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La sfortuna di chiamarsi Erich

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Paolo Giachini, il procuratore di Erich Priebke, sta raccogliendo firme, da inviare al nostro Presidente della Repubblica, a quello tedesco e al consiglio d'Europa, per denunciare le gravissime violazioni del diritto e della legge, oltre che di ogni senso di umanità, che sono state perpetrate nei confronti dell'ex ufficiale nazista. Le firme, per la verità, non sono molte, almeno per ora (9 mila circa), ma alcune sono particolarmente qualificate e significative perché vengono da familiari delle vittime delle Ardeatine, come Maria Canacci, Antonio Pappagallo, Liana Gigliozzi e Adriana Cordero di Montezemolo, figlia del colonnello Montezemolo, che ha detto, in proposito, la cosa a mio parere più sensata e, insieme, più nobile: «Mio padre ha combattuto la sua guerra, altri la loro». Una minima mobilitazione sulla vergognosa vicenda Priebke quindi c'è. Spiccano però per la loro assenza (se si eccettuano Vittorio Feltri e Vittorio Sgarbi) i «garantisti doc» che in questi anni hanno fatto fuoco e fiamme, gridando all'infamia, alla violazione dei sacri diritti di libertà del cittadino; per qualche giorno o settimana di custodia cautelare patita dagli indagati «eccellenti» di Tangentopoli. Priebke è in custodia cautelare, scontata per una buona metà in carcere e per il resto agli arresti domicili ari in attesa della sentenza definitiva, più di quattro anni. Ma non è questa la sola aberrazione della vicenda giudiziaria di Priebke. Il suo caso ne è costellato. Vediamo le più importanti. 1) Il tempo. Non c'è un solo precedente nella storia dei popoli del mondo, civili o barbari, antichi o moderni, occidentali ed orientali, democratici o totalitari, di un processo intentato cinquant'anni dopo i fatti. Bisognava aspettare la civile e «garantista» Italia del Duemila per vedere una mostruosità del genere. Come bisognava aspettare questa Italia per vedere un ultraottantenne tenuto per anni in carcerazione preventiva, altro fatto unico nella Storia, perlomeno quella moderna. È infatti l'età stessa del soggetto a negare «in re ipsa» che esistano i requisiti (reiterazione del reato, pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di fuga) che consentono di negare la libertà a un uomo in attesa di giudizio. 2) Violazione del basilare principio di civiltà giuridica «ne bis in idem» per cui nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso reato. Questo, di fatto, è avvenuto con Priebke. Un processo per la strage delle Fosse Ardeatine c'è già stato in Italia, nel 1948, e fu condannato solo Herbert Kappler perché solo Kappler fu ritenuto responsabile, non per la rappresaglia in sè (la guerra era troppo vicina perché i Tribunali dei vincitori potessero dimenticare che il diritto di rappresaglia era sancito dalla Convenzione dell'Aja e che francesi, russi e americani avevano emesso bandi in cui la minacciavano nell'ordine non dei 10 ma dei 25, dei 50 e addirittura dei 200 contro uno) ma perché, in un macabro eccesso di zelo, aveva fatto fucilare cinque persone in più rispetto alla proporzione del dieci a uno, 335 invece di 330. Tutti gli ufficiali subalterni furono assolti. Priebke non fu assolto perché in quel processo non era nemmeno imputato, tanto marginale, evidentemente, era ritenuta allora la sua partecipazione ai fatti delle Ardeatine. In ogni caso non si vede perché mai tale assoluzione non debba valere anche per Priebke che, nel tragico episodio delle Ardeatine, non aveva e non ha una posizione diversa dagli altri subalterni. O in futuro dovremo aspettarci di veder salire sul banco degli imputati, portatovi dall'inesausto Centro Wiesenthal, anche qualche soldato novantenne che partecipò all'esecuzione? 3) Ordine di guerra. Priebke -come gli altri -obbedì in tempo di guerra a un ordine militare che veniva direttamente da Hitler. Se c'è qualcuno che ritiene in coscienza di poter affermare che nel 1943, essendo tedesco, avrebbe disubbidito ad un ordine di Hitler alzi la mano. Se Priebke lo avesse fatto sarebbe stato un eroe. Ma il diritto si occupa degli uomini, non degli eroi. Priebke era solo un ex cameriere che si era trovato a vestire la divisa delle SS e il cameriere è tornato a fare una volta finita la guerra. 4) Giustizialismo. Il primo agosto del 1996 il Tribunale militare pur affermando la responsabilità di Priebke lo mandò libero perché, avendogli riconosciuto le attenuanti generiche, il reato era prescritto. Il presidente di quel Tribunale, Quistelli, fu sequestrato da un gruppo di facinorosi in cui prevalevano gli estremisti della comunità ebraica di Roma e, fatto inaudito, intervenne il ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, che di fatto cassò una sentenza regolarmente emessa da un tribunale italiano in nome del popolo italiano. Prevalse la «giustizia di piazza», cioè proprio quel «Tribunale del popolo» quel «giustizialismo», quel «giacobinismo» contro cui ogni giorno strepitano i «garantisti doc» alla Angelo Panebianco. Ma «Panebianco and company» stettero zitti allora come se ne stanno zitti oggi. Come mai? Perche finche c'è da correre in soccorso di indagati «eccellenti», che hanno alle spalle partiti, giornali, televisioni e consenso, son tutti bravi a mettersi in prima fila, ma quando c'è da difendere i diritti calpestati di un vecchio e isolato ectoplasma del nazismo, contro la potente lobby ebraica, nazionale ed internazionale, allora è tutto un altro paio di maniche. Allora si possono buttare principi, diritto e giustizia nel cesso della propria coscienza sporca.

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