Di che si lagna Craxi?

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Sul Corriere della Sera di lunedì Giuliano Ferrara lamenta e denuncia il clima di linciaggio che si è creato intorno a Bettino Craxi. Nemmeno a me piacciono i linciaggi. Se me ne sono andato dal movimento studentesco dopo soli tre mesi è anche perché si era presa l'abitudine di sprangare trenta contro uno chi la pensava diversamente. L' aggressione all'uomo solo, isolato, mi dà il voltastomaco, proprio in senso fisico, mi metto a vomitare (vomitai l'anima, anche per lo sforzo, nei cessi della Statale dopo che con altri compagni ci avevamo messo quaranta minuti per sottrarre Paolo Longanesi, il figliolo di Leo, alla furia scatenata di Luca Cafiero, Popi Saracino e altri noti picchiatori del momento). Inoltre, adesso, sono già abbastanza vecchio per sapere che il clima di linciaggio nei confronti dei leader politici è alimentato soprattutto da coloro che più adularono il tiranno. Piazzale Loreto docet. Epperò bisogna dire che Bettino Craxi, preso quasi da una sorta di tenebroso “cupio dissolvi”, ha fatto tutto, ma proprio tutto, per mettersi nella situazione in cui si trova. Cominciò, in una tribuna elettorale precedente il 5 aprile, davanti a una platea di giornalisti ancora in ginocchio, in cui si distinse per lascivia laudatoria, e non era facile, il conduttore Nuccio Puleo, a definire Mario Chiesa un “mariuolo”, cioè un incidente in un sistema sostanzialmente sano, uno che, disse con soavità, aveva fatto del male innanzitutto a lui, Bettino Craxi (e non agli imprenditori che taglieggiava o ai vecchietti che derubava). Ma pochi mesi dopo, quando la vastità della corruzione non poteva più in alcun modo essere coperta, si presentò in Parlamento dichiarando che tutti sapevano che il finanziamento dei partiti era alimentato illegalmente. Quindi, quando aveva definito Chiesa un “mariuolo”, aveva mentito, aveva detto scientemente il falso, ci aveva pubblicamente preso in giro. Ma si guardò bene dallo scusarsi. Craxi non si scusa mai. In estate scatenò una campagna di accuse contro il giudice Di Pietro che, passo dopo passo, stava mettendo a nudo la trama criminale dei partiti e si stava avvicinando pericolosamente alla “cupola” politica del malaffare; Con lo stile minaccioso, allusivo, quasi mafioso, che gli è diventato proprio, Craxi scrisse sull'Avanti! che la sapeva lunga su quel magistrato: non disse che cosa sapeva ma fece capire che si trattava di qualcosa di infamante. Craxi ha in mano un poker d'assi, disse il suo amicone Rino Formica che adesso vorrebbe sbatterlo fuori dal partito. Il poker d'assi si rivelò un povero bluff: tutto ciò che Craxi aveva potuto trovare sul magistrato, dopo averlo fatto indagare e pedinare, era che Di Pietro, in una cena di trecento persone, aveva incontrato uno degli inquisiti cosa che, peraltro, non gli aveva impedito di arrestarlo e di mandarlo sotto processo. E nei mesi successivi Bettino Craxi ha continuato con lo stesso tono arrogante, strafottente, impunito che usava quando, potente feudatario dell'Italia della corruzione, si presentava alla Televisione con l'aria perennemente indispettita di chi aveva qualcosa da rimproverarci come se fossimo noi, e non lui, a dirigere il Paese. E anche nel suo ultimo discorso alle Camere Bettino Craxi non si è limitato a difendersi, come è suo diritto, dalle imputazioni che lo riguardano, ma, ancora una volta, ha rovesciato sui magistrati accuse pesantissime di “violenza”, di “complotto”, come se indagare su di lui fosse già congiurare contro di lui e contro la democrazia in cui egli, molto disinvoltamente, si identifica. Certo spiace vedere oggi Bettino Craxi vilipeso, dileggiato, accolto ovunque dal grido infamante di “ladro”. Ma quando Craxi era potente non usava la mano leggera e non aveva di queste delicate preoccupazioni: “mascalzone”, “ignobile" (al sottoscritto), “intellettuale dei miei stivali” (a Della Loggia) questi erano gli epiteti abituali usati da Craxi che è stato il primo a introdurre la volgarità e la maleducazione sistematica nel linguaggio politico (i democristiani almeno questo ce lo avevano risparmiato), trovando poi un largo seguito nei suoi palafrenieri a cominciare proprio da Giuliano Ferrara.  Certo fa pena questo Craxi assediato e sconciato. Ma non c'erano questi sentimenti nel leader socialista quando stroncava legittime carriere (quella del giudice Palermo, per esempio) e spezzava le gambe agli avversari per promuovere questo o quel suo favorito. Non era forse il capo di quella “pattuglia di mischia” (Martelli, Pillitteri, Tognoli, Natali) che si vantava di menar botte da orbi senza troppo curarsi delle conseguenze? Da ultimo Craxi, con la complicità dei suoi colleghi della Camera, ha rifiutato di farsi processare per una serie di grassazioni che ammontano, secondo i magistrati, a oltre quaranta miliardi, trincerandosi vilmente dietro un privilegio di sapore feudale. Nessuno, nemmeno Ferrara, si può meravigliare se, per contrappasso, gli è toccato subire uno strumento punitivo altrettanto feudale: la gogna. Se Bettino Craxi si fosse lasciato giudicare nelle aule di giustizia, nessuno avrebbe sentito il bisogno di farlo nelle piazze.

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