Cavaliere, lei non è intoccabile

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Silvio Berlusconi lamenta una «campagna di odio e di aggressione» che alcuni giornali, gruppo Espresso-la Repubblica in testa, ma non escluso il nostro (gruppo Rizzoli-Corriere della Sera), starebbero conducendo contro di lui. Quelli dell'odio e dell'invidia (sua stretta parente) sono motivi ricorrenti in Berlusconi, ribattuti in modo talmente ossessivo da far pensare che siano, in termini psicoanalitici, la sua ombra. Non c'è infatti critica, sia essa rivolta alla Fininvest o alla Edilnord o al Milan di fronte alla quale Sua Emittenza non proclami immediatamente che «è tutta invidia». È una forma mentis preoccupante, tipica di un personaggio affetto da evidente ipertrofia dell'Io e da un così smodato ottimismo da pensare di essere l'ombelico del mondo. Detto questo non è escluso che Berlusconi possa essere effettivamente oggetto, in questo momento, se non di una campagna d'odio, di un'aggressione da parte di alcuni dei suoi concorrenti, editoriali e politici, soprattutto se si considera che dall'altra parte sta quel candido giglio di Eugenio Scalfari. Ci sembra però che Berlusconi, mandando alla controffensiva i suoi Epoca e Panorama, si sia difeso nel peggiore dei modi. Perché usa i metodi dei suoi avversari nel momento in cui glieli contesta. Afferma che è vergognoso che un editore utilizzi i propri giornali per dare addosso ai concorrenti e poi fa lo stesso con i suoi. Dice, parlando, da ventriloquo, attraverso il Tino Oldani di Panorama, che è deontologicamente e giornalisticamente scorretto (chissà mai perché) dar rilievo alle sue difficoltà economiche e poi sottolinea quelle degli altri. Attacca la Repubblica e L 'Espresso perché sono dei giornali-partito al servizio di un imprenditore, e subito dopo, sempre da ventriloquo, sostiene che «è diritto... di un imprenditore esprimere un'opzione politica, anche negli Stati Uniti è del tutto normale che gli editori dei maggiori giornali si schierino politicamente» (Panorama, 24/9). Sentenzia che tutti coloro che lo attaccano sono dei dirigisti e, quasi quasi, dei comunisti, mentre l'unico vero alfiere del liberismo sarebbe lui, il cavalier Silvio. E qui sta il nocciolo serio di tutta la questione. Non è infatti necessario covare sentimenti di odio e di invidia per capire che, attualmente, col liberismo Berlusconi ha poco o nulla a che fare. In nessun Paese democratico del mondo è consentito a un editore di avere una posizione oligopolistica nell'informazione. Perché I'oligopolio, lo insegnano al primo anno di economia, è I'affossatore del libero mercato, una sua degenerazione mortale, pericolosa quasi quanto il comunismo, anche se più nascosta, più subdola, più insidiosa. Berlusconi ha raggiunto questa posizione oligopolista perché è il più bravo di tutti o perché ha saputo sfruttare meglio I'assenza di leggi o, piuttosto, l'interessata benevolenza, a suo tempo, di Bettino Craxi? Non lo sappiamo. Ma si trattasse anche di sola e pura bravura questa situazione non può essere tollerata più oltre perché qui non stiamo giocando a Monopoli ma è in ballo la libertà di informazione e della cultura che è un'aspetto fondamentale della democrazia. E se nel nostro Paese esiste una legge antitrust ridicola questa legge, in un'Italia che intende cambiare e che sta frantumando, nel settore dell'informazione, quella parte di oligopolio che era stata appaltata ai partiti, va modificata, anche perché consente ogni sorta di aggiramento ai suoi già comici tetti, tipo quello di affidare la proprietà delle testate a parenti e affini come ha fatto Berlusconi passando il Giornale e La Notte al fratello Paolo. Temo quindi che Sua Emittenza dovrà rassegnarsi a cedere qualcuna delle sue reti, anche se questo ridimensionamento deve avvenire nell'ambito di un più generale riassetto del settore dell'informazione che riguardi, come ha detto giustamente lo stesso Berlusconi in un'intervista a Epoca, «la parità di concorrenza con la Rai, la disciplina dei grandi gruppi editoriali della carta stampata». Non è sano, da nessun punto di vista, che in una società si affermi, culturalmente, la visione del mondo di un solo individuo o di un gruppo di individui, per bella e rosea che sia, come il bambino Berlusconi, goloso e prepotente pretenderebbe. Noi la visione del mondo di Berlusconi la detestiamo cordialmente, ma la rispettiamo e come è ovvio le riconosciamo il diritto di esprimersi. Desidereremmo che Sua Emittenza, riconoscesse a noi un altrettale diritto, anche se non portiamo la cravatta, non ci pettiniamo come i suoi mezzibusti, non ci piace Milano 2, aborriamo l'americanismo, siamo brutti, sporchi, cattivi e, per soprammercato, pure pessimisti.

 


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