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C'è una nuova mafia in agguato. È quella della Tv-tribunale

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Per capire se la maratona televisiva contro la mafia, organizzata a reti unificate da Samarcanda e dal Maurizio Costanzo Show, sia servita davvero a qualcosa di utile o si sia risolta in un esercizio di retorica, di esibizionismo, di demagogia, basta rispondersi a una semplice domanda: dopo questa trasmissione, fra coloro che vi hanno partecipato, che l'hanno vista, che hanno acceso le luci di casa su sollecitazione dei conduttori, secondo una moda lanciata da Celentano, si troverà, da domani, anche una sola persona in più disposta, qualora le capitasse l'occasione concreta, a fare il proprio dovere di cittadino e a rendere testimonianza davanti al magistrato? La risposta, per mio conto, è no. Quella di giovedì scorso è infatti la tipica operazione di rassicurazione collettiva cui si partecipa per fare le anime belle e poter dire a se stessi e agli altri guanto si è bravi, puliti, coraggiosi e, in fondo, eroi. Ma questo è un modo troppo facile e troppo comodo di fare gli eroi, quando non c'è nulla da perdere e da rischiare personalmente. Son buoni tutti a fare gli eroi così. Tanto è vero che l'altra sera c'è stato un pigia pigia per mostrare quanto si è capaci a fare gli eroi. In un certo senso l'adunata elettronica organizzata da Santoro e Costanzo si apparenta a quei megaconcerti rock, tipo Human Rights Now!, dove i giovani credono di lavarsi la coscienza perché vanno a strillare per i propri cantanti preferiti sotto la bandiera dei «diritti umani». O, forse, il paragone più calzante è con quelle manifestazioni che, durante gli anni di piombo, i partiti e i sindacati organizzavano dopo i più impressionanti delitti delle Brigate rosse. Anche allora, come giovedì, si vibrava di indignazioni e di coraggi collettivi, peccato che poi, al momento del dunque, non si sia mai trovato nessun cittadino che osasse opporsi alle imprese dei terroristi. Ha scritto Giovanni Falcone: «La mafia è un fatto troppo serio per essere trattata in modo poco serio»(La Stampa, 28/9). E il giudice Giuseppe di Lello, uno che la mafia l'ha combattuta per anni sul campo, rischiando la pelle, ha detto: «Un bellissimo spettacolo. Fuochi pirotecnici. Magliette bruciate. E folclore vario. Mi sono divertito. Credo che anche i mafiosi si siano divertiti. Mi dispiace solo per il coinvolgimento di tante persone che dalla mafia hanno ricevuto tragedie». Anche della mafia si è voluto, alla fine, fare spettacolo. Ma questo non serve a niente e a nessuno salvo che all'audience. Lo ha ammesso lo stesso Maurizio Costanzo il quale, tutto gongolante, ha confessato candidamente che il presidente della Fininvest, Berlusconi, «mi è sembrato sinceramente soddisfatto anche per il record storico segnato “in casa” : la rete non aveva mai toccato questi ascolti...» (la Repubblica. 28/9). Sarò fuori dai tempi ma trovo qualcosa di indecente in questi sponsali fra lo show-business e una tragedia come quella della mafia. Ma c'è anche qualcosa di più e di peggio. I Santoro, i Costanzo, gli Augias. i Ferrara, e tutti quelli che fanno un certo tipo di televisione, credono realmente -e a ragione- di essere diventati il nuovo Potere in Italia. Essi pensano che spetti alla Tv, cioè a loro, sostituirsi alla magistratura e alla polizia, istituire tribunali speciali, emettere giudizi sommari, discernere i buoni dai cattivi. Ma questo non è il compito della Tv e dei mass-media in generale. La Tv, come tutti gli altri. deve fare inchieste puntuali, precise, documentate. non costituirsi in un supertribunale elettronico dove si dà la stura a tutti i dilettantismi, a cominciare da quello dei conduttori che giudicano sollecitando e pilotando la facile emotività popolare. Ed invece, giovedì sera, alla strada maestra, ma difficile, della denuncia documentata si è preferita la via breve ma tanto più remunerativa dello spettacolo. I Santoro e i Costanzo non si sono fatti, come forse credono, paladini dell'antimafia, ma della propria immagine e dell'immenso ed irresponsabile potere che stanno accumulando grazie alla enorme penetratività del mezzo che hanno a disposizione. Io non appartengo nè a mafia, nè a lobbies, nè a clan, nè a partiti, né ad alcuna delle tante P2 che si sono via via costituite in questo paese, ma tremo all'idea di poter essere un giorno giudicato, invece che da un tribunale della Repubblica italiana, per quanto sgangherata essa sia, dalla società dello spettacolo dei Maurizio Costanzo e dei Michele Santoro. E ho proprio l'impressione che, oltre che alla mafia, dovremo fare presto la lotta anche alla Tv.

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