo negli ultimi anni. Ci può essere d'aiuto, anche in questo caso, a mo' di esempio, il salumificio dei fratelli Levoni. Racconta Ezechiello Levoni: «L 'azienda fu fondata da mio nonno che, ahimé, si chiamava Ezechiello, nel 1911. Il nonno aveva avuto una vita trafficata. Se n'era andato a Milano, prima come garzone di macelleria, poi da Peck, quindi s'era messo a fare il rappresentante di alimentari. Di qui l'idea di mettersi in proprio ed era tornato a Castellucchio. Il primo colpo grosso lo fece fra le due guerre quando l'Istria e l' Alto Adige divennero italiani. Lì erano abituati al salame ungherese, piccante ed affumicato, e mio nonno, che aveva lavorato da Peck, ungherese, non ebbe difficoltà ad inserirsi in quel mercato. Ancora oggi l' Alto Adige è una delle nostre migliori piazze. Ma lo sviluppo maggiore l'abbiamo avuto negli ultimi vent'anni in armonia con la crescita industriale di tutto il Mantovano. I nostri vantaggi? Innanzitutto siamo sul posto della materia prima, i maiali, e poi, ed è forse la cosa più importante, nelle nostre campagne c'è l'abitudine al salame fatto in casa, quindi gli operai sanno già quello che devono fare». Spazzole e scope vendute perfino in Giappone E in lavorazioni di questo genere l'uomo è ancora determinante. Ci sono certe cose che le macchine non possono fare. Così l'intero stabilimento di Levoni è popolato di operai col grembiule bianco da macellai ed un grande coltello in mano che serve per separare, con abilità e perizia, le varie parti del maiale. È talmente artigiano, personale, questo lavoro, che ogni operaio la sera lascia la propria batteria di coltelli in una bacheca numerata, la notte l'arrotino rifà il filo e il giorno dopo l'operaio riprende gli stessi coltelli, e non altri, perché si sono ormai modellati sulla sua mano e sul suo modo di tagliare. Ma nell'integrazione agricoltura industria ci sono anche altri passaggi, meno evidenti. Molti, per esempio, si sono stupiti che una delle più fiorenti industrie del Mantovano sia quella delle spazzole e delle scope che vengono vendute in tutto il mondo compreso il supercompetitivo Giappone. Ma la spiegazione è semplice: spazzole e scope si fanno con le setole dei maiali e se fate un salto al macello dei Levoni scoprite che una buona parte dei sofisticatissimi macchinari (il macello è quasi completamente automatizzato) è destinata alla depilazione dei maiali. Poi ci sono dei fenomeni apparentemente inspiegabili. Chi avrebbe mai pensato, per esempio, che a Castiglione delle Stiviere esiste in quattro o cinque scalcinati capannoni, una fabbrica, la Gubela, che è la seconda d'Europa nella cartellonistica stradale, che un cartello su due che si vede sulle strade d'ltalia è fatto qui, che questa ditta ha mercato in Francia, in Germania, in Belgio, il monopolio in Arabia Saudita, che sta invadendo, con i suoi cartelloni, l'Oman, il Kuwait, la Malesia? Chiedo al titolare, Giovanni Dallamano, 64 anni, viso volpino, due occhi chiari vivacissimi, una sorta di Lucchini mantovano, come siano andate le cose: «Molto semplicemente» risponde «l'idea mi venne nel '60 quando per poco a Brescia, in via Milano, non investivo un operaio che stava disegnando a mano le strisce pedonali. «È possibile, buon dio», mi dissi, «che nell'anno 1960 si facciano ancora le strisce a mano?» Così andai un po' a vedere come facevano in Germania, incontrai quello che doveva diventare il mio socio, Gubela, un tedesco, e incominciammo a fare le macchine per disegnare le strisce, quelle che lei vede ancora oggi. Poi, già che eravamo nel settore della segnaletica, passammo alla cartellonistica. Oggi abbiamo 290 operai e un fatturato di 30 miliardi». Chiedo a Dallamano quali crede siano le ragioni del suo .successo. Risponde molto onestamente: «Non dimentichiamo che questa è stata un'area depressa, per dieci anni noi non abbiamo pagato le tasse e abbiamo investito. Poi io sono prudente perché, penso sempre: "e se manca il mercato"?». Chi non ha assolutamente di questi problemi è Steno Marcegaglia. Cominciò in un