La sinistra esagera quando attacca il Cavaliere

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Chi segue questo giornale sa, penso, che io non ho alcuna simpatia politica per Silvio Berlusconi. Mi sembra però che le sinistre stiano dando nei confronti del cavaliere e di ogni suo atto, anche il più marginale, prove di faziosità, di malafede e addirittura,  in alcuni casi, di una ferocia totalmente sproporzionata ai fatti, che finiscono, per una sorta di beffarda eterogenia dei fini, per favorirlo, un po' come accadde durante la campagna elettorale quando, dipingendolo come il Demonio reincarnato, una specie di Anticristo della Brianza, si riuscì a fare di questo modesto signore una stella politica di prima grandezza. Prendiamo l'ultima occasione di scontro fra Berlusconi e le opposizioni: gli spot che il governo sta mandando sulle reti Rai per spiegare le ragioni dei tagli che intende operare sulle pensioni. Il progressista Carlo Rognoni, vicepresidente del Senato, ha affermato che l' iniziativa è «aberrante» anche «pubblicizza proposte di legge o decreti legge sub iudice e non norme definitivamente entrate nell' ordinamento» . Peccato che lo stesso Rognoni, insieme a tutta la pletora dei progressisti, avesse azzannato anche gli spot che il governo aveva mandato in onda quest' estate per pubblicizzare ciò che aveva già fatto e cioè, per usare le stesse parole di Rognoni, «norme definitivamente entrate nell' ordinamento» (gli spot del famoso, o famigerato, “Fatto”).  Rognoni dovrebbe almeno mettersi d'accordo con se stesso. Se il governo fa gli spot prima non va bene ma se li fa dopo non va bene lo stesso. Mi pare la storia del lupo della famosa favola, al quale nulla di ciò che faceva l'agnello andava bene e cercava solo dei pretesti per divorarlo («Se non sei stato tu saranno stati i tuoi genitori»). Non dissimili, per incoerenza, le dichiarazioni di Fabiano Crucianelli di Rifondazione comunista: «Non potendo avere sei telegiornali come quello retto da Fede, Berlusconi si affida agli spot». Oh bella; Ma non si è detto e scritto fino alla nausea che il Cavaliere possiede, di fatto, tutte le reti televisive, pubbliche e private, e che, con le recenti nomine Rai, ha messo alla testa dei tg i suoi tirapiedi? E allora, come la mettiamo? Fabio Mussi, vicepresidente dei deputati pidiessini, ha detto: «In Italia non c'è più un governo, ma una banda di pataccari e di truffatori». Ci sarebbe piaciuto che queste dichiarazioni, di inaudita violenza, Fabio Mussi le avesse fatte anche quando al governo c'erano i Craxi e i Forlani e l'ex Pci (e Mussi con esso, in prima fila, perché non è un politico di primo pelo) tettavano con democristiani e socialisti e scambiavano con costoro favori sottobanco. Un poco più pacatamente si è espresso il segretario della Cisl, Sergio D' Antoni, che ha affermato che gli spot sono zeppi di «clamorose bugie». Ma la questione non è questa. La questione è se un governo abbia o no il diritto di pubblicizzare e cercare di spiegare, attraverso le Televisioni di stato, i suoi provvedimenti. A me pare proprio di sì. Non vedo perché in questo Paese dove tutti dicono ciò che gli pare e piace, solo il governo italiano debba essere sottoposto a censura e non possa nemmeno illustrare la propria attività. Del resto è quanto fa la Bbc inglese senza che nessuno oltreManica, dove pur si è attentissimi alle questioni di libertà, vi trovi materia di scandalo. Certo in Inghilterra la situazione è diversa: accanto a una sola rete di Stato, che dipende direttamente dal governo (appunto la Bbc) ce n'è una pluralità d'altre, private. E qui il discorso rimanda ad un problema più generale e un pochino più serio. La vera responsabilità del governo Berlusconi non è quella di fare degli spot, ma di non aver ancora approntato, a sei mesi dal suo insediamento, una seria legge antitrust che smantelli, nel settore dell'informazione, sia l'oligopolio pubblico che quello privato, consentendo un'effettiva pluralità di voci. Peraltro la neghittosità di Berlusconi è fortemente favorita dall'atteggiamento dei dipendenti della Tv di Stato che, con l'aiuto delle sinistre, oppongono una sorda resistenza alla riduzione delle reti Rai ad una, o al massimo a due, facendo finta di non capire che, giunti a questo punto, il “disarmo” non può che essere bilaterale e contemporaneo e che così facendo finiscono per legittimare l'esistenza delle tre reti Fininvest. Cosa di cui, naturalmente, il Sire di Arcore è ben contento. Ma una volta che, attraverso una legge antitrust, il quadro della nostra informazione fosse ricondotto a quello delle altre nazioni civili, non si vede perché il governo, che rappresenta pur sempre la maggioranza dei cittadini, non debba avere un proprio canale informativo (cosa che, oltretutto, taglierebbe finalmente le teste dell'idra delle lottizzazioni e delle Spartizioni perché il rapporto sarebbe chiaro e dichiarato: si tratterebbe infatti, Come per la Bbc, di un rete che dipende direttamente dal governo cui spetterebbero quindi le nomine dei dirigenti, (così come è Agnelli che nomina il direttore della Stampa). Un canale attraverso il quale possa fare innanzitutto una politica latu sensu culturale. Ma anche, quando lo ritiene opportuno, degli spot.

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