Vizi privati e pubbliche virtù di Sciaboletta

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Giovanni Spadolini ci mancherà. Per i suoi difetti e per le sue virtù che erano, entrambi, smisurati ed eccessivi come la sua stazza fisica prima che si ammalasse. Uomo ipertrofico, egocentrico, narciso, innamorato di sè, incapace di sopportare qualsiasi critica senza diventare paonazzo, Spadolini è stato per anni, anzi per decenni, uno dei bersagli preferiti della satira, prima quella del mitico Fortebraccio che lo chiamava “ Sciaboletta “ poi di Forattini che usava raffigurarlo enorme e con un cazzino piccolo piccolo ad indicare la sua assoluta mancanza di virilità. Ed era vero. A Spadolini mancava in modo totale il coraggio fisico. Fascista convinto ed entusiasta, al momento del dunque se la fece addosso e fu mandato paternamente a casa da un esponente del Cln cui parve maramaldesco infierire su quel ragazzo impaurito. Quando, nel maggio del '68, ci fu il famoso attacco degli extraparlamentari al Corriere della Sera, di cui “Sciaboletta“ era allora direttore, Spadolini scomparve,fu trovato, a cose fatte, tremante, nel cesso. E ci volle del bello e del buono per convincerlo ad uscire e che il pericolo era passato. Arrivato vergine a quarant' anni, quando assunse la direzione del Corriere mandò un enorme mazzo di rose rosse alla proprietaria, Giulia Maria Crespi, accompagnandolo con una proposta di matrimonio. Si coprì di ridicolo. Del resto il ridicolo era la dimensione in cui Spadolini sguazzava costantemente anche se, così preso di sé, o forse proprio per questo, non se ne accorgeva. Quando quella stessa Giulia Maria Crespi lo cacciò con ignominia e sarcasmo dal Corriere, Spadolini non fece una piega, accettò umiliazione e ridicolo accontentandosi di un contratto di collaborazione di sei milioni che andò in giro sventolando, contento come un bambino. Giovanni Mosca mi disse, allora, sconsolato: «Non si può difendere chi non si vuoI difendere». Del resto per Spadolini il giornalismo, in cui era entrato per la porta principale, prima direttore della Nazione e poi del Corriere, senza mai conoscere i sudori della cronaca, era solo un momento di passaggio. Aveva ben presente quel principio che dice “il giornalismo è il più bel mestiere del mondo, a patto che se ne sappia uscire al momento giusto “. Spadolini amava da sempre la politica e il potere e in questo ruolo, prima come segretario del Partito repubblicano poi come presidente del Consiglio, avrebbe dato il meglio, o il peggio, di sé. Era un uomo dalla vanità incontenibile, quasi fanciullesca. Quando l' Italia, nel 1982, vinse i campionati del mondo lui, che non aveva mai dato un calcio a un pallone in vita sua, disse vezzosamente: «Non è un caso che questa vittoria arrivi col primo presidente del Consiglio laico». Non aveva senso della misura, delle proporzioni e, appunto, del ridicolo. Si rimirava allo specchio, dall' alluce all' ombelico, provando quei brividi di piacere che non aveva mai conosciuto con una donna, ed era soddisfatto cosi. Ma esiste anche un altro Spadolini. Era un uomo di straordinaria cultura. La sua biblioteca privata (40 mila volumi) non aveva pari in Italia se non in quella di Enrico Falqui. Era un uomo onesto. Amava il potere, come sublimazione delle sue numerose impotenze, non i quattrini. Non era un corrotto e nemmeno un corruttore, in questo simile ad altri ”grandi vecchi” della sua generazione politica, come Fanfani che al tempo in cui lo conobbi io, al massimo della sua potenza, viveva in una modesta casa condominiale di via Platone, a Roma, mentre il suo addetto stampa, Giampaolo Cresci, possedeva case e ville sesquipedali. Spadolini era, a modo suo, un puro, un fanciullo. Credeva nelle Istituzioni anche se troppo spesso tendeva ad identificarle con se stesso. E, soprattutto, credeva a quel Risorgimento e a quell' Italia liberale a cui culturalmente e politicamente, aveva dedicato tutte le sue energie, anche perché non aveva nient' altro di meglio da fare; Era un uomo privo di affetti, tranne quello, fortissimo, per la madre (di cui seguì costantemente, in modo macabro, l'agonia fotografandone la decadenza e la decomposizione) che spiega molti lati del suo carattere e della sua inconsistenza virile. Essendo privo, nonostante la mole e l' apparenza, di corpo, Spadolini era un uomo di idee e di concetti. In questo ha espresso il meglio di se stesso, nei suoi libri e nella sua attività politica. Era un uomo di ragione, un figlio dell' Illuminismo, col quale si poteva ragionare, a patto di accettarne le infantili suscettibilità. Era uno storico e un professionista della politica. E io credo che abbia cominciato a morire quando ha visto intorno a sé tanti dilettanti che nulla sapevano né di politica né, tanto meno, di storia. Ha capito che il suo tempo era definitivamente passato. In un ultimo guizzo di vitalità tentò di ridiventare presidente del Senato (per lui le cariche roboanti avevano un senso narcisistico, ma non solo tale perché, come si è detto, nelle Istituzioni ci credeva davvero ) ma fu trombato nel più volgare dei modi e gli si inflisse così un' amarezza che non seppe dissimulare e che gli si sarebbe potuto risparmiare non tanto da coloro che lo bocciarono quanto da coloro che, cinicamente, lo avevano proposto. Da quel momento Spadolini, smagrito e pallido, non fu più lui. Poteva vivere solo nella propria ipertrofia. E il suo corpo, che aveva tanto negletto, col suo depauperarsi gli ha dato l'avvertimento che anche la sua avventura, tutta intellettuale, culturale e politica, era finita prima che fossero gli altri a decretarlo. Il suo corpo, in fondo, è stato più pietoso di quanto non lo siano stati i suoi avversari. Gli ha detto puramente e semplicemente: la tua storia è finita, non c' è più posto per te in questa cosiddetta seconda Repubblica fatta di improvvisati, di ciarlatani e anche di narcisi, ma di terza e quarta schiera. Caro, vecchio, inguaribile fanciullo Spadolini, ci mancherai. Molto. Perche rappresentavi un' altra Italia, un' Italia che, liberale o comunista che fosse, credeva profondamente, nonostante le umane debolezze dei suoi protagonisti e quindi anche le tue, a quello che faceva e ai valori che proclamava. Caro Spadolini, ti abbiamo tanto dileggiato in vita, per i tuoi umani difetti, e ne avevi tanti e grandissimi, ma adesso ci accorgiamo che con te se ne va un pezzo d'Italia, dell' Italia migliore.

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