Ricorrono i venticinque anni dell'alluvione di Firenze e molti giornali ricordano i ragazzi che, in quei giorni, accorsero in migliaia, dall'Italia e da tutta Europa, per salvare i libri e le opere d'arte dalla melma. Quei ragazzi, che per la loro abnegazione furono chiamati gli «angeli del fango», saranno, in grandissima parte, gli stessi che solo due anni dopo scateneranno, in Francia, in Germania, in Italia il Sessantotto. Come mai gli «angeli» del '66 diventarono i «demoni» del 68? La generazione che aveva vent'anni a metà dei Sessanta, alla quale anch'io appartengo, è la prima che si affaccia alI'«età della ragione» quando alcuni grandi valori collettivi, come Dio e patria, sono appena crollati o sono vissuti dagli adulti in modo così formalista e ipocrita da essere diventati caricaturali. In questo deserto noi ragazzi della piccola e media borghesia (che son poi quelli che accorsero a Firenze e che fecero il '68), lontani ancora dalla politica, che i nostri genitori bollavano come «una cosa sporca», ripiegammo su una filosofia laica e individualista della vita secondo la quale ciascuno era responsabile delle proprie scelte solo di fronte a se stesso. Parlavano in noi gli esistenzialisti francesi, Sartre e Camus su tutti molto in voga in quegli anni, e il Kerouac di On the road. Molti di noi si riconoscevano nel movimento hippy la cui regola di base, e in fondo unica, era che «ognuno è libero di fare ciò che vuole nella misura in cui non nuoce agli altri». Eravamo pacifici, non violenti, pensavamo all'uomo come al volterriano «cittadino del mondo», senza distinzione di nazione e di razza. Non contestavamo sul serio l'unica autorità credibile rimasta su piazza, quella dei genitori, chiedevamo solo un po' più di libertà personale, che ci pareva ci spettasse, e i nostri atti di ingenuo ribellismo -i capelli lunghi, una certa voluta trasandatezza, le festicciole a luci spente dove non accadeva mai nulla- erano solo un segnale lanciato ai nostri padri perché si rendessero conto di questa esigenza. Eravamo insomma dei bravi ragazzi. Ma ci mancava l'occasione per dimostrarlo. Questa occasione fu Firenze. Andare a Firenze, a dare una mano, fu sentito da tutti noi come un dovere inderogabile, in modo istintivo ed immediato. Potevamo anche permettercelo: eravamo infatti i figli del boom, del primo benessere e potevamo spendere un paio di mesi della nostra vita a fondo perduto. Accorremmo dunque a Firenze perché eravamo dei bravi ragazzi. Accorremmo a Firenze perché, checché ne dicessimo, volevamo meritare la stima dei nostri genitori. Accorremmo a Firenze perché, studenti, credevamo alla cultura ed eravamo lontanissimi dal pensare che fosse uno «strumento dei padroni». Accorremmo a Firenze perché era uno sfogo agli slanci ideali che ogni giovane generazione porta con sè e che noi non avevamo avuto ancora modo di manifestare. Perchè, allora, tanta differenza fra il '66 e il '68, così duro nella contestazione al mondo adulto, così violento? Perche nel '68 qualcosa era cambiato nel nostro animo. Ed era stata la borghesia a farci cambiare a poco a poco, a toglierci molte illusioni, mostrando dietro la facciata perbenista e baciapile, una totale intolleranza, una ipocrisia dedita alla violenza. Quei giovani pacifici e sognatori del pre '68 furono infatti manganellati, ad ogni buona occasione, dalle Polizie di tutta Europa: perché portavano i capelli lunghi, perché vestivano in modo strano, perché erano trasandati. E i giornali della borghesia plaudivano, soddisfatti e incoraggianti. Chi non ricorda, per esempio, i trionfanti titoli del Corriere della Sera «Repulisti a Brera», quasi si trattasse di cimici, ogni volta che, una settimana sì e una no, i poliziotti facevano irruzione in quel quartiere per bastonare, portare in questura, perquisire, ispezionare ragazzi che non avevano, nella sostanza, altra colpa che di farsi i fatti propri? Questa era la risposta che veniva data alla nostra esigenza di un poco di libertà in più sul piano d'un costume che stava comunque cambiando. Fu la borghesia, con la sua ottusità, a prepararsi il '68. Fu la borghesia a trasformare i ribelli individualisti, romantici e idealisti che noi ragazzi eravamo negli pseudorivoluzionari, violenti, cinici, sostanzialmente ipocriti e conformisti che furono poi, nella stragrande maggioranza, i «sessantottini». Fu la borghesia, con le sue manganellate e la sua intolleranza prima, col suo opportunistico calare le brache poi, quando la violenza c'era davvero e ci sarebbe voluta fermezza, a modellarci, alla fine, a sua immagine e somiglianza. Nessuno potrà mai dire che non se lo sia ampiamente meritato.