Contro la lottizzazione non basta una cosmesi

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Caro Curzi, la sua replica al mio articolo (“Ma Vespa ha detto la verità”: Indipendente, 11 aprile) racconta gli sforzi da lei fatti per rendere il suo telegiornale il più professionale possibile e quindi il più svincolato possibile dai voleri di quello che Vespa chiamerebbe il suo “azionista di riferimento”:  il Pds. Non ho alcun motivo di dubitare di quanto lei dice. Credo però che se anche La Volpe e Vespa mi avessero risposto avrebbero potuto citare, a buon diritto, altrettanti loro sforzi per rendersi un po' meno dipendenti. Ma il problema non è questo. Qui non è infatti in discussione la professionalità dei direttori dei Tg (e dei Gr e delle Reti, eccetera) che io non mi permetto di giudicare. Le questioni stanno altrove. E sono, essenzialmente, due. La prima è che da una ventina d'anni, da quando cioè esiste la Riforma (con Bernabei le cose, da questo punto di vista, andavano paradossalmente meglio), tutti i giornalisti che non abbiano una tessera o non desiderino acquistarla sono esclusi dalla Rai (e per tessera non intendo l'oggetto materiale, ma la dichiarazione di “appartenenza”. Se la cosa riguardasse solo il mondo dell'informazione potremmo anche infischiarcene perché coinvolgerebbe poche migliaia di persone. Il fatto è che questa conventio ad escludendum vale in amplissimi settori del mondo del lavoro. Anni fa, nell' '89 per l'esattezza, una “solista” dell'Opera di Roma, Lucia Colognato, fece ricorso al Consiglio di Stato, vincendolo, contro la promozione a “prima ballerina” di due colleghe, Margherita Parrilla e Gabriella Tessitore, “perché” -sono parole della concorrente –“nella lottizzazione politica la Tessitore è stata appoggiata dai democristiani del Consiglio di amministrazione e la Parrilla ha potuto contare sulla benevolenza dei comunisti; io, che ballo senza tessera, che non sono iscritta a nessun partito e che mi appoggio sulle mie sole gambe, sono rimasta fuori”. Come chiama questo lei, dottor Curzi? Io lo chiamo regime. Io lo chiamo fascismo. La seconda questione è che voi, per quanti sforzi facciate, dipendete da un partito e date un'informazione orientata.Un direttore dì gIornale, lei lo sa meglio di me,fa politica nel momento stesso in cui sceglie cosa mettere in pagina e come. È naturale che sia così. È giusto. Perché ogni giornalista porta nel suo lavoro le proprie convinzioni e la propria storia. Ma tutto ciò non è più nè naturale nè giusto, diventa anzi iniquo, se queste convinzioni sono pagate anche da chi non è democristiano né socialista, né comunista, né repubblicano. Come fate a non rendervi conto che questa situazione umilia proprio i più bravi fra voi?  Prenda Santoro. Fa una trasmissione di grande tensione, di notevole ascolto, è bravissimo, si vede lontano un miglio che è una persona perbene. Ma, finché  le cose rimangono come ora, avrà sempre addosso il  marchio della lottizzazione. Perché è un lottizzato. Pensi come sarebbe più sereno Santoro -e quale forza maggiore avrebbe il suo messaggio- se egli dipendesse solo dal suo lavoro. Mi rendo conto che una privatizzazione indiscriminata non è la soluzione di tutti i mali, anzi. Almeno in questa situazione. Abbiamo visto tutti a che livello di volgarità e di banalità è stata ridotta la televisione pubblica italiana che, a parer mio, era una delle migliori del mondo (parlo, naturalmente, del settore extrainformativo, e penso, per esempio, ai “varietà” del sabato sera dell'epoca bernabeiana) con l'avvento delle televisioni commerciali. Ma le cose cambierebbero se si varassero leggi che consentissero la crescita, accanto alle Tv berlusconiane, di altre reti, Se potessi modellare il mondo secondo le mie immaginazioni, penserei a una Televisione di Stato, anzi governativa (proprio nel senso che esprima gli indirizzi, oltre che politici, anche culturali ed educativi dell'esecutivo al momento in carica) molto prosciugata rispetto all'attuale ed a una reale molteplicità di reti private dove i San toro, i Guglielmi e i Curzi non farebbero davvero molta fatica a trovare collocazione. Lei scrive: “Non mi piacciono i trasformismi e non mi vorrei trovare fra chi strilla «aboliamo i lottizzati» i lottizzatori di domani”, La capisco. Conosciamo troppo bene gli italiani per non sapere che questo rischio esiste. Se in futuro avremo direttori di banca perché leghisti, presidenti di ospedali perché leghisti, direttori di Tv pubbliche perché leghisti, vorrà solo dire che una nuova “tessera del pane” si è aggiunta alle altre. Ma, per il momento, questo è fare ai leghisti un processo alle intenzioni di pura marca cattolica, indegno di un comunista quale lei è. Li giudicheremo alla prova dei fatti. Se vuole trovare i trasformisti guardi altrove. Li può vedere già all'opera in quel “partito che non c'è” degli Eugenio Scalfari e dei Giampaolo Pansa che, dopo aver frequentato tutti gli androni di Palazzo, alzano ora peana alla vittoria sulla partitocrazia come se fosse opera loro e non di quella Lega che, fino a ieri, hanno trattato con sussiegoso disprezzo e con becero qualunquismo. Ma trasformisti sarete anche voi, direttori di telegiornali, di rete, capistruttura e quant'altro, se, dopo aver fatto qualche operazione di cosmesi, quali sono quelle che lei suggerisce, pretenderete di rimanere ai vostri posti, continuando a ritagliare le consuete rendite di posizione, come se nulla fosse successo. Perché voi, chi con più chi con meno decenza, avete collaborato pienamente con questo regime. E gli sconfitti del 25 aprile, pardon del 5 aprile, siete anche voi. Anche lei, dottor Curzi.

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