Perché solo ora la Procura castiga i politici corrotti

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«Perché non avete agito prima?» ha chiesto ai giudici Giuliano Amato nei suoi “discorsi londinesi”, chiamando la magistratura a correa del sistema di corruzione che per anni ha funestato il nostro Paese. Forse il presidente del consiglio ha formulato la domanda in inglese perché si vergognava di farla in italiano o forse perché pensava che le sue parole non superassero gli ignari muri della London School of Economics. Si tratta infatti di una domanda invereconda. Ad essa potrebbe rispondere, per esempio, il giudice Angelo Milana. Sostituto procuratore di Piacenza, Angelo Milana condusse cinque anni fa un'inchiesta del tutto simile a quelle che hanno reso poi famoso Di Pietro, incriminando il sindaco socialista di quella città e l'ex sindaco comunista e mettendo agli arresti per qualche giorno l'imprenditore Romagnoli, quello dell'Acqua Marcia. Ci fu una sollevazione generale di tutti i partiti locali, degli imprenditori e perfino il vescovo di Piacenza tuonò contro l'operato del Milana. Il magistrato venne accusato di non avere indizi sufficienti contro Romagnoli e di aver quindi usato l'arresto in modo improprio per estorcergli la confessione, fu deferito al Csm che, dopo qualche resistenza dei giudici “togati” presto vinta ad opera di quelli “laici” infiltrati dai partiti, deliberò il trasferimento del sostituto procuratore a Trieste. Il Milana, già anziano, preferì uscire dalla magistratura e ritirarsi a vita privata. A quella domanda di Giuliano Amato potrebbe rispondere anche Michele Del Gaudio, il giovane giudice istruttore del “caso Teardo”, vale a dire della vasta associazione a delinquere socialista scoperta a Savona nell' '81. Del Gaudio, sottoposto a minacce, intimidazioni, calunnie di ogni genere e accusato, nientemeno, di essere “antisocialista” fu dirottato al tribunale civile. Dopo quell'esperienza preferì tornare nella sua regione d'origine e optare per un più tranquillo posto nella sezione lavoro del tribunale di Napoli. Oppure potrebbe rispondere il giudice Carlo Palermo che per aver avuto la disgrazia di imbattersi nel nome di Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, e nell'inchiesta su un traffico d'armi che passava per Trieste, città nella quale il magistrato lavorava, fu trasferito in Sicilia, dove subì un grave attentato mafioso da cui uscì indenne per puro miracolo, e preferì anch'egli lasciare la magistratura. A quei pochi magistrati che tentavano di “agire”, per usare l'espressione del presidente del Consiglio, i compagnucci di Amato spezzavano le gambe. Questa è la verità. In quanto agli altri ci fu certamente della connivenza. Ma anche qui la principale responsabilità: prima  che della magistratura, è dei partiti che nella loro inesausta occupazione della società avevano lottizzato anche i magistrati, soprattutto quelli inquirenti da cui potevano venire i maggiori pericoli. Anche i giudici, come i dirigenti degli enti pubblici, nazionali e locali, gli alti burocrati, i sovrintendenti teatrali, i giornalisti della Rai, i presidenti dei porti, delle terme, delle aziende di soggiorno, delle mostre, delle Biennali, delle Triennali, delle Quadriennali, dei conservatori, degli acquedotti, delle camere di commercio, delle casse mutue, dovevano arruolarsi in questo o quel partito se non volevano vedere troncate le loro carriere. E adeguarsi all'andazzo. Anche sulle toghe e sui più alti scranni dell'ordine giudiziario fu messo il marchio di partito. Per esempio Adolfo Beria d'Argentine, che per anni è stato il magistrato di rango più elevato al tribunale di Milano, era un socialista a ventiquattro carati. È semplicemente vergognoso quindi che il signor Giuliano Amato (e con lui tanti altri esponenti della nomenklatura) rimproveri oggi la magistratura di non aver fatto quello che la classe politica gli imponeva di non fare o, nei casi di disubbidienza, gli impediva, con ogni mezzo, di fare. Cos'è cambiato dall'epoca dei Del Gaudio, dei Palermo, dei Milana? È cambiato che è arrivata la Lega, cioè una vera forza d'opposizione. Prima infatti per i partiti, tutti associati nel malaffare, era facile zittire ed estromettere coloro che non stavano al gioco. Quando tutti sono d'accordo anche il nero può essere fatto diventare bianco e chi si ostina a chiamarlo nero, oltre a lasciarci le penne, fa anche la figura del cretino. Con l'arrivo della Lega, come ha ammesso lo stesso procuratore capo di Milano, Borrelli, si è aperto prima uno spiraglio poi una voragine nel cerchio chiuso dell'omertà politica. Con la presenza, finalmente, nel Paese di un'opposizione non sarebbe stato possibile far fare a Di Pietro e agli altri magistrati di Mani Pulite la fine dei Del Gaudio, dei Palermo, dei Milana senza scatenare un “putiferio”, un “tumulto”, una “gazzarra” od una di quelle altre intemperanze di cui adesso i nostri uomini politici, dopo aver in passato coperto e giustificato ben altre violenze, da quelle della sinistra extraparlamentare a quelle del terrorismo rosso, diventati improvvisamente delle mammole, si lamentano. E proprio tutta questa storia ci dice quale enorme danno sia stato per l'Italia non avere per vent'anni, da quando il Partito comunista si è consociato col potere, un'opposizione. Perché l'opposizione, buona o cattiva che sia, condivisibile o no, con la sua sola presenza tutela dagli arbitri del potere tutti i cittadini, anche quelli che in essa non si riconoscono.

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