Parità sessuale? Peggio per voi, signore care

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Allora è ufficiale: le donne sono una specie inferiore. Lo dice una legge della Repubblica, approvata il 27 gennaio, che consente allo Stato di concedere crediti e finanziamenti particolarmente agevolati (dal 15 al 30%) a un imprenditore purché donna. Una simile legge, benché sia stata salutata come un grande successo da femministe e postfemministe, umilia le donne nel momento stesso in cui le favorisce. Perché le tratta come delle subnormali, una razza a sé, una specie protetta alla stregua delle foche monache e comunque come delle persone che non sono in grado di farsi avanti con le proprie forze. In realtà questa legge si inserisce in un ricco filone che ha alle spalle l'insonne Commissione nazionale per la parità fra uomo e donna. E stata questa Commissione ad avanzare la proposta di riservare in ogni azienda una quota di posti di lavoro alle donne, come avviene, appunto, con gli handicappati. E' stato un membro di tale Commissione, il comunista Cesare Salvi, a ipotizzare, nel lodevole tentativo di aumentare la rappresentanza femminile in Parlamento, di dividere le circoscrizioni elettorali per sesso in modo che le donne votino le donne. E sono state parlamentari di questa Commissione a proporre di premiare, con qualche miliardo di finanziamento pubblico in più, i partiti con la maggior percentuale di donne in lista. Si dice che alla base di tutto ciò c'è la necessità di rettificare le conseguenze che derivano dalla immeritata sfiducia che, nel mondo degli affari, del lavoro, della politica tuttora dominati dalla mentalità maschile, si ha nei confronti della donna. C'è da osservare, in via preliminare, che non sono tanto gli uomini a non aver fiducia nelle donne, quanto le donne che, in barba a tutte le balle femministe sulla «sorellanza», non si fidano delle donne (ognuno, evidentemente, conosce i suoi polli). Nell'ultima ricerca del Censis sulla condizione femminile nell'Italia settentrionale il 74% delle donne ha dichiarato di preferire un uomo a rappresentare i propri interessi politici.  Sia come sia, la fiducia è un fatto di costume che può evolvere se ha da farlo, solo col costume e non può essere imposta per legge discriminando fra sesso e sesso. Anche perché in tal modo si finisce per violare l'articolo 3 della Costituzione, alla luce del quale la legge sull'imprenditoria femminile sembra di assai dubbia legittimità. In ogni caso le femministe e le postfemministe dovrebbero almeno mettersi d'accordo con se stesse e con un minimo di coerenza logica, che non è una qualità maschile. Pare infatti che la parità uomo-donna cessi di essere apprezzabile, diventi anzi infame, quando non è più vantaggioso. Così c'è stata una sollevazione generale contro la decisione della Corte di Giustizia della CEE che ha bocciato le leggi che vietano il lavoro notturno alle donne. «E' un provvedimento gravissimo» ha detto Livia Turco. E ha aggiunto: «Lavorare di notte fa male». E come no? Ma fa male alle donne come agli uomini. Si obietta che le donne sarebbero inadatte a questo orario di lavoro. Può essere. Ma qui bisogna decidersi. O la donna è pari in tutto e per tutto all'uomo, e allora ha gli stessi diritti ma anche gli stessi obblighi o, come si pensa per esempio in Islam, non lo è, in quanto la sua particolare fisiologia le impone alcuni limiti, e allora bisogna trarne tutte le conseguenze sociali, economiche, legislative, perché, come dice il vecchio Aristotele «somma ingiustizia non è solo trattar gli eguali in modo diseguale, ma trattare i diseguali in modo uguale». Si può adottare l'uno o l'altro principio. Quello che non si può fare è mischiarli. Non si può, insomma, negare che la propria fisiologia debba avere qualunque rilevanza pubblica e poi appellarsi a essa ogni volta che fa comodo. Perchè così si crea una nuova categoria di privilegiati: le donne.

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