"L'Indipendente": l'occasione mancata

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Il primo luglio del 1960 nella tappa del Tour de France Saint Malò-Lorient fuggirono in quattro, Rivière, Nencini, Adriaessens, Junkerman, e diedero quattordici minuti di distacco al gruppo dove c'erano tutti i più celebrati campioni dell'epoca. Eravamo già nel ciclismo moderno e quattordici minuti presi in una tappa di pianura, quale era quella, da corridori importanti, che non si lasciano andar via a cuor leggero, costituivano un distacco abissale. Cosa rese possibile quell'irripetibile exploit? Il perfetto amalgama dei quattro fuggitivi. Roger Rivière, primatista dell'ora, era uno straordinario stilista, Gastone Nencini un grande passista, in quanto ad Adriaessens e Junkerman erano, in quel momento della loro carriera e vita, due autentici tori. I quattro avevano trovato una magica armonia nei cambi e interpretato la tappa come una cronometro a squadre. In più furono favoriti dalle circostanze. A quell'epoca infatti il Tour si correva ancora per squadre nazionali: Riviere era francese, Nencini italiano, Adriaessens belga, per cui le squadre più forti avevano dovuto mordere il freno e lasciare l'onere dell'inseguimento a quelle minori. Così si spiegano quegli incredibili quattordici minuti. Il lettore penserà che io stia parlando di ciclismo, invece sto parlando di giornalismo. Molto infatti assomiglia alla fuga di Saint Malò la strepitosa ascesa dell' Indipendente dal marzo del '92 all'autunno del '93. Anche qui si erano trovali insieme, per caso, quattro uomini molto diversi fra loro: Vittorio Feltri, il suo formidabile “secondo” Maurizio Belpietro, il giovane editore Andrea Zanussi, ed io, più una redazione vogliosa di rivincita ed estremamente motivata. Anche noi fummo favoriti dalle circostanze. Quando arrivai all'Indi il primo aprile del '92 si diceva che il giornale avrebbe chiuso alla fine del mese. Ma vennero le elezioni del 5 aprile con la travolgente avanzata della Lega. Sia Feltri che io eravamo stati fra i pochissimi giornalisti a guardare, fin dall'inizio, il fenomeno Lega con quell'attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà, senza pregiudiziali e sciocche demonizzazioni, e ci trovammo quindi in “pole position”. La vittoria della Lega scatenò Tangentopoli e Tangentopoli scatenò L 'Indipendente, giornale outsider che di avvenimenti di quel tipo aveva bisogno come l'aria. Lanciare la fuga non era stato facile. Feltri si spompava scrivendo un fondo al giorno e quando proprio non ce la faceva più subentravo io per consentire al mio adorato capitano di rifiatare. Poi divenne tutto più semplice. Arrivarono editorialisti da ogni dove. Far parte del giro dell'Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò da maestro questa polifonia di voci. Dalle 19.500 copie cui l'aveva lasciato l'ectoplasma similanglosassone Ricardo Franco Levi, L 'Indipendente passò a 40mila, poi a 60, poi ad 80, poi a 90, finche sfondò il muro delle 100mila copie. Una cavalcata formidabile. Davanti a noi, anche per l'insipienza della concorrenza, si stendevano spazi sterminati. L 'Indipendente pareva avviato a diventare il Giornale (col quale, del resto, eravamo già in fase di sorpasso) o la Repubblica degli anni '90 e Feltri il Montanelli o lo Scalfari dei giorni nostri. Era un sogno, a lungo sognato, che si realizzava, un'utopia, una fiaba. Ma come in tutte le fiabe che si rispettino arrivò una Fatina maligna. Per restare alla metafora ciclistica diciamo che si avvicinò al drappello dei fuggitivi l'ammiraglia di una squadra molto importante, importantissima, chi la guidava sporse la testa e disse a colui che aveva lanciato la fuga, all'indiscusso capitano: “Che ci fai con questi straccioni? Perché sprechi così il tuo sudore? Vieni con me e farò di te il corridore più grande del Reame”. Vittorio Feltri ha resistito a lungo, per mesi, alle lusinghe di Silvio Berlusconi. Quante volte ne abbiamo parlato. Quante volte l'ho scongiurato di non lasciare l'lndi. Quante volte, alla fine di una cena, dopo un paio di bottiglie di vino, pareva convinto. Invece è andato al Giornale. Perché l'abbia fatto io davvero non lo so. Molti dicono per denaro. Ma io non lo credo. Vittorio mi ha sempre detto che era perché Zanussi non gli dava i rinforzi necessari e lui non se la sentiva di continuare così. Fra i due c'erano poi delle invidiuzze molto umane, forse troppo umane. Fatto sta che Zanussi non ha fatto nulla, ma proprio nulla, per trattenere Feltri. Si illudeva che la fuga potesse continuare anche senza il suo leader. E adesso che si è reso conto che il giornale, che con Feltri era valutato sui cinquanta miliardi, non vale più una lira, va a sbattere come una farfalla impazzita e agonizzante contro i vetri di ogni finestra. In quanto a Feltri, io l'ho visto il giorno che decise di mollare L 'Indipendente: era terreo. Sapeva benissimo che abbandonava un sogno, un'utopia, una fiaba, la fuga buona. Sapeva benissimo che da allora in poi avrebbe vinto ancora molte tappe ma che il Tour della sua vita era perduto per sempre. Sapeva benissimo di aver buttato via un sogno, un'utopia, una fiaba, la fuga buona che ci aveva permesso di rifilare, noi ragazzacci, quattordici minuti al gruppo dei migliori. E che quell'occasione, quella magica tappa di Saint Malò, non si sarebbe ripresentata mai più.

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