Quando Roma campava coi soldi Rai

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Giorgio Bocca ha suscitato scalpore dichiarando che esistono, o comunque sono esistiti fino al resentissimo passato, «centinaia di intellettuali di sinistra pagati senza far niente per collaborazioni alla Rai». Qualcuno, come Giuseppe Tamburrano, sentendosi nel mirino, si è anche indignato. Altri, come Enrico Vaime (critico dell' Unità oltre che autore televisivo) e Andrea Barbato (altro indiziato), hanno minimizzato. Altri, come lo scrittore Giorgio Montefoschi, hanno tuonato: «O Bocca fa i nomi o chiede scusa». Durante il predominio della partitocrazia demo-social-comunista in viale Mazzini avere i nomi di questi collaboratori fasulli o semifasulli era quasi impossibile. Perché la Rai aveva deciso -e la cosa è già di per sè eloquente- che alla conoscenza di questi ruoli di spesa non avesse accesso nessuno, nemmeno il Consiglio di Amministrazione. Solo il collegio dei Sindaci era autorizzato a sapere. E Sandro Curzi conferma oggi di aver chiesto infinite volte, quando era direttore del Tg3, le liste dei collaboratori esterni e di non averle mai avute. Adesso che il vento politico è cambiato  non dovrebbe essere difficile sapere come stanno le cose.Comunque che l'intera Roma intellettuale, giornalisti, scrittori, sceneggiatori, registi abbia vissuto per decenni, e  ancora viva, succhiando il latte a Mamma Rai senza dare molto spesso nessuna seria prestazione è cosa talmente notoria e visibile che solo dei tartufi o dei corrotti possono negare. In proposito ho anch'io da raccontare un paio di cosette. Nel '79 abitai per qualche mese a Roma perché la redazione dell' Europeo, dove lavoravo, si era trasferita da quelle parti (fu l'unico caso, credo, nella storia del giornalismo italiano in cui non fu il direttore -nella fattispecie Mario Pirani- a spostarsi nella città dove aveva sede il giornale ma il giornale a trasferirsi dove abitava il direttore). Conoscendo poco l'ambiente, mi facevo pilotare dopo cena per Roma dalla mia amica Barbara Alberti. Una sera capitammo in casa di Laura Betti. C'era tutto il milieu intellettuale romano dell' epoca, da Alberto Moravia, che stava seduto su un suo trespolo a farsi omaggiare dai sottoposti, ad Enzo Siciliano, passando per registi, aiuti, attori, sceneggiatori, scrittori, sociologi paraninfi e paraculi e giù giù fino alle mignottine travestite da giornaliste. Ad un certo punto, verso mezzanotte, fece il suo ingresso un uomo di mezza età con uno zucchetto in testa, nè bello nè affascinante, che non conoscevo. E subito la folla degli invitati, abbandonando improvvisamente la mummia Moravia sul suo trespolo, gli si fece incontro squittendo e dolcemente chiamandolo «Paolo, Paolo» cominciò a coccolarlo, a vezzeggiarlo, a sfiorarlo con dolci gesti amorosi. E lui, l'uomo dello zucchetto, accoglieva queste cerimonie, le toccatine e i baciamano, sornione, con regale condiscendenza, quasi con degnazione, snobbando la folla sospirante che gli si accalcava attorno. Alla fine anche Moravia scese dal trespolo e, zoppicando, si fece incontro all'uomo e gli rese omaggio. Sorpreso, chiesi a Barbara: «Chi è quello lì?». «Ma come, non lo sai? È Paolo Valmarana». «E chi è?». «È il capo della struttura programmazione della Rete Uno, per il settore cinema». Tutta la Roma intellettuale dipendeva da lui o dai suoi equipollenti E che si trattasse di rapporti quasi sempre clientelari, e molto spesso truffaldini, lo toccai con mano un paio di anni dopo quando potei fare per il settimanale, non a caso giornale di destra, un' inchiesta intitolata "Chi mangia su Mamma Rai" (il settimanale, 19/5/81). Scrissi allora: «Se la Rai è matrigna con la gran parte dei dipendenti è invece generosissima all'esterno, verso un certo milieu intellettuale che le ruota attorno e le fa corona. È il mondo dei collaboratori, degli “articoli due”, degli esperti, dei consulenti, degli scrittori, dei registi e delle mogli, dei figli e dei nipoti». Mi disse in quell' occasione Enzo Tortora: «Mezza Roma campa facendo monografie sulla sessualità dei grilli o consulenze sulla Mesopotamia. Se la Rai decidesse improvvisamente di chiudere i rubinetti mezza Roma non manderebbe i figli a scuola». E un altro dirigente Rai, pregandomi di mantenere l'anonimato, confermò: «A Roma ci sono intere famiglie catto-comuniste e radical-chic che campano sulla Rai. E quando dico campare intendo che portano a casa cinque milioni al mese. Ma non c' erano solo, come diceva Tortora, le consulenze sulla sessualità dei grilli. C'erano, e ci sono, delle vere e proprie truffe organizzate. La più comune riguardava, e credo ancora riguardi, i soggetti e le sceneggiature false. Cioè sceneggiature e soggetti commissionati col tacito accordo che non verranno mai realizzati, e quindi carta straccia battuta in qualche modo a macchina. I cassetti di viale Mazzini, e ora di Saxa Rubra, sono pieni di questi finti lavori. Non c'era quindi bisogno di Giorgio Bocca e delle sue estemporanee e tardive, molto tardive, dichiarazioni per sapere cose che tutti sapevano e che erano già state denunciate nel lontano 1981. E non c'era proprio bisogno dell'input di Bocca perché Fabrizio Del Noce, ex inviato Rai e ora, come deputato di Forza Italia, autorevole membro della Commissione parlamentare di vigilanza, proponesse l'apertura di un'inchiesta. Anche Del Noce sapeva benissimo come stavano queste faccende in Rai (ma lo perdoniamo volentieri perché è uno di quelli che, da giornalista, ha passato troppo tempo a lavorare e a farsi il mazzo su tutti gli scacchieri del mondo per poter pensare ad altro). Comunque se l'inchiesta promessa da Del Noce si farà sarà benvenuta e quanto mai opportuna e giusta. Perché chi ha preso cachet dalla Rai senza far nulla, od ottenendo compensi del tutto sproporzionati al lavoro svolto, non è in una posizione diversa da chi ha preso pensioni di invalidità senza averne diritto. Moralmente è anzi assai più ripugnante perché, a differenza dei falsi invalidi, non aveva l'acqua alla gola ma rubava per il surplus proprio come i protagonisti di Tangentopoli. Spesso poi si tratta di persone che ci hanno fatto la morale per decenni. Se quindi l'inchiesta si farà ne vedremo delle belle. Importante però è che ripulita la mangiatoia dagli intellettuali di sinistra non venga occupata da quelli di destra. Altrimenti saremmo da capo.

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