Niente lacrime contro le cosche

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Temo proprio che con la trasmissione dei funerali di Giovanni Falcone e delle altre Vittime dell'attentato di sabato, realizzata da Raiuno e ripresa con insistenza nei punti salienti da tutte le reti televisive, si sia fatto un ulteriore regalo alla mafia. Questi funerali hanno infatti ben espresso, anche simbolicamente, il clima di frustrata impotenza, di isteria, di piagnisteo, di autocommiserazione collettiva in cui gli italiani in generale, e quelli del sud in particolare, sono soliti precipitare ogni volta che sono messi davanti a qualche fatto drammatico. Nonostante tutte le dure lezioni che ci sono venute dalla Storia, passata e recente, noi continuiamo a credere di poter affrontare gli eventi ricorrendo ai consueti esorcismi che vanno dallo sciopero di otto ore proclamato dai sindacati (contro chi?) ai solenni funerali religiosi e di Stato. Nei momenti cruciali ci attacchiamo, ancora e sempre, alle sottane dei preti come se costoro potessero qualcosa che noi non possiamo. Per chi abbia occhio laico e avesse avuto l'animo di guardare i funerali di ieri con distacco emotivo il pur ottimo cardinale Pappalardo assumeva la fisionomia dello stregone chiamato a impetrare la pioggia. Che altro significato potevano avere infatti le sue invocazioni perché sui mafiosi assassini cadesse la maledizione di dio e il suo arruolarli “nella sinagoga di Satana”? La mafia non si combatte con gli anatemi nè con le preghiere a Dio, alla Madonna e a tutti i Santi del calendario, ma con provvedimenti precisi, duri e se del caso, come è, eccezionali e liberticidi per quelle regioni (Sicilia, Campania e Calabria) che han dimostrato di essere sotto il controllo della criminalità organizzata. Tanto meno si combatte la mafia costringendo la giovane vedove di uno degli agenti trucidati, Rosalia Schiasani, a leggere, praticamente sotto dettatura, una dichiarazione in cui perdonava agli assassini del marito «purché tornassero a essere cristiani».  A un certo punto la donna non ha retto a questa sconcia ipocrisia e ha avuto una crisi isterica, comprensibile, giustificata, umanissima e che però, accompagnata, come è stata, da applausi da una parte e, dall'altra, da una sorta di pianto greco che si è levato nella chiesa, ha suscitato una penosissima impressione. Non è con queste sceneggiate, giocate sulla pelle di una donna azzerata dal dolore, che si combatte la mafia e nemmeno con le lacrime, anche se sincere. Piangevano tutti, ieri. Piangeva la poliziotta che ha letto un proclama di buone intenzioni, piangevano i suoi colleghi, piangeva il capo della scorta, Gaspare Cervello, uscito miracolosamente vivo dall'attentato, piangevano alcuni magistrati, aveva gli occhi asciutti il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, ma ci  faceva premurosamente sapere che aveva pianto alla notizia della morte di Falcone. Piangiamo troppo noi italiani, cerchiamo di piangere di meno e di rimboccarci le maniche. Come ultimo corollario c'è stato il coro di «buffoni, buffoni» riservato alle cosiddette Autorità all'uscita della chiesa di San Domenico: Che la classe politica abbia parecchie colpe per non aver combattuto sufficientemente la mafia, per averla anzi, in molti casi, agevolata è fuor di dubbio, ma nella fattispecie non mi sembra che abbia particolari responsabilità. Falcone ha viaggiato su un aereo dei servizi segreti, guidava un'auto blindata, era accompagnato da una scorta formata da specialisti. Era insomma protetto ai limiti di ciò che si può umanamente pretendere: i siciliani dovrebbero invece chiedersi, forse, come è stato possibile che oltre 1000 chili di tritolo fossero piazzati in più punti della frequentatissima autostrada Trapani-Palermo senza che nessuno, che non fosse mafioso, abbia visto nulla e si sia accorto di nulla. Dovrebbero chiedersi, forse, perché la loro cultura fabbrica morti per poi poterli meglio piangere in cerimonie spagnolesche. Invece, in Sicilia, si è scelta ancora una volta la strada del vittimismo e dell'autocommiserazione. Eppure proprio Giovanni Falcone ha dimostrato che si può essere italiani e siciliani in modo diverso. Ha detto, una volta: «Non do alla mia vita più valore del bottone della mia giacca». Battere la mafia, fenomeno antichissimo, rafforzato oggi da una serie di circostanze nazionali e internazionali, è impresa difficilissima anche per governi che fossero molto più forti e decisi di quelli che possiamo attualmente mettere in campo. Cerchiamo però almeno di combatterla con un po' di animo virile e di dignità. Questo, a me sembra, è stato il miglior insegnamento di Giovanni Falcone al quale i funerali di ieri non hanno certamente reso giustizia.

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