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I due volti di Craxi

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Mi scrive il lettore Carlo Gaiero di Montenotte: «Caro Fini, la seguo da anni e apprezzo il suo lavoro anche se non sempre mi trovo d'accordo con lei... Ho notato che da qualche tempo ha intensificato i suoi attacchi al Partito socialista e a Craxi. Perché tanta asprezza? ...Eppure mi dicono che lei è stato a lungo socialista. E' vero? E un “pentito” anche lei? Mi può spiegare questo suo cambiamento di rotta? ...Devo dirle, per chiarezza, che io voto Psi da parecchie legislature proprio perché mi convince la leadership di Craxi». Caro Gaiero, mi sono iscritto al Psi nel 1969, quando essere socialista era meno facile e remunerativo di adesso, e non me ne pento affatto. Lasciai il partito nel 1979, qualche tempo dopo l'elezione di Bettino Craxi a segretario. Ma non per antipatia nei suoi confronti. Tutt'altro. Di Craxi mi era sempre piaciuto il tenace sforzo per togliere al Psi il notorio complesso di inferiorità nei confronti del Partito comunista, il tentativo di gettare alle ortiche il massimalismo vieux style alla De Martino, l'allora coraggiosa e minoritaria scelta verso una socialdemocrazia di tipo europeo, pragmatica, efficiente, finalmente libera da anacronistici e pericolosi dogmi ottocenteschi. Nel '70, quando ero un giovane cronista dell'Avanti! e il Midas era ancora di là da venire, tifavo per un'alleanza, che allora sembrava blasfema, fra la destra e la sinistra del partito, fra gli «autonomisti» e i «lombardiani» sembrandomi che esprimessero le anime migliori del Psi: quella, antica, libertaria e quella, nuova, pragmatista. Volendolo potrei quindi definirmi un craxiano ante litteram. Se lasciai il Psi fu per motivi con i quali Craxi c'entra poco. Mi resi infatti conto che non era più possibile essere giornalisti indipendenti e aderire ad un partito. Per vari motivi. Perché i partiti, in generale, si erano venuti trasformando, da strumenti di libertà quali erano nati, in un apparato totalizzante che aveva occupato la società intera, erano diventati i vari nemici della democrazia. Perché il Psi, in particolare, stava perdendo la sua antica vena libertaria e, scimmiottando il Pci, chiedeva ai suoi intellettuali, e quindi anche ai giornalisti, di essere «organici». Ma la goccia che fece traboccare il mio vaso fu nel '79, nel momento di maggior potere di Bruno Tassan Din in Rizzoli. l'occupazione dell'Europeo, dove allora lavoravo, da parte dei socialisti di Martelli. lo avrei potuto certamente sfruttare a mio vantaggio la situazione, molti altri l'avrebbero fatto. Ma la sola idea che qualcuno potesse pensarlo, mi indusse a lasciare il giornale nel quale avevo lavorato per dieci anni e ad andare ad arricchire i ranghi dei disoccupati. Quello stesso anno non rinnovai più la tessera del Psi. Questa è la mia modesta vicenda personale con il Psi di cui non avrei parlato pubblicamente, riservandole, caro Gaiero, una risposta privata, se su di essa non si innestasse una questione più generale. lo vivo oggi nei confronti del Partito socialista - e credo che sia una situazione comune a parecchi altri - un rapporto schizofrenico. Voglio dire che mi trovo nella condizione di condividere quasi tutte le scelte più propriamente politiche di questo partito e, nello stesso tempo, di provare una profonda ripugnanza per i suoi comportamenti. lo sono d'accordo con Craxi quando governa, ma mi indigna il modo in cui sottogoverna, In pochi anni il Psi è diventato uno dei più assatanati lottizzatori facendo impallidire la Democrazia cristiana. Nel Partito socialista c'è oggi - sono le statistiche a dircelo oltre che le quotidiane iniziative della magistratura - l più alto concentrato di trafficoni, di lestofanti, di ladri. Nella migliore delle ipotesi il Psi si è allineato ai livelli di corruzione della Democrazia cristiana. Ma mentre quest'ultima ha almeno l'aria di vergognarsene, il Psi sbandiera questa sua immoralità come se fosse consustanziale a un moderno modo di governare. In quanto a Craxi, è sempre stato un uomo dal carattere difficile, duro, aspro, cocciuto, figlio di una nascosta timidezza. Ma col successo il carattere difficile è diventato sospettosità generalizzata, la durezza si è mutata in arroganza, l'asprezza in disprezzo, la cocciutaggine nella pericolosa convinzione di avere sempre ragione. Ho l'impressione che questa involuzione di Craxi dipenda dal fatto che nel suo partito non c'è ormai più nessuno, a parte forse De Michelis, che abbia il coraggio di digli qualche «no», è sparita ogni forma di contraddittorio (tanto è vero che sono diventati tutti «craxiani» e adesso devono fare sforzi disperati per distinguere quelli doc da quelli fasulli). In questo modo Craxi s'è isolato. E breve è il passo dall'isolamento alla perdita del senso della realtà, cosa assai pericolosa per un politico come dimostrano anche precedenti illustri di gente che aveva «le palle quadrate» anche più di Craxi. Ma questi sono fatti suoi. A chi fa il mio mestiere corre invece, nel suo piccolo, il dovere di ricordare ogni tanto a Craxi, come a qualsiasi altro leader, ciò di cui tutti, ormai assuefatti a vivere in ginocchio, sembrano essersi dimenticati: che, in democrazia, un uomo politico è pagato per essere al servizio dei cittadini e non per mettere i cittadini al suo servizio.

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