Ecco l'unica via per uscire dalla crisi

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Erano mesi che dalle colonne di questo giornale e dell' Europeo andavamo chiedendo le dimissioni di Claudio Martelli. Da quando le inchieste della magistratura avevano portato alla luce una così vasta, capillare, sistematica corruzione del Psi da rendere insostenibile la posizione di un ministro della Giustizia che provenisse da quel partito. Era come se, scrivevamo, si fosse scoperto che il comandante della Guardia di finanza usciva da una nota famiglia di contrabbandieri. Il minimo che si poteva dire era che il ministro della Giustizia non era nelle condizioni di serenità e di imparzialità necessarie per esercitare le sue delicatissime funzioni. Ma si poteva anche legittimamente sospettare che gli atti del ministro della Giustizia non fossero diretti a meglio amministrarla ma piuttosto a contrastarla nel tentativo di salvare il proprio partito e se stesso. Insomma il ministro della Giustizia non era più nè credibile nè presentabile. L'altro ieri, informato che era in arrivo per lui, da parte dei giudici di Milano, un avviso di garanzia per le vicende legate alla bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, una storia torbida finita con un assassinio, Claudio Martelli si è, alla fine, dimesso. Era un atto doveroso perché sarebbe stata gravissima, oltre che grottesca, la posizione di un ministro della Giustizia messo sotto inchiesta da quegli stessi giudici nei confronti dei quali può, a sua volta, esercitare l'azione disciplinare e sull'operato dei quali può disporre ispezione. Questo sì sarebbe stato un vero scontro devastante fra le istituzioni (fra un membro dell'esecutivo, per soprammercato proprio il ministro della Giustizia, e la magistratura) che non quella ridicola sceneggiata che è stata messa in piedi quando la Guardia di finanza, su ordine dei giudici di “Mani Pulite”, è andata in Parlamento per acquisire degli atti pubblici. Per quanto doverose le dimissioni del ministro Martelli restano comunque, in un Paese in cui ci si fa legare alla poltrona piuttosto che lasciarla, un estremo atto di dignità e di coraggio nel quale, se ci è consentita una notazione personale, abbiamo ritrovato l'amico della nostra giovinezza che, per la verità, di coraggio e di dignità non è mai stato privo. Ma le dimissioni di Martelli sono anche un segno di intelligenza politica. Martelli, che è una spanna al di sopra dei suoi compagni di partito, ha capito che arroccarsi dietro i privilegi della carica e del proprio potere, come ha fatto Craxi, avrebbe segnato la sua fine politica. Così invece, se uscirà indenne dalle inchieste giudiziarie, come gli auguriamo di cuore, per quella antica amicizia che, peraltro, non ci ha impedito, in questi anni, di dilaniarci, Martelli, giovane ancora, può conservare un futuro, soprattutto adesso che ha abbandonato il Psi -decisione che deve essergli costata emotivamente non poco- e quindi non gli può più essere mossa l'accusa di “tradimento” dei vecchi compagni e delle vecchie amicizie. Ma, lasciato Martelli al suo difficile destino, ora si pone il problema del governo e del Parlamento. È da tempo che noi chiediamo le dimissioni anche del governo Amato e lo scioglimento delle Camere. Non è accettabile un governo che è guidato dall'esponente del partito più corrotto e inquisito del Paese, che oltretutto è pressoché estinto (e a maggior ragione lo è dopo l'uscita di Martelli) e che, per finire, è espressione di un Parlamento che non rappresenta più l'elettorato. Non si può nemmeno pensare, come invece si sente dire da più parti e come sembra essere intenzione del presidente Scalfaro, che siano questo governo e questo Parlamento a gestire il cosiddetto “periodo di transizione” varando le riforme elettorali. Non può essere un Parlamento delegittimato, in quanto non più rappresentativo e pieno zeppo di inquisiti, reali e potenziali, a elaborare riforme determinanti per il futuro della nostra democrazia. Bisogna invertire l'ordine dei fattori. Questo Parlamento deve essere sciolto immediatamente, devono essere indette nuove elezioni, col vecchio sistema, e sarà il nuovo Parlamento, depurato, si spera, dei farabutti e in ogni caso rappresentativo dell'attuale realtà del Paese, ad organizzarsi in Assemblea Costituente per stabilire le regole del gioco. Dopo di che, con le nuove norme elettorali, si dovrà andare a successive consultazioni. Per quanto laborioso è questo l'unico iter democratico per restituire al Paese un governo e un Parlamento legittimi, che abbiano la fiducia dei cittadini e l'autorità sufficiente per chiedere quei sacrifici che saranno sicuramente necessari. Solo allora l'infame Regime che ci ha governato negli ultimi quindici anni sarà veramente morto e potremo guardare ad un futuro più sereno o, perlomeno, più chiaro e più pulito.

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