Chi farà pulizia nel sottogoverno?

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La decisione della Democrazia cristiana di imporre ai propri uomini la separazione tra mandato parlamentare e incarichi di governo, anche se indubbiamente coraggiosa (con buona pace di chi ha sempre pensato che Forlani fosse solo un coniglio sia pur mannaro), mi sembra nata sotto il segno del più classico gattopardismo, come del resto molte delle riforme elettorali ed istituzionali, a cominciare dall'elezione diretta dei sindaci, che da qualche tempo -da quando si sentono bruciare il terreno sotto i piedi- i partiti vengono strombazzando come se da esse dovessimo aspettarci chissà quale ribaltone.Il tentativo, al solito, è quello di cambiare qualcosa nella forma perché tutto resti immutato nella sostanza. Inoltre alcune di queste riforme, quand'anche fossero proposte in buonafede, vanno nella direzione sbagliata se l'obiettivo, come si sostiene, è quello di ridurre lo strapotere della partitocrazia nel nostro Paese. Il problema italiano non è infatti quello di eliminare gli uomini dei partiti dal Parlamento, dal Governo, dalle giunte e dalle assemblee comunali e regionali, che sono, anzi, gli unici posti dove hanno diritto di stare e dai quali possono svolgere la funzione propria della politica che è quella di dare gli indirizzi generali (art.49 Cost.). Sono altri i luoghi da cui i partiti debbono sgomberare e precisamente tutti quegli enti pubblici, nazionali e locali, che questi organismi privati hanno occupato abusivamente, spartendoseli secondo le ferree leggi del manuale Cencelli. Il fenomeno, data la vastità del settore pubblico in Italia, è enorme. Ci sono i grandi enti nazionali, l'Iri, con i suoi corollari della Stet, dell'ltalstat, della Fincantieri, della Finmeccanica, dell'AIitalia, della Rai, delle tre banche di interesse nazionale (Credito italiano, Commerciale, Banco di Roma); l'Eni, con le varie Agip e il quotidiano Il Giorno; l'Efim; le Eagc (cinema); le Eamo; ci sono tutte le Casse di risparmio, tutte le casse mutue e poi le aziende municipalizzate, gli enti di beneficenza, gli istituti per anziani, gli lacp, gli ospedali, gli enti culturali, i teatri, i conservatori, le mostre, le terme, le aziende di soggiorno, i porti, gli acquedotti di ogni città d'ltalia. Il problema non è quindi il governo, ma il sottogoverno. È questa la questione delle questioni da risolvere, perché da essa deriva l'anomalia del sistema Italia con almeno tre gravissime conseguenze. 1) L 'occupazione degli enti pubblici ad opera dei partiti altera in modo decisivo il meccanismo democratico. Perche è attraverso di essa, e dei favori clientelari che consente, a cominciare dalle assunzioni, che i partiti estorcono un consenso che altrimenti non avrebbero. Prendiamo, per esempio, il Psi e proviamo ad immaginare quale consenso raccoglierebbe se non potesse contare sui voti clientelari portati dai Mario Chiesa sparsi in tutta Italia. 2) Tale occupazione impone ai cittadini una sorta di “tessera del pane” il cui obbligo si estende anche al di là dello stesso settore pubblico per comprendere tutte quelle professioni private che sono ad esso collegate. Dalle confessioni di Chiesa emerge, per esempio, che i medici dovevano jnfeudarsi a un qualche partito per ottenere un posto di primario. Lo stesso discorso vale per architetti, urbanisti, ingegneri i quali sono pressoché impossibilitati a lavorare se non si trovano un padrino politico. 3) È L'occupazione degli enti pubblici che consente ai partiti di imporre le tangenti. La stessa riforma del meccanismo degli appalti, nel senso di una loro maggiore trasparenza, e destinata a fare un buco nell'acqua se a capo di tali enti rimarranno i brasseur d'affaires dei partiti. Perche costoro sono lì al solo scopo di finanziare i loro boss dai quali, del resto, il loro posto dipende. La prima cosa da fare quindi è studiare un meccanismo e varare leggi conseguenti che disancorino completamente le nomine degli amministratori pubblici dai partiti. Solo in questo modo potrà essere inciso il bubbone della partitocrazia, delle lottizzazioni, della corruzione, della coartazione del consenso, della degenerazione, ad ogni livello, della vita democratica. Le riforme elettorali ed istituzionali, quand'anche non siano fumo negli occhi o non si riducano a qualche pannicello più o meno caldo, sono in questo momento un problema di secondo grado. Chi, in buona fede, crede che esse stiano al primo posto dell'agenda politica fa la figura di colui che avendo la casa devastata dalle termiti si mettesse a ridisegnarne gli interni e gli esterni nel tentativo di renderla più abitabile. No, prima bisogna disinfestare il focolaio infetto, peraltro già ben individuato, al resto possiamo pensare dopo. Altrimenti saremo sempre punto e a capo e, passata la buriana di questi mesi, nuovi Chiesa sostituiranno quelli vecchi e vecchi Craxi li spremeranno fino all'ultima lira. Nostra.

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