Gallese Scalo (Viterbo ), gennaio. Camillian Demetrescu, pittore e scultore rumeno trapiantato in Italia, ha alle spalle una vita quantomeno singolare. Sessantenne, laureato all'Istituto di belle arti di Bucarest, studioso di filosofia. Demetrescu ha vissuto l'esperienza della Romania filonazista, di quella occupata dai sovietici, di quella autoccupata da Ceausescu, dello stalinismo e della destalinizzazione, Per un breve periodo, quello dell'illusorio «nuovo corso» coevo alla primavera di Praga brutalmente soffocata dai carri armati sovietici, Demetrescu fu anche segretario dell'Unione degli artisti del suo Paese. Poi fuggì rocambolescamente dalla Romania ed approdò in Italia. Fu «adottato» dal grande critico Carlo Giulio Argan, ma poi ruppe anche con lui. Deluso del mondo capitalista quanto lo era stato di quello comunista, oggi Demetrescu, dopo essere passato per le esperienze del neorealismo socialista e, per reazione, dell'astrattismo, è interprete d'un'arte spirituale, religiosa, sacra, simbolica, venata ancora da qualche elemento astratto e surreale, molto particolare nel panorama artistico contemporaneo. Oggi vive con la moglie Micaela, e due figli, a Gallese, un paese contadino ad una trentina di chilometri da Viterbo, nell'Etruria profonda. Quando gli abbiamo chiesto il perché di questa scelta ha risposto: «Ho amato sempre la vita contadina. Ma in Romania, Paese agricolo, non era possibile vivere in campagna perché si era troppo controllati mentre nella confusione della città c'era la possibilità d'essere più liberi». Nel '69, quando lasciò la Romania, lei era segretario dell'Unione degli artisti, una posizione di potere invidiabile. Che cosa la spinse, per usare una frase di circostanza, a «scegliere la libertà»? «Nel 1944, all'arrivo delle truppe sovietiche in Romania, avevo diciannove anni ed ero comunista. Un po' perché, nello spirito del marxismo mi aveva educato un mio zio e molto perché era facile odiare il nazismo. La mia generazione credette che sarebbe iniziato un periodo di democrazia e di libertà. Invece, molto presto, ci dovemmo accorgere che i sovietici non ci avevano affatto liberati ma occupati militarmente e assistemmo all'instaurazione di un regime totalitario. lo mi sganciai allora dal partito e ne sono rimasto fuori per vent'anni. A metà degli anni '60, con l'inizio del “nuovo corso”, poiché c'era bisogno di persone non compromesse con lo stalinismo e io mi ero fatto conoscere, non tanto come pittore (perché conducevo la mia ricerca artistica in modo semiclandestino nel mio studio), ma per la mia attività di critico d'arte e di pubblicista, hanno pensato a me come segretario dell'Unione degli artisti».Quando lei parla di «nuovo corso» intende dire la destalinizzazione e la parziale rottura che c'era stata fra Urss e Romania? «Sì. Anche se le due cose non sono fra di loro così strettamente legate come si crede in Occidente. Anzi, per ironia della sorte, il dissenso romeno da Mosca non nacque in chiave antistalinista, ma stalinista». Cioè?«Quando, nel '62, Kruscev fece una tournee per destalinizzare i partiti comunisti dell'Est europeo, l'unico che si rifiutò di riceverlo fu Gheorghiu Dej, il vecchio segretario del partito comunista romeno. Dej era uno stalinista incallito ed era sicuro che sarebbe stato epurato, in più era ammalato di cancro e quindi pensava di non rischiare gran che opponendosi a Kruscev. La sua fortuna fu che, subito dopo, Kruscev venne silurato. Così Dej se la cavò e la Romania si trovò in questa situazione di rottura con Mosca che fu ereditata da Ceausescu quando successe a Dej, nel '65. li bello è che anche Ceausescu era stalinista da sempre e la sua è una storia curiosa che forse è interessante raccontare». Sentiamo. «Negli anni trentotto, trentanove, Ceausescu si trovava rinchiuso nella prigione di Doftana per un delitto comune: aveva accoltellato il suo datore di lavoro. A quei tempi le prigioni romene erano miste, politici e delinquenti comuni stavano insieme. Il giovanissimo Ceausescu fu politicizzato a Doftana proprio da Dej e divenne quasi un suo attendente. Con l'arrivo dei sovietici, ebbe subito una grossa posizione di potere all'ombra di Dej. Entrò nel