Sì all'eutanasia, purché non sia un alibi contro i più deboli

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Secondo quanto riferiscono i quotidiani, la Commissione ambiente e sanità del Parlamento europeo ha votato un testo (la cui approvazione definitiva spetta peraltro all' assemblea di Strasburgo) in cui legittima l'eutanasia. In verità questo testo presenta parecchi margini di ambiguità. Recita infatti l'art. 8: «Mancando qualsiasi terapia curativa e dopo il fallimento delle cure palliative correttamente impartite, su piano tanto psicologico quanto medico, e ogni qualvolta un malato pienamente cosciente chieda, in modo insistente, che sia fatta cessare un'esistenza ormai priva per lui di qualsiasi di-gnità e un collegio di medici, costituito all'uopo, constati l'impossibilità di dispensare nuove cure specifiche, detta richiesta deve essere soddisfatta senza che, in tal modo, sia pregiudicato il rispetto della vita umana». Non è chiaro, dal testo, se i medici si debbano limitare a sospendere le cure o se possano agire attivamente accorciando artificialmente la vita del malato, per esempio con un'iniezione mortale. Perchè proprio questo è il nocciolo dell'intera questione. Solo nel secondo caso infatti si può parlare di eutanasia. Poiché però il testo fa riferimento esplicito al consenso, anzi alla richiesta, del malato, se ne può dedurre, ragionando a contrario, che la Commissione europea abbia realmente introdotto una eutanasia almeno parziale, quella che conferisce al malato il diritto di essere aiutato a morire anche con un'azione diretta e non solo con la sospensione delle cure. Altrimenti l'intero testo risulterebbe pleonastico. Non c'è dubbio infatti che il malato abbia già il diritto di rifiutare le cure, non solo quelle che lo deturpino, che lo riducano ad un povero oggetto intubato, monitorizzato, privo di dignità, che ne prolunghino inutilmente il dolore, quali sono quelle che, in genere, si applicano ai mali «terminali», cui particolarmente si riferisce il testo della Commissione, ma qualsiasi cura. Questo diritto il malato ce l' ha quando è in casa sua (se un medico mi diagnostica un cancro e mi ordina il ricovero immediato io non ho alcun obbligo di obbedirgli ma posso, come fece Jacques Brel, prendere la mia barca e andare a morire in mare), ma non si capisce perché mai dovrebbe perderlo quando entra in ospedale. E se qualche confusione si è creata a questo proposito, è solo perché le equipe mediche ospedaliere hanno preso la cattiva abitudine di considerare il malato non più come un soggetto di diritti, ma come una «cosa» su cui si può, sia pure a fini detti di bene, fare e disfare a piacimento. Del resto, per quanto riguarda l'Italia, il rifiuto delle cure è un diritto garantito dalla Costituzione («Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario«, art. 32). Se quindi il malato ha già il diritto di rifiutare le cure o di ottenere che siano sospese vuol dire che il testo della Commissione europea stabilisce qualcosa di più: stabilisce che, quando versi in determinate condizioni, quelle dette «terminali», il malato abbia diritto di chiedere ed ottenere -per usare un'espressione brutale- di essere ucciso. Se il testo della Commissione dovesse essere approvato dal Parlamento europeo, e recepito dall'Italia, verrebbe introdotta una rilevante eccezione alla norma che punisce «l'omicidio del consenziente» prevista dal nostro codice penale (artt. 579/80) sulla base della concezione che la vita non è solo un bene individuale ma anche sociale e che quindi nessuno ne può disporre, nemmeno il suo proprietario o, a maggior ragione, chi lo aiuta a sopprimersi. A me la regolamentazione data alla delicata materia dalla Commissione europea pare accettabile e convincente. Non solo perché risparmierebbe al malato atroci sofferenze che egli stesso giudica inutili e senza speranza, ma anche perché verrebbe così reintrodotto, invertendo l'attuale tendenza, il principio che la vita è innanzitutto un bene dell'individuo e solo in seconda istanza un bene sociale, principio quanto mai opportuno in un'epoca in cui la presenza dello Stato, anche nelle nostre scelte più intime, è diventata asfissiante e totalitaria. Cardine resta però il consenso del malato. Avventurarsi più in là ed ammettere anche l'omicidio per pietà, ovvero l'eutanasia in senso stretto, senza il consenso del malato o dandolo per presunto quando egli non è in grado di esprimerlo, mi sembrerebbe invece arbitrario e molto pericoloso perché potrebbe incoraggiare la tendenza ad eliminare gli handicappati, gli invalidi, i vecchi, celando. sotto il manto dell'orrore per la sofferenza, l'impazienza di liberarsi di bocche inutili e costose.

 


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