garage, con un socio, a fare guide per tapparelle («Sa, erano gli anni '60 e allora le tapparelle usavano molto») e oggi ha creato in piena campagna, a Gazoldo degli Ippoliti, là dove non esisteva precedente e tradizione alcuna, un impero metallurgico che fattura 500 miliardi, ha 780 dipendenti, è il leader mondiale per il «tubo mobilio». Questo per la sola Gazoldo. Ma nel frattempo Marcegaglia ha comprato la Tubi acciaio, la Oto Mills, la Lombarda tubi, la Maraldi di Ravenna e si è imparentato con Lucchini nella Magona. Quell'industriale ha un difetto: si è ingrandito troppo Saputo che ero a Mantova per questa inchiesta, Marcegaglia mi ha telefonato dalla sua macchina blindata per convocarmi nel suo ufficio-bunker (vetri a prova di proiettile. dieci tipi di telefoni e dittafoni, un set di sei monitor dal quale controlla tutto) e farmi vedere, orgoglioso, il suo miracolo. Ma, nonostante che siano rimaste in lui alcune caratteristiche prettamente mantovane (mostrandomi la grande sala del consiglio di amministrazione mi ha detto: «Sa, è una cosa di pura parata, perché il consiglio di amministrazione della Marcegaglia spa siamo io, mia moglie e mio figlio e potremmo tenerlo anche in cucina, del resto io non ho l'aereo personale, ma lo yacht e posso investire 15 miliardi in un macchinario senza batter ciglio ma se devo spendere 30 milioni per l'automobile ci penso su due volte»), Marcegaglia è un fenomeno che va ormai molto oltre Mantova e che suscita anzi una certa qual diffidenza perché s'è ingrandito troppo, perché è uscito fuori dei confini della provincia (con stabilimenti a Ravenna e a Napoli) perché c'è in lui una certa mania di grandezza ed un pizzico di ostentazione, tutte cose che ai mantovani piacciono poco perché preferiscono far i propri traffici all'interno del loro guscio, con prudenza e senza esibizionismo. «Dia retta a me» mi ha detto un medio imprenditore «Marcegaglia è stato bravissimo, ma non è significativo della realtà mantovana, rappresenta anzi un fenomeno rischioso col suo gigantismo, perché se i suoi tubi cominciano a non marciare sono guai seri. La realtà mantovana siamo noi, medi e piccoli, con la nostra industria differenziata che produce di tutto, giocattoli, scope, spazzole, giunti cardanici, maglieria, calze, vestiti, chi- mica fine, nucleare, così se un settore va in crisi non succede niente perché a tirare rimangono gli altri».L' agricoltura più moderna d 'EuropaDi giovedì Mantova, solitamente semideserta, si anima. E' giorno di mercato granario e lattiero-caseario («Il primo d'Italia per i suini» mi dice il direttore della «sala contrattazione», Paolo Ghidorzi). Convergono allora qui da tutta la provincia, e da quelle vicine, i contadini e si vedono mani pesanti, lavorate, volti forti di vecchi, che son poi gli stessi dei Marcegaglia, dei Bottoli, dei Bonora, dei Levoni, ma più marcati, più cotti, più incisi. Si radunano nelle vie intorno alla Sala contrattazioni della Camera di commercio, ma pochi vi entrano, perché son contadini e gli piace stare all'aperto e perché l'ingresso alla Sala costa pur sempre 2.500 lire. Trattano tutto sulla parola, al massimo il sensale segna su un foglietto di carta da quaderno le quantità. Ed alla fine della giornata son miliardi che sono stati scambiati. È questa l'altra faccia del boom economico mantovano, quella agricola che ha il suo punto di forza nella zona che da Mantova scende verso il Po e lo oltrepassa, perché è una terra ricca, alluvionale che ha indici di fertilità elevatissimi che sono stati paragonati a quelli di certe zone dell'Ucraina. E una agricoltura fortemente meccanizzata. «La provincia di Mantova», dice Bonora «ha il più alto indice europeo di motorizzazione agricola rispetto agli addetti e agli ettari coltivati». Del resto basta fare un giro nella Bassa Mantovana per constatare una realtà agricola moderna molto lontana anch'essa dalle immagini zavattiniane: grandi distese di mais e di frumento, molte macchine agricole, pochi uomini, nessun animale. Il patrimonio di bestiame è infatti