Scalfaro garantisca la legge e non si attacchi al telefono

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È  la prima volta nella storia, credo, che un Capo dello Stato telefona ad un detenuto per esprimergli la propria solidarietà. Io non ha alcun astio particolare per Severino Citaristi. Chiunque abbia seguito le riprese televisive del processo Cusani (tanto deprecate e invece utili anche agli imputati) ha capito benissimo che Citaristi è una persona fra le cui mani sono passati centinaia di miliardi ma nelle cui tasche non è finita una lira. Che Citaristi (come, nel Psi, Balzamo) è uno di quegli uomini che i partiti sacrificavano sulla prima linea di Tangentopoli, esponendoli ai rischi penali cui, nel contempo, sottraevano i segretari politici, e che, proprio per questo, perché maneggiavano enormi somme di denaro in conto fiduciario, dovevano essere personalmente onesti; tanto onesti da resistere alla tentazione di fare robuste creste sulla spesa. Che quindi Citaristi sia un uomo politicamente corrotto, perché ingranaggio consapevole di un sistema truffaldino, ma personalmente integro, perché di suo non ci ha guadagnato ima lira, mi pare fuor di dubbio. E può darsi che Scalfaro sia stato mosso da queste considerazioni (le considerazioni di un cittadino qualunque) quando ha deciso di esprimere, a titolo personale, la propria solidarietà a Citaristi. Purtroppo Scalfaro non è un cittadino qualunque: è il Capo dello Stato. E la sua presa di posizione, adeguatamente pubblicizzata, diventa una interferenza inammissibile ed inaudita (nel senso letterale di non mai udita) nell'operato della magistratura nel momento in cui questa fa il suo lavoro che è quello di applicare la legge. Inoltre è troppo facile, è troppo comodo, fare le “anime belle” a questo modo. Perchè da una parte Scalfaro, come Capo dello Stato, ha il diritto e il dovere di pretendere dai magistrati l'applicazione della legge così com'è (e se, per ipotesi, Citaristi fosse fuggito in Ecuador lo avremmo sentito suonare le trombe del giudizio, come abbiamo sentito suonare altri tromboni quando Felicino Riva scappò in Libano), ma dall'altra ecco che, oplà, con una abile giravolta, affermando di agire a titolo personale, fa capire di essere contrario alla crudeltà di quelle leggi scaricandone tutta la responsabilità sul magistrato che, proprio in nome suo e per suo conto, cioè del Capo dello Stato, che è il supremo garante del rispetto delle regole, le sta applicando. È una vergogna. Ancora più grave, se possibile, è stato il comportamento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Mentre infatti Scalfaro ha criticato l'operato della magistratura indirettamente con un gesto plateale e clamoroso senza però entrare in modo esplicito nel merito, Berlusconi, appoggiando l'iniziativa del Capo dello Stato, ha affermato: «Credo che di fronte alla situazione fisica e all'età del signor Citaristi le misure utilizzate siano eccessive». Ora, in nessun Paese democratico il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio possono interferire su un singolo atto della magistratura. Perché la democrazia, anche se qualcuno se ne è dimenticato, è basata sulla assoluta divisione dei poteri, a garanzia dei diritti di tutti. Se il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio ritengono troppo severe o discrezionali le norme sulla custodia cautelare (peraltro applicata, nella fattispecie, in modo ineccepibile perché a Citaristi sono stati concessi gli arresti domiciliari così come prevede il codice in caso di grave infermità o di anzianità) hanno tutti i mezzi per modificarle, ma mai e poi mai possono inventarsi, esautorando o comunque intimidendo la magistratura, una giustizia caso per caso che finisce oltretutto per risolversi in una bruciante ingiustizia per tutti coloro, e sono legione, che, trovandosi nelle stesse condizioni di Citaristi, o anche peggiori, ma non essendo amici personali del Capo dello Stato, o amici degli amici, non hanno goduto e non godono dello stesso benevolo interessamento. Sono concetti elementari questi, sono i principi basilari della convivenza civile, del diritto, della nostra Costituzione. Ma dubito che ormai, nella confusione e nell'incultura generali, possano più essere recepiti. Tiziana Maiolo, presidente nientemeno che della Commissione Giustizia, ha definito «nobilissimo» il gesto di Scalfaro e Vittorio Sgarbi, presidente della Commissione Cultura, ha invitato provocatoriamente i magistrati milanesi a «inviare un avviso di garanzia anche a Scalfaro». Quando la gestione della cosa pubblica è affidata a un simile caravanserraglio, con gente che non ha mai visto un testo di diritto in vita sua, o l'ha usato per pulircisi il sedere, vuol dire che non c'è più nulla da fare.

 


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