Il Che, ultimo mito del '68

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La prima volta che seppi di Guevara fu nel '57 o nel '58, non ricordo bene. A quell' epoca Guevara non era ancora un mito della sinistra tanto che il mio “incontro” con il “Che” avvenne sulle pagine di Gente, il settimanale di Emilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Si trattava di un servizio fotografico. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista a combattere per la libertà di un paese non suo. II settimanale di Rusconi gli dimostrava simpatia. Lo interpretava infatti come un eroe romantico, un “cavaliere dell'ideale” in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora completamènte integrato, “globale”, come oggi. E quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Inoltre la contestazione giovanile era di là da venire. II '68 cambiò completamente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando i comodi agi del potere appena conquistato, divenne il simbolo stesso della rivoluzione. Più di Lenin, più di Mao, più di Stalin, Ernesto Guevara, diventato definitivamente il “Che”, fu il mito del '68, almeno nella sua componente libertaria. Perché ci piaceva tanto, perché ci piaceva più di tutti? Perché il “Che”, con i suoi ideali, con il suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra, che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata il tabù supremo, il male assoluto, l'innominabile. Ma noi, come tutti i giovani, amavamo la violenza, rimpiangevamo la guerra, anche se non potevamo dirlo nemmeno a noi stessi. E il “Che” legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni e i cubetti di porfido. Se “incontrava” nella sinistra extraparlamentare Ernesto ”Che” Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere, senza contare poi che Guevara, con il suo passare da una rivoluzione all'altra, sembrava  incarnare troppo da vicino quella  “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzskij. E Trotzskij allora era tabù per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del '56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti. Insomma ai comunisti ortodossi Guevara non piaceva proprio per quei motivi per cui noi lo amavamo. Nel tempo il mito di Guevara si è andato perdendo, a sinistra. I comunisti hanno continuato a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza. I contestatori invecchiati, inseritisi nel frattempo nel sistema e diventati manager, imprenditori, direttori di giornali, lo hanno relegato fra le debolezze giovanili. Qualche anno fa, in occasione del ventennale della sua morte, Guevara è Stato oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per meglio dire, della “nuova destra”. Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra. In realtà, col suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un Bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe. Oggi, scomparsa di scena anche la “nuova destra”, assorbita dal benpensantismo di Gianfranco Fini, succeduto al movimentista Rauti, e dal gretto economicismo delle Leghe, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del “nuovo ordine mondiale” americano, alle leggi del mercato, all'ecumenismo di papa Wojtyla, quello di Ernesto “Che” Guevara è un nome da tutti dimenticato. Tanto che il venticinquennale della sua morte non è stato celebrato da nessuno. Ma per noi, che fummo anarchici e libertari nella nostra adolescenza, e lo rimaniamo, il “Che” è un mito che non rinneghiamo. Perché fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o nessuna, il “Che” rimane un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dal realismo, dalla forza del denaro, di un uomo che non solo ha combattuto il potere ma lo ha disprezzato al punto tale da abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, nient'altro che un sogno. «Hasta la vista» comandante Che Guevara.

 


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