formato soprattutto da suini (più di un milione di capi) e i non molti bovini (il vitello rende poco) sono allevati secondo il sistema della «stabulazione» (stan chiusi cioè nelle stalle). Nelle campagne spunta un pericolo: il «Contoterzismo» Questa agricoltura ricca ha però qualche problema. Innanzitutto l'invecchiamento della popolazione contadina e il progressivo spopolamento delle campagne che han portato, tra l'altro, al fenomeno del «contoterzismo». Che cosa sia il «contoterzismo» ce lo spiega Sergio Lodigiani, vicepresidente della Banca agricola mantovana: «Succede questo: quando il contadino muore, il proprietario del terreno non lo affitta più ad un altro contadino ma chiama queste imprese, che si chiamano appunto contoterziste, che arano, seminano, raccolgono e poi se ne vanno. C'è lo stesso tipo di rapporto di quando lei chiama un'impresa di pulizie in casa sua. E chiaro che imprese del genere badano soprattutto al prodotto e se ne fregano della terra sulla quale non vivono. Inoltre scompare tutto il lavoro della stalla. Si tratta di un grosso impoverimento». Il problema dell'invecchiamento e della diminuzione della popolazione non è comunque solo della campagna. Nel 1951 gli abitanti della provincia di Mantova erano 419 mila, oggi sono 375 mila. Mantova città è passata dai 64 mila abitanti di quindici anni fa ai 58 mila di oggi. Negli anni '50 la diminuzione della popolazione era dovuta alla emigrazione verso il Pavese e verso l'hinterland milanese (a quell'epoca i mantovani erano considerati i «terroni» della Lombardia per la loro povertà), ma oggi il calo è esclusivamente demografico. «Questo aiuta anche a correggere un po' l'ottimismo dei dati che danno la provincia di Mantova come la seconda d'Italia per benessere», dice Franco Sanguanini, «in realtà il reddito pro capite è alto perché siamo pochi. A questo si aggiunge la presenza di moltissimi pensionati (alla Camera del lavoro abbiamo 21 mila pensionati su 50 mila iscritti) che contribuisce ad alzare la media». Il tasso di disoccupazione più basso della Lombardia Chiedo a Cirillo Bonora, presidente della Camera di commercio, se una delle fortune di Mantova non stia proprio qui, nell'emigrazione bracciantile degli anni '50 che ha portato altrove la mano d'opera più povera (nel '50 i braccianti iscritti alla Camera del lavoro erano 80 mila, oggi sono 3.500), nel calo demografico, nella scarsità degli abitanti, tanto che la provincia di Mantova ha il tasso di disoccupazione più basso di tutta la Lombardia (6,6% contro il 7 ,5%) e abissalmente lontano dalla media nazionale che è oltre il dieci per cento. Risponde Bonora: «Questo può accadere per periodi di transizione e può darsi che noi si stia vivendo proprio uno di questi periodi. Ma il dato in se non è confortante perché la storia economica insegna che quando una popolazione invecchia, alla lunga è destinata a decadere». Comunque sono problemi ancora lontani. Per ora la provincia di Mantova, grazie allo sviluppo dell'industria legato ad una forte agricoltura, gode di un benessere omogeneo, diffuso, capillare, generalizzato. «Grandi sacche di povertà, onestamente, non ne vedo» ammette il sindacalista Sanguanini. E questo dà all'attuale primato di Mantova un significato molto diverso da quello che aveva ai primi del secolo, nell'era giolittiana, quando, come ricorda il conte Giovanni Nuvoletti, scrittore ed erede un po' decaduto dei grandi proprietari terrieri d'un tempo, «Mantova aveva la più alta percentuale di milionari italiani». Perché dietro quei latifondisti c'era solo la miseria. Una città al riparo da droga e criminalitàE Mantova, che ruolo gioca in tutto questo? Mantova appare un po' imbalsamata nella sua monumentalità, semideserta, socialmente morta. I negozi sono normali, modesti, non fanno pensare certamente a una delle città più ricche d'ltalia. Le vecchie famiglie terriere, i Nuvoletti, i Moschino, i Castiglioni, non hanno saputo adeguarsi ai tempi e non danno più il tono alla città. I nuovi imprenditori, come s'è visto, vivono in provincia, accanto