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Fuori gli ex terroristi, non i tangentisti

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Non c'è niente da fare: la Destra non ne imbrocca più una. Sembra colpita da una sorta di maledizione. Questa Destra che, soprattutto nella sua versione forzista, ha perso il senso del law and order, che è diventata «garantista», che attacca e delegittima i magistrati, che in tutti i modi cerca l'amnistia, più o meno bene mascherata, per furfanti recentissimi come quelli di Tangentopoli, che dedica pagine e pagine ad uno stupratore assassino, che fa campagne contronatura per l'abolizione della pena di morte, ritorna forcaiola nel solo caso in cui sarebbe ragionevole non esserlo. Mi riferisco all'indulto per gli autori di reati di terrorismo, rosso e nero, che dopo anni di gestazione ha ricevuto nei giorni scorsi il primo «sì» dalla Commissione Giustizia della Camera. Certo bisognerà valutare con attenzione quali contorni assumerà nella sua formulazione definitiva (che spetta al Parlamento), ma in linea generale si può dire che questo indulto non è un atto di clemenza ma di giustizia. Non si tratta infatti di tirar fuori dal cassetto piagnucolosi peronismi e ambigui «buonismi», ma semplicemente di rimettere sui binari della normalità una giustizia che, per far fronte al terrorismo, normale non è stata. Durante gli «anni di piombo» infatti lo Stato italiano non seppe, com'era suo compito e dovere, battere il terrorismo sul campo, con le forze di polizia (come per esempio aveva fatto con la mafia in Sicilia il prefetto fascista Mori), e allora si inventò una serie di leggi, non per nulla chiamate «dell'emergenza», fra cui quelle sui «pentiti» e quelle che hanno dilatato a dismisura il reato associativo, che hanno scardinato l'assetto di uno Stato di diritto. La legge sui «pentiti» (oltre a fornire ai delinquenti una pericolosissima arma e a dare alla parola di un mascalzone, purché mascalzone, più valore di quella di un incensurato) vìola il principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (articolo 3 della Costituzione) perché, a parità di reati, c'è chi ne paga il fio e chi no. L'abnorme dilatazione del reato associativo vìola il basilare principio secondo il quale «la responsabilità penale è personale» (articolo 27 della Costituzione ). Tale incrocio di norme aberranti ha avuto tra le altre conseguenze questa: che terroristi autori di delitti gravissimi sono liberi perché si sono «pentiti», mentre altri, che non sono responsabili di atti di sangue ma di manovalanza di piccolo cabotaggio all'interno del movimento eversivo o addirittura hanno solo aderito ideologicamente, sono tuttora in carcere, a 20 anni dai fatti, perché non hanno voluto rinnegare la propria esperienza, o, peggio, perché, avendo fatto poco o nulla, non avevano niente di sostanzioso di cui «pentirsi». Ridare a costoro la libertà è quindi una questione di equità. Finita da tempo l'emergenza si tratta infatti di riportare la situazione allo statu quo ante, prima che quelle leggi eccezionali fossero varate, quando gli autori di reati minori commessi nell'ambito del terrorismo sarebbero stati puniti con pene molto più lievi e quando i responsabili di reati meramente associativi non sarebbero stati neppure condannati. Se l'indulto verrà concesso, come pare, entro questi limiti non solo è condivisibile ma è doveroso. Ed è curioso, per non .dir altro, che la Destra, che in questi anni ha sposato ogni sorta di «garantismo», anche il più sgangherato, sia adesso avversa a un provvedimento che ripristina alcuni «fondamentali» del diritto quali la responsabilità personale in campo penale e la misura tra reato e pena. In tal modo la Destra riesce nell'impresa di trovarsi due volte in contraddizione con se stessa: con ciò che era ieri e con quello che afferma di essere diventata oggi. Le ragioni per cui l'indulto è doveroso per gli ex terroristi sono le stesse per cui non lo è affatto per i furfanti di Tangentopoli. Costoro infatti non sono stati condannati in base a nessuna legge speciale ma secondo le consuete norme del Codice penale vigenti dal 1930. Inoltre non sono stati scovati per deposizioni di «pentiti», desiderosi di accedere alla legislazione premiale, ma in seguito a normalissime chiamate di correo. Infine, a differenza degli ex terroristi, non hanno scontato, a parte qualche raro caso, nemmeno un giorno di pena e svolazzano liberi, impuniti e arroganti come sempre in virtù della lentezza delle nostre procedure e della guarentigia dei tre gradi di giudizio. Dire, com'ha detto l'ineffabile dottor Nordio, che «se si tirano fuori di prigione i terroristi non si può lasciare dentro chi ha pagato una mazzetta o alterato un libro contabile» è quindi un'assurdità gaglioffa. Ragionando con questa logica bisognerebbe allora tirar fuori anche i ladri, i borsaioli, gli scippatori, gli spacciatori, i truffatori, gli stupratori e tanto varrebbe abrogare il Codice penale. L'indulto agli ex terroristi è quindi giusto. Ma se lo si adibirà a grimaldello per una del tutto illogica e per niente conseguente sanatoria a favore dei tangentisti, come han già fatto capire gli apri pista Nordio e il simil «Padre della Patria» Leo Valiani, allora vorrà dire che è destino che in Italia anche le cose eque facciano una fine iniqua.

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