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I balordi di Nantes

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Ricordate la vicenda di Nantes, di poco più di una settimana fa, quando alcuni banditi hanno tentato di riacquistare la libertà sequestrando nientemeno che i magistrati che li stavano giudicando? Quella storia, che ha fatto per un attimo tremare la poltrona dello stesso Mitterrand, s'è conclusa, come sapete, nel migliore dei modi, gli ostaggi sono stati tutti liberati, i sequestratoti catturati. E per Robert Broussard, il superprefetto venuto da Parigi a dirigere le operazioni, è stato il trionfo: coperto di elogi, è diventato, agli occhi della gente, una specie di «Rambo francese». È  giusto perché Robert Broussard ha fatto bene il suo mestiere di poliziotto, che è un mestiere difficile. Nondimeno consentitemi di vedere tutta questa vicenda anche da un'altra angolazione. Io ho provato, lo confesso, una certa simpatia per i banditi di Nantes. La loro storia mi ha ricordato Quel pomeriggio di un giorno da cani, il bellissimo film di Sidney Lumet dove due rapinatori, sorpresi dalla polizia mentre stanno assaltando una banca, vi si rinchiudono con gli impiegati e cercano di patteggiare con le autorità una impossibile fuga. Nantes ha ripetuto il film fin nei particolari, in una maniera impressionante. Anche a Nantes il capo della banda, Courtois (come nel film AI Pacino), aveva lunghi, drammatici, disperati, teneri, surreali conciliaboli con moglie e figli, parenti fatti venire appositamente sul posto per convincerlo a desistere dalla folle impresa. Anche qui, come nel film, la vicenda si conclude all'aeroporto dove i banditi han chiesto un jet per andare non si sa dove. Perché il film di Lumet prendeva? Perché faceva vedere la storia dalla parte dei banditi (vincitori sul momento, ma predestinati alla sconfitta), le loro speranze, le loro paure, le loro miserie familiari, i loro fallimenti e tutto quanto li aveva portati a quella situazione disperata: Ed anche a Nantes, dietro le gesta di Georges Courtois e di Patrick Thiolet, dietro i loro atteggiamenti pateticamente spacconi, dietro i loro stessi cognomi, così ordinari, si intravedevano storie di poveracci, di balordi finiti al margine per una serie di circostanze, per quelli che una volta si chiamavano «gli incerti della vita». Non c'era, in questi personaggi, l'arrogante e feroce sicurezza di altri, più riveriti, sequestratori, i terroristi, i quali umiliano, torturano e, alla fine, spesso, uccidono le loro vittime con la massima noncuranza, con supremo cinismo, in nome di qualche astratta idea di giustizia. Dietro le minacce di Courtois e di Thiolet si intravedeva solo la disperazione. Né c'era, per i balordi di Nantes, il palese e sotterraneo appoggio di paesi «amici» né l'interessamento di leader politici, né le segrete simpatie dell'intellighentia internazionale. I banditi di Nantes erano soli, con il loro delitto, condannati in partenza al ludibrio generale. Il loro obiettivo era troppo personale, concreto, di basso profilo per poter essere condiviso: essi volevano solo, disperatamente, la libertà. In quanto al terzo complice, il marocchino Adbel Khalim Khalki, ha compiuto un atto ancor più bizzarro ed inconsueto in un mondo come il nostro: egli, entrando solo, pistola in pugno, nel tribunale di Nantes, si è giocato la libertà appena riconquistata per onorare un patto, quello stretto con Courtois in carcere: che il primo che fosse uscito avrebbe tentato di liberare l'altro. E Courtois e Thiolet l' han ripagato chiedendo alla fine, come unica condizione per liberare gli ultimi ostaggi, che il marocchino non fosse punito per il suo folle gesto di cameratismo criminale e venisse solo espulso dalla Francia. Insomma Courtois, Thiolet, Khalki son tre rapinatori, tre avanzi di galera che stan ben dove stanno,  tre malfattori,  però di quella malavita antica, ormai quasi scomparsa e resa patetica dal confronto con le spietatezze di quella nuova, del terrorismo, della mafia, dell'alta finanza criminale, dei «banditi in guanti gialli», che conserva ancora delle regole, dei codici, delle norme di comportamento, tanto che, anche quando tenta il colpo grosso, e assolutamente sproporzionato alle proprie possibilità, come quello di Nantes, finisce per non torcere un capello a nessuno. Ora dopo ora, Courtois e gli altri han liberato tutti gli ostaggi, prima quelli che si sentivano male, poi quelli che, nella loro ottica, c'entravano di meno, gli spettatori del processo, poi i magistrati meno importanti, infine il presidente della Corte e si sono arresi. Per questo credo che meritino qualche indulgenza, almeno sul piano umano. Per quale sorta di ipocrisia di certe vicende è lecito commuoversi se stanno in un film e non quando si presentano nella realtà? Al Pacino ed il suo complice ci facevano pena, sì o no, in Quel pomeriggio di un giorno da cani, perché non dovrebbero farcela anche Courtois, Thiolet e Abdel Khalim Khalki? Ci dovrebbe, forse, essere più simpatica l'enorme folla che s'era raccolta intorno al tribunale di Nantes con la speranza di veder correre il sangue? (E Courtois, prima di essere ricondotto in carcere, ha detto ai rappresentanti della stampa: «Voi giornalisti siete degli avvoltoi»). Eppoi, e forse soprattutto, la storia di Nantes ha il fascino delle imprese senza speranza. Cosa pensavano di poterne davvero cavare i tre banditi? Come potevano illudersi di uscirne? Chi pensavano che li avrebbe aiutati? Dove credevano di poter andare anche se fossero riusciti a mettere piede su quell'aereo? Han chiesto un salvacondotto per paesi improbabili come la Svizzera e il Marocco. In realtà, sapevano benissimo di essere per- duti in partenza. Ed io, sarò fatto male, ho un debole per gli uomini perduti. Soprattutto quando non sono che dei poveri diavoli come i tre banditi di Nantes.

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