Il grigio Bill non è quel che sembra

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Tutti coloro, e in Italia sono legioni, che si erano illusi che Bill Clinton, perché democratico e anche un poco biondo, quasi grigio, fosse il vessillifero di un “new deal” pacifista sono serviti. Clinton ha avallato in pieno gli stravaganti attacchi americani in Iraq. Del resto non è nemmeno pensabile che il presidente uscente, anzi, a questo punto, già uscito, abbia deciso azioni di tale portata politica, se non militare, senza la preventiva approvazione e il “concerto” di quello entrante. È  un antico vizio delle sinistre italiane e, per la verità, non solo italiane, quello di credere che i presidenti americani democratici siano meno guerrafondai di quelli repubblicani. È piuttosto vero il contrario. Fu il democraticissimo e biondissimo Kennedy a tentare la sciagurata avventura della “Baia dei porci”, ad iniziare la guerra del Vietnam, e fu con Kennedy e Kruscev, altro bell'esemplare di “democratico”, di cotè comunista, di bonhomme contadino, pacioso, simpatico e tanto alla buona, che rischiammo seriamente, per la prima e, per ora, unica volta, la terza guerra mondiale. Fu invece il repubblicano Nixon a porre fine alla guerra del Vietnam e a cercare un'autentica distensione internazionale con l'apertura alla Cina. Ma nell'immaginario delle sinistre italiane ed europee il guerrafondaio John Fitzgerald Kennedy, il mafioso e amico di mafiosi Kennedy che, in soli tre anni di potere, ne ha combinate più di tutti gli altri presidenti americani nei cinquant'anni di dopoguerra, rimane un puro giglio della democrazia mentre Richard Nixon resta sempre, e per sempre, “Nixon boia”. Misteri della psicologia e delle sinistre. Detto questo non mi persuadono affatto le motivazioni ufficiali e le interpretazioni ufficiose che sono state date dei recenti raids americani. Punire Saddam per le violazioni delle risoluzioni Onu e per le sue “provocazioni”? Ma la reazione americana è stata sicuramente sproporzionata ad atteggiamenti che, del resto, Saddam Hussein tiene praticamente dalla fine della guerra del Golfo. Perché  proprio ora? Un personale “addio alle armi”, cioè alla presidenza, di George Bush, botti di fine stagione? Per quanto gli americani, e anche i loro presidenti, siano degli infantili ragazzoni cresciuti troppo In fretta è diifficile pensarlo. Né del resto, come s'è detto, Clinton avrebbe permesso a Bush di divertirsi, in tal modo, a sue spese. E allora? lo sono convinto che gli attacchi americani non abbiano per obiettivo l'Iraq ma l'Iran e il fondamentalismo islamico di cui il Paese degli ayatollah è l'epicentro e gli Stati Uniti temono, da sempre, come la peste. In primo luogo parte delle operazioni americane hanno avuto come obiettivo dichiarato il far rispettare all'Iraq quella “no fly zone” a sud del 36° parallelo che è stata imposta per impedire al satrapo di Bagdad di massacrare con eccessiva facilità i musulmani sciiti che vivono da quelle parti e che sono legati, per motivi etnici, religiosi e culturali, a Teheran. In questo modo gli americani disinnescano il pericolo che gli ayatollah siano tentati di intervenire in forze in appoggio al loro correligionari, senza peraltro portare un vero aiuto agli sciiti iracheni in rivolta che continuano ad essere decimati dalle forze di terra di Saddam. In secondo luogo, ed è il punto più importante, con questi attacchi poco giustificabili, o che assumono comunque agli occhi dei popoli arabi un carattere vessatorio, gli americani, senza minimamente indebolire Saddam dal punto di vista militare, lo rafforzano politicamente all'interno e all'esterno, gli permettono di riproporsi come l'unico, vero campione della “guerra santa” contro l'Occidente, come l'unico, vero punto di riferimento per l'integralismo islamico. Spostano cioè le attenzioni e le speranze di questo integralismo da Teheran, dove si era concentrato, a Baghdad. E gli americani hanno più di un motivo di preferire Saddam Hussein come capintesta dell'integralismo islamico agli ayatollah. Perché Saddam è