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Alberto da Giussano sfrattato da Pontida

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Sullo storico «pratone» di Pontida, dove Umberto Rossi è abituato a tenere da anni le sue infocate adunanze, attorniato da migliaia di fedelissimi vibranti di commozione alle barricadiere parole del Capo, su quella distesa, simbolo e mito della storia della Lega, che ha visto nascere prima Repubblica del Nord e poi la Padania, su quel suolo sacro che nessun leghista può calpestare senza essere scosso da brividi d'emozione, sorgeranno fra poco anonimi casermoni, borghesissimi uffici, commercialissimi negozi. Lo ha deciso il consiglio comunale della cittadina di Pontida, dando il suo assenso a un piano di lottizzazione edilizia che, a maggior beffa e scorno dei seguaci del Carroccio (sempre lì a protestare contro la stritolante pressione fiscale di «Roma ladrona» ), porta il significativo nome di Torchio. E che cosa fa la Lega di fronte allo stupro di questo «luogo dell'anima» che, sia pur con le debite proporzioni, ha per i suoi militanti lo stesso significato che Piazza San Pietro ha per i cristiani o la spianata della Mecca per i musulmani? Imbraccia i kalashnikov, mobilita i «bergamaschi in armi», acquista «pallottole da trecento lire», va a «prendere uno a uno, casa per casa» i consiglieri comunali che hanno osato e perpetrato I' oltraggio, manda le camicie verdi, organizza manifestazioni di piazza, fa perlomeno un comizio piccolo piccolo? No, la Lega si sposta un po' più in là e già sta cercando altri prati alternativi nella insignificante località di Cisano o lungo la linea ferroviaria Lecco-Bergamo. Per la verità i consiglieri comunali leghisti di Pontida avevano chiesto di poter almeno innalzare sul «pratone» un monumento a ricordo delle loro storiche adunate. Ma nemmeno questo è stato loro concesso. E anche se il segretario provinciale dei lumbard, Daniele Relotti, ringhia: «Ma noi lo realizzeremo lo stesso», si capisce subito che non se ne farà nulla. L'episodio dovrebbe tranquillizzare e tacitare coloro che continuano a gridare che la Lega è un partito eversivo. Non s'è mai visto un movimento rivoluzionario che si fa scippare il proprio simbolo, la propria anima, il proprio cuore dai burocrati di una microamministrazione comunale. L'eversione di Rossi è solo virtuale, come il pulcino Tamagochi, è fatta di parole, di abbaiate, di ringhi, di segni, di colori di bandiere, di riti, di simboli e forse nemmeno più, visto che il simbolo dei simboli,il «pratone» di Pontida, la Lega se lo sta lasciando portar via andandosene a comprare, borghesemente, un altro. E non potrebbe essere diversamente. A Pale, un pugno di uomini sta impedendo da mesi alle preponderanti forze Nato e agli americani di impadronirsi di Radovan Karadzic, «criminale di guerra» per i vincitori a tavolino della pace di Dayton, emblema di una lotta di liberazione per i serbo-bosniaci. Ma non siam serbi, siamo padani. Dalle nostre fondine possiamo tirar fuori, al massimo, il telefonino. Siam padani, abituati a mugugnare e a far la vociona ma poi, al momento del dunque, ad abbassare la testa, a farsela sotto, disposti a essere torchiati, tosati come pecore, bastonati come asinil. Nemmeno uno sciopero fiscale siamo riusciti a organizzare. Bossi l'ha sempre minacciato, ma non lo ha mai seriamente proposto. Perchè, per quanto farnetichi di bergamaschi, di valli, sa benissimo che i suoi mitici e immaginari padani non «c'han le palle», che alla prima visita della Guardia di Finanza si calerebbero le braghe e si metterebbero, come dicono i toscani che un po' più di sangue ce l'hanno, a bucopunzonj. Così il leader della Lega ha ripiegato sullo sciopero delle lotterie, ma nemmeno quello i padani han saputo fare; nei bar di Bergamo, di Lecco, di Varese, nelle mitiche valli, si continua a giocare accontentandosi della rivoluzione virtuale, del pulcino Tamagochi, del fatto che il Capo «gliel' ha cantate a quelli là di Roma». E intanto «quelli là» continuano a fare le cose di sempre, i riti, i balletti, gli inciuci, le soperchierie, le ruberie di sempre. Per- che sanno che siam capaci di abbaiare ma non di mordere. Non siamo serbi, ma nemmeno baschi o irlandesi o corsi. Siamo italiani, peggio padani, abituati da secoli a essere dominati da tutti e liberati dagli stranieri. Eppoi, qui al Nord siamo troppo ben pasciuti, troppo grassi, troppo poco puntuti e duri, le nostre case sono troppo piene di gadgettoni, di televisori, di videoregistratori, di compact disc, di suppellettili, di soprammobili, di ninnoli, di comodini, di giudiziose tendine, di comfort piccolo-borghesi. Abbiamo mangiato troppo panettone per far la rivoluzione. Ce l'abbiamo duro solo nell'immaginazione di Bossi, in realtà non è nemmeno «basanotto», è moscio da far schifo. E la Lega, con la sua ecolalìa, simboleggia bene questa nostra impotenza. Un movimento rivoluzionario che non sa nemmeno difendere il luogo del proprio culto e se lo lascia portar via da un'agenzia immobiliare non è una cosa seria. È una parodia.

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