Un Dio in punta di piedi

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La prima volta che lo vidi danzare fu nel settembre del '73 alla Scala, in Giselle, con Carla Fracci. Allora Nureyev aveva 35 anni ed era all'apice atletico, un punto delicato e pericoloso perché da quella vetta poteva solo discendere. E infatti quando lo rividi all'inizio dell'estate dell'anno successivo, al Castello Sforzesco, si era già un poco appesantito, i suoi famosi “voli” non erano più così alti, cosi naturali, così leggeri, cosi liberi, anche se la sua presenza sulla scena rimaneva quella, magica, di sempre. Ma in quella sera d'autunno del '73 Nureyev era al massimo. Per la verità lo spettacolo per tutto il primo atto e una buona porzione del secondo, era scivolato via senza grosse emozioni. C'erano stati sì i virtuosismi, solo impercettibilmente leziosi, di Carla Fracci e le prodezze atletiche di due giovani ballerini, ma parte del pubblico, quella che non conosce ogni piega o risvolto del balletto, era rimasta delusa. Il grosso pubblico era venuto infatti per Nureyev e Nureyev fino a metà del secondo atto aveva fatto poco, qualche passettino senza impegno, due o tre dei suoi famosi voli e niente più.Tutto qui? avevo pensato e questo pensiero, certo, era venuto anche ad altri. Ma verso la metà del secondo tempo dell'opera di Adam, Carla Fracci, il secondo ballerino e il bravissimo corpo di ballo erano spariti dietro alle quinte e avevano lasciato Nureyev solo sulla scena. E Nureyev, per quattro-cinque minuti non di più, aveva ballato, solo, la tunica bianca contro il fondo nero, nel bosco cupo delle Willi. Alla fine di quella danza, breve e forsennata, Nureyev si era immobilizzato sulle punte al centro della scena. Ci fu un attimo di silenzio. Poi, dal loggione, una voce gridò: «Dio!». E venne giù la Scala. Questo Dio della danza me lo trovai due mesi dopo, una mattina di novembre, mentre una pioggia fitta e leggera assassinava Londra, seduto di fronte a me e a una tazza di caffelatte bollente nel piccolo e un po' squallido ridotto-bar del Covent Garden. L'Europeo mi aveva mandato a intervistarlo. Non posso descrivere l'impressione fisica che mi  fece meglio che con le parole che ritrovo oggi su quella vecchia copia del giornale: “Ha una voce pastosa, cantante, decisamente sensuale. Guardo il suo viso mentre parla. Vedo i famosi zigomi pronunciati, come hanno tutti gli slavi, le guance un po' scavate, il taglio mongolo degli occhi che sono chiari, fra il grigio e il verde, e che oggi sorridono ma, e questo lo noterò dopo, se li guardi bene conservano sempre al fondo, sotto la superficie, qualcosa di duro, di maniacale, come se seguissero qualche segreto pensiero. Sono occhi difficili da guardare a lungo Le spalle sono larghissime su un corpo che, affondato in una specie di largo e goffo pigiama, appare più gracile che mai. Ma la cosa più straordinaria è la bocca. Una bocca splendidamente disegnata, perfetta, sensibile, mobilissima, dal pallore intenso di una rosa. Una bocca che si apre spesso a uno strano riso, un po' infantile e un po' ironico” Io ero molto teso. Nureyev era impegnato nelle prove del Meriggio di un fauno, nel pomeriggio aveva un altro spettacolo, l'appuntamento era stato fissato a metà, in modo confuso, dal fotografo, Stefano Archetti, e temevo la fama di scontrosità e sgarberia che Nureyev si portava dietro, la sua pubblicizzata arroganza. E invece fu non direi gentile, che non sarebbe la parola esatta, ma affettuoso e addirittura indifeso. Forse aveva funzionato l'ingenuo trucco di portare con me, con la scusa di farle fare da interprete, mia madre, che è russa. Nureyev si era intenerito e i due avevano cominciato a parlar fitto della grande madre Russia, degli infiniti spazi, della neve, della tundra, di Ufa e di Saratov. Insomma delle cose che entrambi si erano lasciati alle spalle da moltissimi anni. Ma la mossa di portar mia madre si era rivelala anche un'arma a doppio taglio. Purtroppo io conosco male il russo ma quel tanto che basta per capire che mia madre delle risposte di Nureyev riferiva solo ciò che le garbava (e in modo del tutto arbitrario, il che è tipicamente russo) e che modificava anche il tono delle domande che io volevo un po' aggressive e che lei invece addolciva. Quando poi chiesi a Nureyev dei suoi rapporti con le donne mia madre si rifiutò di porre la domanda, le pareva sconveniente chiedere certe cose al “caro Rudy”. Fui costretto a bypassarla, a uscir dal gioco e a rivolgermi a Nureyev in inglese Del resto lui sapeva tutte le lingue compreso anche un poco di italiano che spiccicava male ma capiva benissimo. Sulle donne Nureyev, che fin lì aveva parlato in gran libertà della sua infanzia, del suo carattere, della vodka, del bere, del suo primo maestro, Alessandro Puskin, di Fokine e Balanchine, di Roland Petit e di Petipà, di Ashton e di Gerom Robbins, fu evasivo o, se si vuole, anche troppo esplicito. Disse: «Le donne sono esseri inquietanti, forti come i marinai. Vogliono distruggere e fiaccare l'uomo. Ma non sono cose di cui ho voglia di discutere in questo momento. Parliamo, se vuole, delle donne che conosco meglio, delle ballerine. Ho una grande ammirazione per Margot Fontaine.  