Il suicidio dell'imprenditore di Desio, Ambrogio Mauri, che si è ucciso lasciando una lettera in cui è scritto: «Dopo Mani Pulite tutto è tornato come prima... L'onestà non paga. La correttezza e la trasparenza non pagano», ha portato alla luce un aspetto sempre trascurato in questi anni: quello delle vittime di Tangentopoli. Le vere vittime. Finora infatti una propaganda interessata, condotta dai vari Liguori, Sgarbi, Ferrara, aveva presentato come vittime di Tangentopoli quegli imputati, come Gabriele Cagliari, che, travolti dalle inchieste giudiziarie, si sono tolti la vita. Più in generale per «vittima» di Tangentopoli si è inteso chi è stato colpito dalle indagini della magistratura, uscendone malconcio. Ma tutti costoro non sono vittime che di se stessi. È per loro volontà e responsabilità - e non per la malvagità dei pubblici ministeri - che si sono andati a cacciare in situazioni che poi non sono riusciti emotivamente a sostenere. Il caso di Ambrogio Mauri è completamente diverso. Era un imprenditore onesto, una persona perbene, un uomo d'altri tempi che aveva alto il senso della propria dignità. Mauri in questi anni, come ha ricordato il figlio Carlo, «aveva visto scomparire i valori che gli avevano insegnato e in cui lui aveva creduto». Un simile pesce fuor d'acqua non aveva avuto nemmeno bisogno di rifiutarsi di pagare tangenti; non gliele avevano nemmeno proposte e il sistema lo aveva piano piano, silenziosamente, emarginato. Così a 66 anni, vedendo finire in nulla una vita di lavoro, si è ucciso. Naturalmente quello di Ambrogio Mauri è un caso limite: non tutti gli imprenditori onesti si suicidano per disperazione. Però è la punta dell'iceberg di un fenomeno, esso sì vastissimo, che io chiamo degli «omicidi bianchi» della partitocrazia. «Omicidi bianchi» perché non si vedono. Si tratta delle vite spente, nelle loro speranze, nelle loro aspirazioni, nelle loro legittime ambizioni, da un sistema che respinge ai margini estremi chi rifiuta di affiliarsi, di sottomettersi, di rinunciare alla propria dignità. Ho conosciuto, per esempio, un piccolo imprenditore di forni per materiali refrattari. Per molti anni aveva lavorato per la Germania e non c'erano stati problemi. Poi però il mercato tedesco si era contratto e aveva dovuto ripiegare sull'Italia. E qui aveva incontrato il sistema delle tangenti. Allora aveva radunato la sua dozzina di operai e di impiegati e aveva detto: «Per lavorare bisogna corrompere e corrompersi. Io non ce la faccio. È più forte di me. Scusatemi. E cercatevi un altro posto perché ho paura che di qui a poco chiudiamo». Poi, perché era proprio un brav'uomo, aveva cercato di sistemare i propri dipendenti presso alcuni amici imprenditori, più disinvolti. Quindi ha chiuso la fabbrica. Non si è suicidato, no, ma il senso della sua vita, quella fabbrichetta in cui aveva messo tutte le sue energie e illusioni self made man, era stato distrutto. È morto, poco dopo, di crepacuore, alias, in termini moderni, infarto. Oppure c'è il caso di Enrico Brambilla, un signore che aveva un enorme terreno, di 90mila metri quadrati, vincolato e verde pubblico, nei dintorni di piazzale Maciachini, a Milano. Per anni e anni il Brambilla le aveva provate tutte per ottenere dal Comune di Milano la licenza di costruire, almeno parzialmente. Si era anche offerto di creare, a sue spese, un grande parco pubblico. Ma non c'era stato verso. Finché arrivò Salvatore Ligresti e convinse il Brambilla a vendergli il terreno, ai prezzi ai quali può valere un terreno vincolato. Poco dopo Enrico Brambilla ebbe la sorpresa di veder nascere su quel terreno proibito un residence, uffici, case di edilizia popolare, una scuola e un parco. Morì di cancro. C'è anche la storia di quella solista dell'Opera di Roma, Lucia Colognato, che non era stata promossa «prima ballerina» perché le erano state preferite due colleghe, una sponsorizzata dalla Dc, l'altra dal Pci. La Colognato fece poi ricorso al Consiglio di Stato e lo vinse, ma quando ormai non era più tempo di ballare. E così è stato per tantissimi. Mentre i boiardi di Stato occupavano posti prestigiosi per meriti politici o c'era chi dirigeva banche, ospedali, giornali, reti televisive o facevano il presidente dei porti, dei teatri, degli acquedotti, delle aziende municipalizzate, delle mostre, dei Conservatori o addirittura la prima ballerina per gli stessi motivi, la vita degli altri, di quelli che, come Ambrogio Mauri, non hanno voluto stare al gioco della svendita dei propri principi, passava nel grigiore e nella frustrazione, nella mortificazione. Si pensa sempre a Gabriele Cagliari, suicidatosi in carcere, come a una «vittima». E non si pensa mai alle vite che le migliaia di Cagliari e il sistema di cui erano complici e usufruttuari hanno umiliato, limitato, castrato, rese prive di senso e, alla fine, spento.