Ma questa è follia istituzionale

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Gli uomini politici della cosiddetta Prima Repubblica erano quello che erano ma, non foss'altro che per il lungo uso del potere, conoscevano i meccanismi istituzionali e, in linea di massima, li rispettavano (anche se c'era già stata qualche pericolosa “sforatura”, prima con san Pertini e poi, soprattutto, con Cossiga l' ”Esternator”). Per cui se il regime era marcio al suo interno, almeno l'involucro risultava sano. Cosa non priva di importanza perché si poteva sperare che, succhiato via il pus, la nuova classe dirigente avrebbe potuto avvalersi di strutture istituzionali ancora salde seppur bisognose di qualche rammendo. E invece no. Gli uomini della Prima Repubblica avevano fatto strame della sostanza della democrazia, quelli della Seconda ne stan distruggendo anche la forma. Credo che nulla sia in questo senso più emblematico e renda l'idea dello spregio delle istituzioni, delle leggi, delle regole, del diritto, oltre che dell'insipienza mista ad arroganza e protervia, dell'ormai famosa denuncia, poi degradata ad esposto, poi a lettera, che, fortissimamente voluta da Giuliano Ferrara, il Consiglio dei ministri ha inviato al Capo dello stato in merito ad un presunto comportamento scorretto, o addirittura penalmente rilevante, del procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli. Una vicenda comica se non si trattasse di cose tremendamente serie. Che cosa c'entrava infatti il Capo di Stato in una faccenda del genere? Nulla. Se, riesumando un dimenticato articolo del Codice Rocco, il 289, si riteneva che l'intervista di Borrelli al Corriere configurasse un “attentato alle attribuzioni del governo”, la denuncia (o l'esposto o la lettera) andava inviata alla magistratura ordinaria, l'unica competente in materia di reati. Se invece, più comprensibilmente, si pensava che quella di Borrelli fosse un'infrazione disciplinare, ebbene nel governo c'è un ministro, quello di Grazia e Giustizia, che, col Procuratore generale della Cassazione, è uno dei due soli soggetti che ha facoltà di promuovere autonomamente l'azione disciplinare nei confronti di un magistrato (art. 107 Cost.). Alfredo Biondi poteva e doveva quindi agire attivando il Csm, invece che ricorrere alla irrituale e tortuosissima via della denuncia (o esposto o lettera) al Capo dello Stato il quale altro non ha potuto fare (dopo aver ottenuto fosse degradata a lettera) che trasmetterla al Csm. Si è cioè chiesto a Scalfaro, trattandolo come un postino, di fare ciò che doveva fare Biondi. C'è una logica in questa follia istituzionale. Il capo del governo, Silvio Berlusconi, sapeva benissimo, e sa, di essere troppo compromesso e sospetto per poter promuovere, attraverso il suo ministro di Giustizia, un'azione disciplinare proprio contro un magistrato titolare di inchieste che, più o meno direttamente, lo riguardano. La manovra sarebbe stata troppo scoperta. E allora la fervida mente di Ferrara ha escogitato il marchingegno per passare la palla al Capo dello Stato perché fosse lui a fare l'assist decisivo al Csm. E la manovra, tutto considerato, è riuscita. Borrelli è sotto inchiesta.Non si può dire, onestamente, che non se la sia andata a cercare. Non è in alcun modo accettabile che un magistrato, attraverso oltretutto un'intervista e con frasi sibilline e allusive, prospetti l'esito di indagini delicatissime di cui è titolare. Ma è anche vero che Borrelli ha perlomeno l'attenuante della provocazione perché, un paio di giorni prima Silvio Berlusconi, con frasi altrettanto sibilline ed allusive, aveva minacciato di ricondurre alla ragione “i magistrati che godono di troppa popolarità”. E anche questo forse, caro Ferrara, meritava una denuncia, un esposto o almeno una lettera. Perche se è inammissibile che i magistrati minaccino il presidente del Consiglio altrettanto inammissibile è che il presidente del Consiglio minacci i magistrati tanto più se stanno conducendo inchieste che lo riguardano. Come andrà a finire la vicenda Borrelli davanti al Csm è difficile divinare. Basta pensare che il più autorevole membro del Csm, in quanto, come Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, ne fa parte permanente e di diritto, ed è anche titolare dell'azione disciplinare, è quel Vittorio Sgroi che, senza ombra di vergogna, ha ammesso di non averla mai esercitata nei confronti dei magistrati di Mani Pulite per timore della loro “popolarità”. Se questo è il senso del dovere del Procuratore generale della Corte di Cassazione, la più alta carica della magistratura inquirente, stiamo freschi, davvero un bell'esempio da additare ai giovani. E se gli altri esponenti del Csm sono della sua stessa pasta allora vorrà dire che Borrelli verrà sanzionato o prosciolto a seconda che nel Consiglio superiore della magistratura prevalga il timore della “popolarità” dei giudici di Mani Pulite o il timore del governo. Intanto il cittadino assiste attonito a questo pornoshow in cui variamente si mischiano dilettantismi, arroganze, prepotenze, vigliaccherie, esibizionismi incrociati, vendette, ritorsioni, che hanno un unico denominatore comune: il più sovrano disprezzo delle istituzioni, delle leggi, del diritto. La Prima Repubblica ci ha scippato dei quattrini, ma la Seconda rischia di crollarci letteralmente addosso sotto l'osceno peso dei Giuliano Ferrara.

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