Pivetti: io dico che è un atto di coraggio

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Lo confesso: all'elezione della Irene  Pivetti mi sono quasi commosso. Lo so, lo so, che non avrei dovuto, che non dovrei. Soprattutto dopo che la neoeletta, già nel discorso di insediamento, ha fatto la sua prima scivolata invocando il nome di Dio in un luogo in cui è meglio che Dio resti fuori perché solo una parte degli italiani è religiosa mentre il presidente della Camera li rappresenta tutti. Ma, insomma, non si può ragionare sempre in termini politici. Ciò che mi ha preso, che mi ha fatto tenerezza è l'età di colei che è diventata, da domenica, una delle massime autorità dello Stato. Irene Pivetti, con i suoi trentuno anni appena compiuti, è ancora, a tutti gli effetti, una ragazza. E che sia ancora una ragazza, con le fragilità del caso, lo si è visto anche nella giornata del suo insediamento. Quando, nel momento in cui è scattato il quorum, la Camera si è sciolta nel consueto applauso liberatorio e sanzionatorio, la Pivetti ha ricevuto, felice, l'abbraccio di Umberto Bossi e una rosa da una collega, ma poi a poco a poco, mentre Alfredo Biondi continuava lo spoglio delle schede e lei cominciava a rendersi conto davvero di quale onore, ma anche di quale tegola, le fossero caduti sulla testa, il suo viso si è fatto piccino piccino, smunto smunto, perdendo ogni ombra di sorriso. Irene Pivetti la leghista, la «dura», la cattolica intransigente che aveva avuto il coraggio di dire la sua all'intrigante e potente cardinale Martini e di mettersi addirittura in rotta di collisione con il Papa una delle tante volte in cui Wojtyla era entrato a piedi uniti nella politica italiana, stava facendo un enorme sforzo per trattenere le lacrime. E si è salvata con uno di quei gesti tipicamente femminili, adorabili (il passare rapido della mano a spostare all'indietro la massa dei capelli) cui le ragazze, anche le più austere, sono solite ricorrere, quasi meccanicamente, quando si trovano in un qualche imbarazzo, per riaffermare la propria civetteria e, insieme, il proprio orgoglio di donne. Ma anche il discorso dell'investitura, pronunciato con il volto teso, irrigidito, imbruttito, quasi inscimunito, come quello di una bambina cui sia stata affidata una responsabilità troppo grande, mentre la voce roca sembrava sempre sul punto di incrinarsi, ha sofferto di questa emotività giovanile e femminile. Niente a che vedere con quell'altro discorso, articolato, argomentato e giudiziosamente noioso, che, quasi in contemporanea, stava pronunciando il ben più scafato Carlo Scognamiglio, rampollo della Milano-bene e astuto social climber, davanti ai senatori e ad uno Spadolini affranto. Trent'anni. Irene Pivetti non ha conosciuto la guerra nè il dopoguerra, è nata durante il ,«boom» economico, aveva cinque anni nel '68. La sua giovinezza è scandalosa. Ma ancora più scandaloso è che le sinistre, che per anni, a partire appunto dal '68, si sono fatte megafono e portatrici di un giovanilismo fracassone quanto demagogico ed inconcludente, che ha finito per risolversi in una turlupinatura per quegli stessi sessantottini facendoli rimanere al palo della propria giovinezza, scoprano che quella della gioventù è una retorica del Fascismo proprio adesso che, dopo tante chiacchiere, viene finalmente affidato ad un giovane, ad una giovane, un incarico concreto, prestigioso e di altissima responsabilità. Anche se capisco che Irene Pivetti ci fa sentire, di colpo, tutti più vecchi e che questo è un boccone difficile, e amaro. da mandar giù. Trent'anni. Non voglio fare qui, a mia volta, la mitologia della giovinezza. Ho troppo presenti le parole con cui Paul Nizan inizia il suo Adell Arabia: «Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita». Epperò quello di portare, come ha fatto il cosiddetto «Polo delle libertà», Irene Pivetti alla terza carica dello Stato, mi è sembrato un atto di coraggio, teso, dopo tante ipocrite lusinghe, a coinvolgere concretamente, oltre che simbolicamente, i giovani nella costruzione di un futuro che comunque, per definizione, appartiene innanzitutto a loro. Io, almeno, spero che sia così, mi auguro che sia così. Anche se altri segnali vanno in direzione del tutto opposta. vedo, per esempio, che sulla Repubblica Silvio Berlusconi, dopo essere stato dipinto come Cavaliere nero, criptofascista, Grande Fratello, aspirante dittatore, viene trattato, soprattutto nei servizi di cronaca, ma non solo in quelli, con ben altro tono mentre un suo articolo (chi l'avrebbe immaginato fino a pochi giorni fa?) trova ospitalità sul quotidiano di Scalfari. Ho l'impressione che, come avevo preconizzato in un'altra occasione, Berlusconi e De Benedetti, dopo le baruffe di facciata affidate ai loro palafrenieri, si stiano già mettendo d'accordo. Perché nella storia del capitalismo passano i regni, le dittature, i fascismi, le prime e le seconde Repubbliche, ma, qualsiasi sia il regime, i poteri reali, cioè quelli economici, trovano sempre il loro gentleman's agreement (chiamiamolo così) per poter continuare comunque a tener sotto, strumentalizzando magari l'ingenuità e la purezza di intenti delle lrene Pivetti del momento, i poveracci e gli sconfitti di sempre.

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