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Solo il calcio soffrirà per la dissoluzione dello stato jugoslavo

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Sono pesantissime le responsabilità della comunità internazionale per quanto sta accadendo in Jugoslavia. Stati Uniti, Cee, Polonia, Cecoslovacchia, dichiarando esplicitamente di non voler riconoscere Slovenia e Croazia come Stati sovrani, hanno di fatto autorizzato l'intervento dei militari jugoslavi e creato le premesse della guerra civile. C'erano -e ci sono- delle buone ragioni morali e giuridiche per non riconoscere la Slovenia e la Croazia? No. La loro indipendenza è stata proclamata da Parlamenti liberamente eletti in seguito a liberi referendum indetti da governi democratici e corrisponde quindi in pieno a quel principio dell'autodeterminazione dei popoli solennemente sancito ad Helsinki nel 1975. Del resto perché uno Stato sussista è necessario che ci sia un popolo organizzato su un territorio sotto l'autorità di un governo e queste tre condizioni esistono tanto per la Slovenia quanto per la Croazia. Ma non ci sono nemmeno delle buone ragioni storiche per negare alla Slovenia e alla Croazia quell'indipendenza cui hanno diritto. È arcinoto infatti che lo Stato nazionale jugoslavo è una finzione giuridica, nata all'indomani della prima guerra mondiale dalla disintegrazione degli imperi asburgico e ottomano, che comprende popoli diversissimi per tradizioni storiche, politiche, economiche, culturali, linguistiche, religiose e uniti solo, molto flebilmente, dalla comune origine slava. Le ragioni del «niet» della comunità internazionale sono quindi esclusivamente politiche, anzi realpolitiche. Per gli Stati Uniti si tratta soprattutto di offrire la solita offa votiva a Gorbaciov perché l'indipendenza della Slovenia e della Croazia non costituisca un precedente per gli altrettali diritti dei popoli baltici. Per gli europei le ragioni sono ancora più profonde. Tutti i governi europei temono infatti che con la fine della logica dei blocchi contrapposti sia cominciata anche l'era della disgregazione degli Stati nazionali. Solo così si può capire, per esempio, perché la Cecoslovacchia, che si è appena liberata dal giogo sovietico, faccia finta di non comprendere le identiche aspirazioni dei croati e degli sloveni. Essa teme di dar esca al montante secessionismo slovacco. Ma il discorso vale per quasi tutti i paesi europei: per la Francia, alle prese con l'indipendentismo corso. per la Spagna (baschi), per la Gran Bretagna (Irlanda del Nord), per la Romania (Transilvania) e così via. Anche il no del governo italiano ha questo significato. Si trema, ormai, al pensiero che in un futuro non tanto lontano la Lombardia o il Veneto possano richiedere una autonomia molto vicina all'indipendenza o rivendicare il diritto di aggregarsi con altre regioni d'Europa a loro più affini della Sicilia o della Calabria. Si dice che questo è un discorso antistorico. È  vero il contrario. Man mano infatti che si va verso un'Europa politicamente e militarmente unita cessa la ragione d'essere degli Stati nazionali. Perchè sono nati questi Stati? Sono nati nell'Ottocento per esigenze militari (si riteneva che uno Stato fosse tanto più potente quanto più popoloso e vasto era) ed economiche, per garantire una migliore circolazione delle merci e dei capitali. Al di là d'ogni retorica risorgimentale anche l'unità d'Italia, con i suoi plebisciti-farsa, è nata per questo. Il Regno sabaudo aveva bisogno di carne da cannone oltre che di eliminare i dazi. Ma con l'unità e l'integrazione economica europea gli Stati nazionali (che, oltretutto, hanno scatenato due spaventose guerre mondiali), disomogenei e sempre più screditati, perdono la loro funzione. Ha inizio l'era delle «piccole patrie», cioè di comunità economicamente, politicamente, culturalmente, etnicamente omologhe che hanno diritto di scegliersi liberamente, all'interno del continente, i loro referenti. Non c'è nulla di antistorico nè di eversivo in tutto ciò. Tanto che anche Gianni Agnelli, di cui tutto si può dire tranne che sia un rivoluzionario, ha potuto dichiarare: «La Storia va verso un'Europa delle regioni, nella quale non ci sarà niente di anomalo se un Lombardo-Veneto entrerà con lo statuto, poniamo, di un Land tedesco come la Baviera». Si lasci quindi che la Slovenia e la Croazia decidano liberamente del loro destino e delle loro affinità. Dalla disgregazione della Jugoslavia non verrà nulla da rimpiangere tranne la stupenda nazionale di calcio degli Stojkovic, dei Savicevic, dei Bazdarevic, dei Prosinecki, dei Boban, dei Belodedic, su cui, peraltro, come sciacalli, stanno già piombando i più ricchi club europei.

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