“Voglia di Re”. Così titola un suo servizio il settimanale Panorama riferendosi alle recenti manifestazioni romene in favore di Michele I, alle nostalgie zariste che emergono in Unione Sovietica, al referendum sul ritorno della monarchia cui saranno presto chiamati i bulgari. Ci si chiede però se, senza andare tanto lontano, una «voglia di Re» non cominci a serpeggiare anche in Italia dopo le deIudentissime prove che l'istituto elettivo del Presidente della Repubblica ha dato nel nostro paese. Se si esclude l'esemplare settennato di Luigi Einaudi, è stato infatti un unico disastro. Quello era un golpista, quell'altro un peronista, ladro di bolli per giunta, quell'altro ancora un ubriacone, il suo successore una macchietta, il penultimo un narcisista violento e arrogante, violatore sistematico e compiaciuto, nonché applauditissimo, di quella Costituzione di cui avrebbe dovuto essere il supremo garante. In quanto all'ultimo, i danni che vien facendo da un anno a questa parte sono ormai così tanti e gravi che anche i suoi interessati amici, dopo averlo irresponsabilmente incoraggiato, l'hanno mollato. Il prestigio dell'istituto del Presidente della Repubblica (l'unico requisito che realmente si chieda ad una carica sostanzialmente rappresentativa) è ormai caduto così in basso che si possono tranquillamente vedere impunite vignette del capo dello Stato ammanettato fra i carabinieri. Se questi devono essere i Presidenti della Repubblica italiana, i rappresentanti della Nazione, allora è meglio un Re. Del resto se i Paesi dell'Est europeo hanno l'urgenza di sbarazzarsi dell'eredità del comunismo, noi abbiamo quella di liberarci della partitocrazia, una forma meno plateale, ma per questo forse ancora più insidiosa. di totalitarismo che ci funesta da trent'anni. E un Re farebbe giusto alla bisogna. Un Re infatti non dipenderebbe dai partiti nè per essere eletto nè per lo svolgimento delle sue funzioni. Sarebbe libero. Potrebbe bacchettarli senza essere sospettato di fare cordata con questo o con quello. Potrebbe veramente lavorare a ridimensionarne lo strapotere come invece non può fare, checche ne pensi il buon Cossiga, un Presidente della Repubblica che è frutto della loro logica e dei loro equilibri o, piuttosto, equilibrismi. Un Re infine potrebbe rappresentare l'unità nazionale molto meglio di certi tipi che han fatto tutta la loro carriera all'interno di una fazione e ai quali non basta certo restituire la tessera per rifarsi una verginità che non hanno mai avuto. Il discorso è meno paradossale di quanto sembri. Qualcuno confonde ancora la monarchia con il dispotismo. Ma tutte le democrazie scandinave, per non parlare dell'Inghilterra, son lì a dimostrare che è possibile il contrario. Nè il Re ha sempre una funzione solo decorativa. In certi frangenti estremi, quando serve un'ultima istanza fuori dalla mischia, può essere molto utile. La Spagna ha potuto attuare un passaggio morbido dal franchismo alla democrazia grazie alla presenza di un Re intelligente come Juan Carlos. Certo anche con i Re e le dinastie bisogna avere fortuna. O meglio: ognuno ha i Re che si merita. Mentre, durante la guerra, Giorgio VI d'Inghilterra restava ostentatamente a Londra sotto i bombardamenti delle V2, condividendo la sorte dei suoi sudditi, Vittorio Emanuele III se ne fuggiva da Roma, insieme al maresciallo Badoglio, lasciando la capitale e l'Italia intera in balia dei tedeschi. I Savoia, passati e presenti, sono impresentabili. Vittorio Emanuele IV è uno che, per stolidità, leggerezza, arroganza, ha ucciso un ragazzo di 19 anni e di cui si può augurare il ritorno in Italia solo per infilargli quelle manette che in Francia esitano a mettergli. Ma neanche gli altri rampolli sembrano brillare per perspicacia. Si potrebbe però sempre ricorrere al ricco mercato europeo, che pullula di teste coronate in cerca di impiego, come si fa con i calciatori. In ogni caso, se proprio non si vuole arrivare a questi estremi, mi permetterei di consigliare al Parlamento di scegliere, la prossima volta, un capo dello Stato che sia fuori dalla ghenga dei partiti. Non sta scritto da nessuna parte che il Presidente della Repubblica italiana debba essere un uomo di partito. La Costituzione richiede solo che abbia almeno 50 anni e goda dei diritti civili e politici. Vittorio Gassman, per esempio, andrebbe a meraviglia. Sa le lingue, ha girato il mondo, si presenta bene. Darebbe di noi un'immagine falsa, ma, perlomeno, lusinghiera.