ristrettissimo ufficio politico e tutte le misure repressive che sono state prese durante lo stalinismo hanno avuto il suo voto. Addirittura, nel 1948, quando ci fu la nazionalizzazione delle terre e si sparò contro i contadini che non accettavano di entrare nelle cooperative di Stato, Ceausescu era ministro dell' Agricoltura. A differenza degli attuali leader politici degli altri Stati dell'Est, della Cecoslovacchia o della Polonia, che durante lo stalinismo hanno fatto anni di prigione, Ceausescu è l'unico che sia stato ininterrottamente al potere dalla fine della guerra ad oggi». Eppure è stato proprio Ceausescu a prendere ancor più le distanze da Mosca e ad iniziare in Romania il processo di destalinizzazione. «Sì. Però in Romania è successa una cosa drammatica: per non essere occupati dai russi, ci siamo occupati da noi stessi. I carri armati di Ceausescu hanno preso il posto dei carri armati sovietici che se ne erano andati. Ceausescu, dicendo continuamente “attenti, se ci muoviamo arrivano i russi”, costringeva la popolazione ad una situazione di terrore peggiore dei tempi staliniani. Certo, Ceausescu, a un certo punto, cominciò a silurare i vecchi staliniani, a cacciarli via dai servizi segreti e dalla polizia politica. Ma noi che vivevamo le cose da vicino ci accorgemmo presto che non si trattava altro che d'un regolamento di conti fra gruppi di potere. Un “nuovo corso” ci fu effettivamente soltanto l'anno dell'invasione di Praga da parte delle truppe sovietiche, ma durò pochissimo». «Partimmo di nascosto, senza salutare le nostre madri» Però lei, Demetrescu, a questo «nuovo corso» ci credette se accettò la carica di segretario dell'Unione degli artisti. «Io fui chiamato dal Comitato centrale e fui quasi costretto a rientrare nel partito. Perche ho accettato? Perche allora avevo l'illusione che operare dentro il partito potesse essere più efficace che starsene all'esterno. E io, col mio gruppo di colleghi, volevo fare qualcosa per tutti quegli artisti validi che erano sempre stati mortificati dal gruppo di potere staliniano, dare anche a loro la possibilità di esprimersi. Solo che mi accorsi subito che nemmeno questo si poteva fare». Ma qual era il grado di libertà degli artisti romeni? «Praticamente nullo. Tutti, chi più chi meno, dovevamo sottostare alle regole del neorealismo socialista. Ognuno era obbligato, almeno una volta l'anno, a deporre la sua quota di gesso, se scultore, o di crosta, se pittore, di neorealismo socialista. Che è una forma di utopia nelle arti figurative. Perche noi non dovevamo dipingere o esprimere la realtà così com'è, ma così come avrebbe dovuto essere secondo i piani del partito che non si sono mai realizzati. E quindi era una finzione, una sorta di fantarealismo. lo mi difesi, in tutti quegli anni, riducendo al minimo la mia attività pubblica d'artista e, per cercare di sfuggire a questa tremenda situazione di schiavo del cervello, ne ho intrapresa una seconda, un po' più innocua, che era quella di critico d'arte e che, come ho detto, mi ha paradossalmente portato alla carica di segretario dell'Unione degli artisti». Ma proprio durante questo incarico lei decise di fuggire dalla Romania. «Sì, quando mi resi conto che non potevo fare nulla né per me né per i miei colleghi. Inoltre c'era la polizia politica che voleva trasformarmi a tutti i costi in una spia negli ambienti diplomatici di Bucarest, perché frequentavo le ambasciate, perché conoscevo le lingue, perché, appunto, ero segretario dell'Unione. Mi hanno martellato per un anno e mezzo. In questa situazione noi sappiamo che esistono tre possibilità per uscirne: la prima è stare al gioco, e questo era inconcepibile per me; la seconda suicidarsi; la terza andare via». E quindi preparò la fuga... «Come segretario dell'Unione degli artisti potevo viaggiare. Ma neanche in una situazione di privilegio come quella era facile portare all'estero la propria moglie. Del resto io e mia moglie, che siamo sposati da più di vent'anni, non abbiamo fatto figli, scientemente, finche eravamo in Romania proprio perché allora fuggire sarebbe diventato davvero impossibile. Per un anno abbiamo preparato questa fuga. lo mi sono sganciato lentamente da