alle loro fabbriche. E del resto, imprenditori a parte, la provincia non gravita su Mantova. «La provincia non sente Mantova come capitale, come punto di riferimento» dice Emilio Fanin, capo ufficio studi della Camera di commercio. «I ragazzi e le ragazze della provincia non vengono qua. Questo anche per un retaggio storico, perché, fino a un certo periodo, era consigliabile, soprattutto per le ragazze, star lontano da questa città-fortezza piena di truppe». Ma accanto ai motivi storici ci sono quelli attuali. Mantova ha una sola discoteca e i ragazzi preferiscono andare a ballare a Viadana o a Marmirolo. Il turismo è ancora ridotto, anche per una scelta consapevole e intelligente degli stessi mantovani che non desiderano far la fine di Venezia e di Firenze. In compenso, la città è tranquillissima e stupendo è il carattere della gente, che è un carattere molto preciso che non si confonde ne col lombardo, ne col veneto, ne col romagnolo. «Giocano in questo ragioni geografiche e storiche» spiega Giovanni Nuvoletti. «Mantova ha avuto un principato, quello dei Gonzaga, che è durato quattro secoli nonostante che fosse premuto da ogni parte da potenze come la Serenissima, Milano e, in Romagna, il papato. In seguito Mantova, circondata dai suoi laghi, divenne una città-fortezza, imprendibile. Questo isolamento è continuato anche in epoca moderna quando Mantova è rimasta tagliata fuori dalle comunicazioni ferroviarie e stradali. Tutto ciò ha fatto sì che la città conservasse una sua unità di atmosfera e di carattere». Questo carattere è una gentilezza che non è servilismo, una cordialità che non è intrusiva, «sfassat» come quella dei romagnoli, una signorilità naturale che ha poco a che vedere con la rozzezza e l'impaccio lombardi. C'è anche in questo carattere molto realismo, molto equilibrio, uno spontaneo rifuggire dagli estremismi e dalle violenze. Qui, alla fine della guerra, nessuno è stato messo al muro. L' isolamento (che raggiunge punte anche grottesche, là dove Mantova, per esempio, non ha ancora una linea ferroviaria elettrificata) ha consentito alla città di tenersi lontana da alcune piaghe tipiche della società contemporanea. «A Mantova il fenomeno della droga è praticamente sconosciuto e la città è all'ultimo posto in Lombardia come criminalità, tanto che si stenta ad avere una Corte d'assise per mancanza di delitti» dice l'avvocato Sergio Genovesi, che è penalista. La sera ragazzi e ragazze dall'aria pulita, fresca, sana si concentrano in piazza delle Erbe o in piazza Sordello a fare quattro chiacchiere e a mangiare il gelato. Le donne girano sole, la sera, senz' ombra di preoccupazione. Economicamente Mantova si caratterizza per essere il collettore di ricchezze prodotte altrove. Incredibile è il numero di banche, diciassette, e di compagnie di assicurazione concentrate nel minuscolo centro cittadino. La sola Banca agricola mantovana raccoglie 2.070 miliardi di deposito. Il resto, la propensione ai risparmio, è un dato del carattere mantovano e uno dei cardini delle loro attuali fortune. Il debito è fuori della loro mentalità. «Le vendite a rate non hanno mai tirato molto qui a Mantova. Non si spende più di quello che si guadagna» dice Cirillo Bonora. «Lo vedo con i miei clienti» conferma Elia Gorgaiani, «comprano le macchine solo se hanno già i soldi in tasca. Magari poi tirano a pagare a sei mesi, ma i soldi ce li hanno già». AI denaro stanno molto attenti anche se in una forma ingentilita, educata, diversa da quella incarognita, taccagna, gretta, caricaturale, poniamo, dei genovesi. Ma ai soldi ci badano, eccome. Tutti. L' ultima sera che ero a Mantova me ne stavo, in corso Umberto, sotto i portici, davanti alla vetrina della Banca commerciale, inebetito dalla stanchezza e come ipnotizzato da un monitor che dava risultati della borsa, quando ho sentito, dietro di me, una voce, delusa, che mormorava: «Meno settecento». Mi sono voltato e ho visto un ragazzino in tuta, avrà avuto meno di dodici anni, che se ne andava via in bicicletta, dondolando la testa.