Il fatto che la Germania non partecipi direttamente alla guerra del Golfo, limitandosi a finanziarla robustamente (12 mila miliardi di lire), ha suscitato irritazione e sarcasmo in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti, in Israele. «Troppo grassi ormai per essere ancora dei combattenti»; «Troppo egoisti per riconoscere la solidarietà»; «Troppo cinici per commuoversi»; «Vorrebbero far credere di essere un prolungamento della Svizzera». Questi sono i giudizi più benevoli espressi, nelle scorse settimane, a Washington, a Parigi, a Londra. Quanto agli israeliani non è bastato il cospicuo assegno che il ministro degli Esteri tedesco, Genscher, ha portato a Tel Aviv per sopire i malumori nei confronti di una Germania che, oltre ad aver fornito armi chimiche a Saddam (ma a impinguare l'arsenale del dittatore iracheno hanno contribuito più o meno, tutti), si è defilata dal conflitto. Nella stessa Germania lo Spiegel si è chiesto se i tedeschi non siano per caso degli imboscati. Insomma quelli che sono stati, nell'ultimo secolo e mezzo, i migliori combattenti del mondo sarebbero diventati dei vigliacchi. È curioso che questi rimproveri alla Germania vengano da paesi, come la Gran Bretagna e la Francia, che hanno fatto di tutto per impedirne la riunificazione proprio nel timore di un ritorno del bellicismo tedesco. Quando la riunificazione si è affacciata come possibilità concreta Gran Bretagna e Francia si sono di fatto allineate con l'Unione Sovietica di Gorbaciov nel sostenere cinicamente che «ciò che si è formato storicamente è meglio lasciarlo alla storia» (Gorbaciov, Perestrojka. Edizioni Mondadori) e cioè che gli Stati tedeschi erano due e tali dovevano rimanere. Non più tardi di sei mesi fa il ministro britannico dell'industria, Nicholas Ridley, paventando l'unificazione, paragonava Kohl ad Hitler e il rabbino capo di Londra. in preda allo stesso timore, dichiarava che «il demone antisemita è in agguato». Singolare è anche che a sferzare il non interventismo del proprio paese sia un giornale di sinistra come lo Spiegel che, fino a ieri, sbandierava un pacifismo a rutto tondo (evidentemente la malafede delle sinistre non è una prerogativa italiana). Ma ancor più singolare è l'atteggiamento degli Stati Uniti. Non sono stati proprio gli Usa a imporre alla Germania, dopo la guerra, una Costituzione che autorizza l'impiego delle forze armate tedesche esclusivamente per la difesa del territorio nazionale? In quanto ai francesi si avverte nel loro sarcasmo la maligna soddisfazione di prendersi una rivincita nei confronti di un esercito che nel 1940 li ridicolizzò, insieme alla loro Maginot e alle loro pretese di grandeur, arrivando a Parigi in sole tre settimane, molto meno di quanto adesso, nel Golfo, la più potente macchina bellica di tutti i tempi ci stia mettendo per ridurre alla ragione il trucido, ma militarmente comico, Irak di Saddam Hussein. Del resto i francesi, come combattenti, han sempre fatto ridere, son quasi peggio degli italiani. Non per nulla i loro reparti migliori rimangono quelli della Legione Straniera. Detto tutto ciò un problema tedesco esiste realmente. La Germania unita è oggi un gigante economico e politico, ma un nano militare. Ha un armamento del tutto inadeguato al ruolo che sta inevitabilmente per riassumere in Europa. Nei giorni scorsi non è stata in grado di inviare alcuni missili in una base Nato in Turchia perché non aveva gli aerei da trasporto adatti, che sono solo i Galaxy americani e gli Antonov sovietici. Poiché i Galaxy erano impegnatissimi i tedeschi hanno dovuto affittare un Antonov. Ma il pilota sovietico, quando è giunto all'aeroporto di Colonia-Wahn, si è rifiutato di proseguire per i pericolosi cieli del Golfo.I missili sono quindi rimasti dov'erano. Una cosa umiliante e ridicola che dice da sola dell'attuale livello dell'apparato militare tedesco. Inoltre per la Germania vige tuttora il divieto di avere armi nucleari. Tutto ciò, nel prossimo futuro, dovrà cambiare. Con la fine del bipolarismo, e quindi del ricatto atomico incrociato Usa-Urss, si apre un periodo di pericolosa instabilità, di turbolenze, di minacce di guerra. L'Europa, se vuole sopravvivere, se vuole riacquistare un ruolo autonomo, se non vuole dipendere eternamente per la sua difesa dagli Stati Uniti, se non vuole continuare ad appiattirsi sulla politica e sugli interessi americani, che non sono necessariamente i nostri interessi e la nostra politica (mi piacerebbe sapere, tra l'altro, chi ha inventato il concetto di Occidente), deve farsi, al più presto, unita (non solo nel senso economico e puramente affarista della Cee, ma politicamente e militarmente), neutrale, armata e nucleare. A un'Europa del genere una Germania militarmente all'altezza delle sue tradizioni è indispensabile. Per questo le devono essere tolti i limiti, ormai anacronistici, che le sono stati imposti all'indomani della seconda guerra mondiale, compreso il divieto di essere una potenza nucleare. Non si capisce infatti perché possano avere l'atomica paesi come Israele, il Sud Africa, il Pakistan e magari la Libia e non invece la Germania, cioè una parte determinante dell'Europa. Non perché l'Europa abbia da aggredire chicchessia -i propri pruriti imperialisti li ha già sfogati a suo tempo- ma perché possa avere il deterrente sufficiente a tenere a distanza gli appetiti altrui. Il ritorno della Germania come potenza militare a tutti gli effetti è quindi una delle questioni del dopo-Golfo. Può darsi che i tedeschi oggi appaiano grassi, imborghesiti, mansueti. Ma non bisogna farsi ingannare: vestiti da civili i tedeschi sono sempre stati così. Diceva giustamente Malaparte che un soldato tedesco senza divisa non vale niente. Ma si ridia una divisa al popolo tedesco, e l'orgoglio di portarla, e, in un'Europa unita, tornerà a far la dovuta paura ai tanti nemici e ai falsi amici che la circondano.