tutti gli incarichi ufficiali accampando motivi di salute. Poi ho venduto tutti i miei beni, tranne quelli più visibili, perché la nostra casa doveva sembrare una casa normale. Neanche gli amici intimi dovevano accorgersi che c'era qualcosa di strano nell'aria. Dopo che avevamo venduto tutto e ci eravamo sganciati da tutto, l'ultimo giorno arriva la cartolina con il visto per l'ltalia soltanto per me, per mia moglie no. Allora feci forse il gioco più pericoloso, più audace e più fortunato della mia vita. In una giornata, senza dire nulla a mia moglie, ho provato l'impossibile, sono arrivato al vertice più alto, al ministro della Cultura, e ho inventato una grossa bugia, dicendo: io devo andare in Italia perché sto aprendo una mostra in una galleria italiana, ma le persone che finanziano questa operazione sono dei parenti di mia moglie, che io non conosco, quindi la sua presenza è assolutamente indispensabile. Quello ha preso il telefono, ha parlato col ministro dell'Interno che, per fortuna, gli era debitore di un favore personale. Così, appena tornato a casa, sento squillare il telefono: “Compagno Demetrescu, si presenti per il passaporto di sua moglie”. lo, per non destare sospetti, ho detto “non ho fretta verrò domani mattina”. E soltanto dopo che ho avuto in mano il passaporto di mia moglie le ho raccontato il pericolo che avevamo passato. Siamo andati via senza salutare nessuno, impedendo anche alle nostre mamme di accompagnarci all'aeroporto, per paura che le loro lacrime, il loro dolore potessero denunciare la nostra fuga». Una volta in Italia cosa successe? «Il governo romeno mi aveva affibbiato un incarico ufficiale in Italia, mi aveva nominato commissario per i festeggiamenti della riapertura dell' Accademia di Romania a Roma, in concomitanza con la riapertura dell'Istituto di cultura italiana a Bucarest, chiusi, entrambi, da venticinque anni. Per due settimane ho svolto impeccabilmente questo compito, poi, l'ultimo giorno, sono andato in camera mia, ho fatto le mie due valigie e sono scappato con mia moglie, senza sapere dove. Ho preso un taxi, l'autista mi ha chiesto: “Dove?”. Non lo sapevo neppur io, e ho risposto a caso: “Piazza del Popolo”. Siamo scesi in piazza del Popolo, pioveva. Ho preso un altro taxi. Dove? Città del Vaticano, tanto per dire qualcosa. A Città del Vaticano siamo scesi e lì mi sono ricordato che, proprio per quei festeggiamenti, avevo conosciuto un alto magistrato italiano, Giuseppe Fiore, che poi è diventato primo presidente della Corte di Cassazione. Gli ho telefonato, mi ha invitato a casa sua, siamo rimasti un po' di giorni ospiti dei fiore e dopo abbiamo trovato una stanzetta in periferia. Ma in Italia abbiamo avuto subito degli amici che ci hanno aiutato». «L' astrattismo è una maschera per non dire la verità» Argan, fra gli altri. «Sì, ho avuto molta fortuna, sono riuscito a far vedere ad Argan un gruppo di miei lavori. E lui, forse per dimostrare che era aperto, che non era così comunista come dicevano, mi ha dato un grosso appoggio. Grazie a lui ho aperto la mia prima mostra a Roma, poi ne ho fatte altre a Milano, sono stato invitato alla Biennale di Venezia e, sempre con l'aiuto di Argan, sono riuscito, per dieci anni, a fare mostre in Italia». Che tipo di pittura ha fatto in Italia? «I primi anni, come reazione al neorealismo socialista, mi sono buttato sull'astrattismo. Con l'andar del tempo però mi sono reso conto che l'astrattismo era diventato, per me, un comodo mascheramento per non dire la verità sull'Occidente. Vivendo qui da voi, dopo l'ebbrezza della libertà, dell'astrattismo, era infatti maturato in me un grosso interrogativo: qual è la vera condizione dell'uomo in Occidente? Perché io, prima, pensavo che il dramma si riducesse al dramma dell'uomo dell'Est ed invece ho capito che, nel mondo d'oggi, industrializzato, esiste un dramma dell'uomo tout court, viva egli all'Est o all'Ovest. Ero arrivato con la grande delusione del comunismo ed ho consumato qui un'altra grande delusione: quella del capitalismo. Il mito dell'Occidente è crollato in me rapidamente, perché è una civiltà massificante, materialistica che ha generato, con le sue ingiustizie, lo stesso comunismo».