L' onorevole Craxi ha criticato duramente i discorsi «inglesi» con cui Francesco Cossiga ha lodato il nuovo corso del partito comunista e ha invitato tutti i partiti a rinnovarsi come ha fatto il Pci. Craxi ha definito questi discorsi «ai limiti della Costituzione». Il leader del Psi ha perfettamente ragione, peccato che egli si accorga solo ora delle intemperanze costituzionali del presidente della Repubblica e sol perché, in questo caso, ritiene le sue dichiarazioni sfavorevoli al partito socialista. Sono già molte, infatti, le occasioni in cui Cossiga si è posto non ai limiti della Costituzione, ma oltre essi. Il maggio scorso, a pochi giorni dalle elezioni, il presidente della Repubblica fece un discorso contro le leghe che, come scrivemmo allora, concretava «una scorrettezza costituzionale che non ha precedenti nella storia del nostro paese». (Europeo 29/5/90), in quanto il suo intervento era diretto ad influenzare pesantemente il libero voto dei cittadini. Ma in quell'occasione i partiti, Psi in testa, plaudirono all'iniziativa del presidente della Repubblica. E proprio il giorno prima di quel discorso che tanto è dispiaciuto a Craxi, Cossiga aveva definito «criminale» il comportamento delle leghe, che è affermazione ben più pesante dell'invito rivolto al Psi, come agli altri partiti, a rinnovarsi. Eppure gli uomini politici sono stati zitti come se fosse lecito al presidente della Repubblica definire «criminali» i quasi due milioni di italiani che hanno votato le leghe e che sono colpevoli solo di perseguire, con metodo democratico, un'idea politica, come è loro garantito dall'articolo 49 della Costituzione. Ma al di là dei contenuti dei giudizi dati da Cossiga, si tratti di quelli negativi e farneticanti sulle leghe o di quelli positivi e del tutto ragionevoli sul Pci, il fatto inaccettabile è che egli li abbia espressi. La funzione principale del presidente della Repubblica è quella di rappresentare tutti i cittadini ed egli non può in alcun modo prendere partito a favore o contro una formazione politica.Questo è il nocciolo della questione. Purtroppo, non avendo fermato il presidente della Repubblica a tempo debito diventa difficile farlo adesso. Quando Cossiga fece il suo primo scivolone incostituzionale contro le leghe i rappresentanti dei partiti avrebbero dovuto insorgere dicendo: siamo d'accordo con le affermazioni del presidente della Repubblica, ma neghiamo che egli abbia il diritto di farle. Questo avrebbero dovuto fare i leader dei partiti, l'onorevole Craxi in testa, se avessero il senso del diritto e dello Stato. Ma i nostri leader politici dimostrano ogni giorno che passa di non aver alcun senso nè del diritto nè dello Stato per cui le infrazioni alla Costituzione perpetrate dal presidente della Repubblica diventano buone o cattive a seconda che siano favorevoli o sfavorevoli alla propria fazione. Questo non è un buon modo di ragionare. Così il presidente della Repubblica è diventato una specie di mina vagante e gli sono permessi comportamenti che, come ha scritto Giorgio Bocca, «in altri paesi meno morbidi, meno clericali... sarebbero da impeachment» (Espresso, 28/10/90). C'è da aggiungere però che la responsabilità di quanto sta avvenendo è solo in parte di Cossiga, ma affonda le sue radici nel settennato del suo predecessore quando, col servile, vergognoso, irresponsabile plauso non solo di tutte le forze politiche ma dell'intera stampa italiana, fu concesso a Pertini di infrangere continuamente la Costituzione. Ciò ha generato la stravagante convinzione che esista un «potere di esternazione» del presidente della Repubblica, vale a dire, come scrive Il Giorno, un suo diritto «a manifestare le proprie opinioni che, dopo la presidenza Pertini, è entrato ormai a far parte, secondo gli studiosi, della “costituzione materiale” di questo paese- (Il Giorno, 29/10/90). Sarebbe come dire che siccome Saddam Hussein ha occupato di fatto il Kuwait ne ha anche il diritto. Di fronte a tanta confusione mentale bisogna ribadire con fermezza che non esiste nessuna «costituzione materiale» e che l'unica Costituzione valida a tutti gli effetti è quella entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Non esiste quindi alcun «potere di esternazione» del presidente della Repubblica tantomeno se esercitato in disinvolte interviste rilasciate a Edimburgo piuttosto che a Glasgow. Il presidente può, come era buona abitudine di Luigi Einaudi, mandare messaggi alle Camere che mai e poi mai, comunque, potranno contenere giudizi su forze politiche operanti democraticamente nel paese. Perché il presidente della Repubblica è un arbitro dell'agone politico, non un giocatore. Ed è davvero un segno di sfascio che colui che dovrebbe essere il massimo garante della Costituzione, sia il primo a violarla. Ancora su Moro, poi, giuro, non ne parlerò più. Bettino Craxi, dall'aereo che lo portava negli Usa, mi ha definito per i giudizi che ho espresso su Moro «un giornalista ignobile che pratica un giornalismo ignobile». Evidentemente il leader del Psi pensa che l'insulto sia un argomento: in altra occasione mi aveva bollato di «letterato da strapazzo» e aveva chiamato Galli della Loggia «intellettuale dei miei stivali». Lascio volentieri al segretario del Psi la responsabilità di queste affermazioni che sono un miscuglio di scelbismo e di mussolinismo, ma che egli chiamerebbe probabilmente «decisionismo», però voglio fargli una domanda semplice semplice. Poniamo che proprio lui, Craxi, Dio non voglia, venga sequestrato domani da una organizzazione sovversiva e da quel luogo di dolore cominci a mandar fuori lettere in cui scrive che Martelli è un ambizioso mascalzone, pericoloso per il paese, che Formica è impegnato in loschi traffici, che al suo posto, nella «prigione del Popolo», ci dovrebbe essere quel furfante di De Michelis, che il partito socialista è un'associazione per delinquere epperò chiedendo, in quelle lettere, allo stesso Martelli e ai ministri socialisti di violare le leggi dello Stato che rappresentano. La domanda è: che opinione avrebbe di sè, in tal caso, l'onorevole Craxi?