militarmente debole e sempre controllabile, perché dietro di lui, in Iraq, non c'è nulla se non i suoi pretoriani, mentre dietro gli ayatollah c'è un grande Paese, una grande cultura, un fortissimo movimento religioso altre che una nascente forza militare. Se si volesse fare un passo ancora più in là nella dietrologia si potrebbe pensare che i recenti avvenimenti (le “provocazioni” di Saddam e la spettacolare risposta americana) sono una “combine” fra Saddam e gli Stati Uniti per neutralizzare l'eterno nemico di entrambi: l'Iran. In questa luce anche il momento scelto è il migliore; perché scarica l'odiosità di queste operazioni, con i soliti civili morti, sul presidente uscente, lasciando a quello entrante un'immagine presentabile e le mani libere. Insomma Bush si sarebbe sacrificato a favore di Clinton e non viceversa, come si crede.Se queste dovessero essere le reali ragioni delle recenti mosse americane, se la loro politica anti Iraq fosse, in realtà, una politica anti Iran, io credo che si stia perseverando su una strada sbagliata che ha già causato una infinità di guai. Fu per voler impedire a tutti i costi all'Iran, attaccato proditoriamente dall'Iraq nell' '80, una vittoria che si stava conquistando sul campo, e che era costata un milione di morti, che gli occidentali e i sovietici rifornirono Saddam Hussein di ogni genere di armi. Ciò provocò la successiva guerra del Golfo. Perché Saddam era una rana con sopra la schiena un grattacielo di armi e le scaricò sul primo posto che capitava, il Kuwait appunto. Si dovette quindi mettere in piedi la famosa “operazione di polizia internazionale” lasciando però al potere, con un'operazione di immoralità assoluta, l'ingombrante ed indecente Saddam Hussein perché controllasse, cioè ammazzasse, gli sciiti filoiraniani oltre che i curdi. Se negli anni '80 si fosse lasciato che la guerra, che ha una sua ecologia e una sua logica, facesse il suo corso, oggi un problema Saddqm e un problema Iraq non esisterebbero. Esisterebbe, certo, un problema Iran. Ed esisterebbe il problema dell'integralismo islamico. Ma il problema Iran e il problema dell'integralismo islamico sono, in ogni caso, i problemi degli anni a venire e io non credo che possono essere risolti con i missili, le bombe, le violenze, i trucchi e i colpi di Stato anche quando gli integralisti vincono democraticamente le elezioni come, per esempio, è avvenuto, sotto gli occhi compiaciuti dell'Occidente, in Algeria. Perché l'Iran, piaccia o no, è lo Stato più forte, più vero, più convincente della regione. La teocrazia non è certo la democrazia, ma non può essere nemmeno confusa con quelle dittature di un uomo solo o di una famiglia che gli occidentali si ostinano a tenere in piedi nella regione e nemmeno con quelle altre che si sostengono da sole. In quanto all'integralismo islamico è la reazione al modello di vita occidentale che, con le buone e con le cattive, stiamo cercando di imporre al mondo intero. Più cerchiamo di schiacciarlo più esso, per reazione, si rinvigorisce e, anche, si incaponisce. Io credo che invece di continuare a cercare di convertire a forza al nostro modello popoli che non vi hanno nulla a che fare, che hanno un'altra cultura, un'altra vita, un'altra religione, noi dovremmo fare al mondo islamico un discorso onesto, chiaro e preciso. L 'integralismo islamico si espanda liberamente, se ci riesce, “ca va sans dire”, nei luoghi dove più forti sono le sue radici, la sua storia, senza che l'Occidente tenti di boicottarlo ad ogni piè sospinto. Ma deve essere altrettanto chiaro che se l'integralismo deborda anche di un solo metro dal suo alveo naturale, cercando di far prevalere a sua volta il proprio modello sulla testa delle popolazioni che non ne vogliono sapere,  allora sì sono pronti i missili, i caccia, le portaerei e quant'altro. Credo insomma che dovremmo cercare di non essere più integralisti degli integralisti islamici, cercando di imporci a culture che sono antitetiche a noi come l'unico mondo possibile e giusto.

 


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