Le penne sono sporche ma la macchia non si vede

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«Fuori i nomi!». Questo il grido pressoché unanime che si è levato dalla stampa italiana, presa da un improvviso, e anche un po' sospetto, raptus di autofagia giacobina, alla notizia, filtrata dal Palazzo di Giustizia di Milano, che su un paio di fogli di Carlo Sama sono appuntati i nomi di alcuni giornalisti economici e sportivi che sarebbero stati pagati per tenere un atteggiamento “benevolo” nei confronti del gruppo Ferruzzi-Montedison. «Fuori i nomi!» hanno scritto Andrea Barbato, Giuliano Zincone, Vittorio Feltri. E una richiesta in questo senso è stata formalmente inviata dal presidente dell'Ordine dei giornalisti, Gianni Faustini, al procuratore generale di Milano, Catelani. Io credo invece che la magistratura milanese non debba, almeno per il momento, dare quella lista di nomi e che abbia fatto malissimo a far trapelare notizie che possono ledere irrimediabilmente la reputazione di gente per bene. Infatti il solo dovere della Magistratura, nelle fasi preliminari di un' inchiesta, è quello di individuare ipotesi di reato e soggetti che possono averlo commesso. Ma qui il reato non c' è. Innanzitutto non si sa assolutamente che cosa significano gli appunti di Carlo Sama. Sama è stato responsabile della Poligrafici Editoriale, la società che controlla i giornali del gruppo Ferruzzi-Montedison, e quindi quelle cifre potrebbero indicare compensi destinati a suoi giornalisti o a giornalisti che voleva legittimamente acquistare. Oppure quella lista, come pare che Sama stesso abbia detto a Di Pietro, era un “progetto” nella sua testa per corrompere giornalisti ostili e farne degli amici della Montedison. In questo caso nella famigerata lista potrebbero anche esserci, per ipotesi, i nomi di Zincone, di Barbato, di Feltri, sia perché il geometra Sama, poco sapendo di giornali e giornalisti, e quindi non conoscendo a fondo l'intemerata moralità di costoro, poteva sperare di corromperli, sia perché egli potrebbe anche essere dell' idea di Fouchet, ministro di Polizia di Luigi XIV, che ogni uomo ha un prezzo. In questo caso giornalisti onestissimi e senza colpa alcuna, se non quella di essere nella testa di Sama, verrebbero travolti e distrutti dallo scandalo, se quelle liste fossero rese pubbliche. Ma facciamo pure la peggiore delle ipotesi e cioè che Sama abbia davvero pagato alcuni giornalisti per essere compiacenti: Non c' è reato. La corruzione infatti esiste, dal punto di vista penale, solo se rivolta a un pubblico ufficiale  (art. 318 c.p.). Il privato cittadino che riceve soldi da un altro privato cittadino non è perseguibile. Sono fatti suoi. Naturalmente se il primo è un giornalista e il secondo un gruppo economico, e il passaggio di denaro ha come scopo che venga scritto il falso, si concreta una grave scorrettezza deontologica. Il giornalista infatti tradisce la fiducia del suo editore, del direttore e, soprattutto, dei lettori. Se mettiamo però le cose dal punto di vista deontologico, che è l'unico possibile, l' impressione è che in questa caccia alle streghe, che porta il nome di “penne pulite”, a pagare saranno solo i giornalisti stracciaculi. La grande firma, colui che è veramente immanicato col potere economico, non ha infatti alcun bisognò di farsi mettere sul libro-paga. Le cose avvengono diversamente. A colazione con la grande firma il grande finanziere o il grande industriale lascia amabilmente cadere una frase del tipo: «Mi sembra che le quotazioni in Borsa dell'azienda y siano veramente basse». Il giorno successivo la grande firma si precipita a comprare tutte le azioni y che può, facendosi prestare denaro dalla moglie, dagli amici o, magari, dallo stesso grande finanziere. Poco dopo costui comincia a rastrellare in Borsa le azioni dell' azienda y, alla cui scalata pensava da qualche tempo, e il valore di quelle azioni passa da uno a cinque. E così la grande firma realizza un guadagno rilevante senza colpo ferire e senza lasciar tracce e potrà, al momento del dunque, legittimamente dire: «Io? da quello lì ho ricevuto al massimo in regalo un orsacchiotto di peluche il giorno di Natale». Ecco perché i veri, grandi, mascalzoni del giornalismo economico non verranno mai presi con le mani nel sacco.  Ma c' è di più. Che differenza passa fra il giornalista economico che si fa superpagare una collaborazione paravento e quello che si intruppa in un partito politico e da questo riceve prestigiosi posti di direzione, sontuosamente pagati, che saranno poi trampolino di lancio per altri lucrosi gradini della camera? Nessuna. Senonché il primo si vende per poche lire, e si mette nella condizione di essere colto con le mani sul tagliere, mentre il secondo ricava di gran lunga di più, ma non rischia nulla perché la sua compromissione non può essere provata. A me, devo dirlo, ha fatto molta impressione vedere che i più scatenati nella vicenda “penne pulite” sono stati due giornalisti del Tg5 che devono, per buona parte o per l'intero, la loro carriera al fatto di aver servito nel Psi. Infine un' ultima considerazione. Ho la sensazione che in questa grande caccia alle streghe che si è aperta nella nostra categoria verranno fatti pagare durissimamente i peccati veniali proprio per coprire quelli mortali. È una cosa che ho già visto alla Rizzoli all'epoca di Bruno Tassan Din. In quella Rizzoli, dove tutti rubavano a quattro palmenti, facendosi dare in nero stipendi sesquipedali, ricevendo fantasmagorici compensi per consulenze fantasma, lucrando liquidazioni abnormi, uno solo pagò: un giornalista stracciaculo che si fece cogliere a ritagliare qualche “deca” sulle note spese. Temo che sarà così anche questa volta. Perché se si porta alle estreme conseguenze il giacobinismo di Zincone, di Barbato, di Feltri nessuno si salva o, meglio, si salvano solo coloro che, avendo rubato in grande stile, non hanno avuto bisogno di sporcarsi le mani con qualche peccatuccio tipico del mestiere. Tutte le grandi aziende infatti hanno enormi uffici di “pubbliche relazioni” il cui solo scopo -non fate finta di non saperlo- è quello, attraverso regalie, house organ, riviste istituzionali, di blandire i giornalisti. E di questo passo anche Giorgio Bocca può essere considerato un corrotto perché scrive sul giornale dell' Alitalia. Quindi attenzione, cari Zincone, Barbato, Feltri, perché domani potrebbe toccarvi di dover smammare per avere accettato da Ventana una vacanza gratis di quattro giorni a Palinuro. Come diceva il vecchio Nenni a voler fare troppo i puri si trova sempre «uno più puro che ti epura».

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