Naturalmente io sapevo benissimo dell' omosessualità di Nureyev. Perché era un fatto notorio e perché ne avevo avuto, per così dire, una conoscenza diretta. Nel luglio del '67 mi trovavo in una villa di Montecarlo a una resta di ragazzi “così”, come si chiamavano allora, fra di loro, in codice, gli omosessuali del jet set e il Fuori e la liberazione gay erano ancora di là da venire. A quell'epoca avevo poco più di vent'anni ed ero preda di una sorta di demonismo, ml piaceva frequentare gli ambienti “proibiti”, omosessuali, drogati, alcolizzati e, all'occorrenza, anche un po' di mala. Recitavo la parte dell'angelo che scherzava col fuoco senza bruciarsi le ali (e invece me le  sarei bruciate, eccome, anche se non con i pederasti). A ogni buon conto in quella villa di Montecarlo c'era, quella notte, tutta l'internazionale degli invertiti. E a un certo punto era arrivato anche Nureyev, molto su di giri. Era in una di quelle notti in cui, come mi avrebbe detto anni dopo, gli piaceva “stare insieme alla gente, parlare, ridere, cantare e scherzare”(ce ne erano invece altre che andava a rincantucciarsi, solo, da qualche parte o a disperdersi e dissiparsi chissà dove). In suo onore la vodka correva e molti bicchieri, dopo essere stati tracannati, furono, all'uso russo, buttati alle spalle, possibilmente contro gli specchi della lussuosa abitazione A un certo punto Nureyev afferrò un bellissimo ragazzo, un italiano, e lo trascinò in una danza vorticosa. Subito dopo i due scomparvero nelle stanze superiori della villa.Il Nureyev che sorseggiava caffelatte (ne bevve cinque o sei tazze) nel ridotto-bar del Covent Garden era molto meno inquietante. Ma pure a riposo, infagottato in quel goffo pigiamone che si era messo, si avvertiva in lui una sorta di magnetismo animale, una presenza fortissima. Era come una tigre cucciolona ma pronta a raccogliersi, in qualsiasi momento, per spiccare Il balzo. Nella nostra conversazione il demone che dormiva in lui venne fuori, per un attimo, solo verso la fine quando gli chiesi che cosa voleva dire per lui, nato povero, essere diventato un uomo ricchissimo. Rudy fece una specie di balzo, il suo largo busto si erse sopra di me, dagli occhi, che erano diventati due strette fessure, in cui brillavano tante piccole scintille, mi mandò un lungo sguardo obliquo e disse, con quella sua strana voce cantante e badando bene a scandire le parole, “I am rich of talent”, io sono ricco di talento. Ma si ricompose subito, lo sguardo si velò di ironia anche se sul fondo rimaneva qualcosa di fisso e di inquietante. «Sì, io sono stato un ragazzo povero e so cosa vuol dire vivere con duecento grammi di pane al giorno. E mi fa piacere, ora, avere del denaro soprattutto perché senza denaro ci si può trovare, a volte, in situazioni abiette, terribilmente volgari. E io odio tutto questo. Ma non sono i soldi che contano. I soldi passano e restiamo noi, con quello che ci portiamo dentro, la nostra povertà e la nostra ricchezza sta tutta in noi».E aggiunse, senza che io lo avessi ulteriormente stuzzicato, «Anche il successo passa. Quando avrò finito, quando non potrò più danzare, quando le gambe si saranno fatte pesanti e legnose, quando il pubblico non mi amerà più è solo su di me, su ciò che ho dentro, che potrò contare». Nureyev è stato molto amato, dalle donne, ma, oserei dire, soprattutto dagli uomini. Perchè, ammettiamolo, Nureyev consentiva a quel poco o a quel tanto di omosessuale che c'è in ciascuno di noi di manifestarsi senza compromettersi troppo. Era così bello, così affascinante, così singolare, così campione, che ammirarlo, amarlo, adorarlo era lecito anche a un uomo. Nureyev non è stato solo il Dio della danza. È stato il Dio della bellezza. È stato il Dio della giovinezza. Per questo ci ha fatto male al cuore vederlo ripreso, l'altra sera, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, accasciato sulla sedia, inerte. Non c'era più nulla, nemmeno nello sguardo, dell'affascinante, orgoglioso, prepotente ragazzo che era stato. E io preferisco ricordarlo in quella sera di fine estate di venti anni fa alla Scala. quando ballò solo, sprezzante verso il mondo intero, a cominciare dal pubblico adorante, compreso solo della propria arte, e un tale, interpretando ciò che in quel momento tutti sentivamo, gridò: -Dio!-

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