Federico Fellini mi disse una volta, un po' scherzando e un po' no, che non è facile fare gli artisti qui da noi «perché in Italia la realtà supera quasi sempre l'immaginazione, anche la più fantasiosa e scatenata». Penso però che il grande Federico si sarebbe ugualmente stupito l'altra sera vedendo il Papa, Giovanni Paolo II, erede del trono di Pietro e di una tradizione bimillenaria, intervenire in diretta, telefonando come una sartina ansiosa di apparire e di esserci, alla trasmissione Porta a porta di Bruno Vespa che, perdendo per un attimo la sua fredda sinuosità di serpente a sonagli, o piuttosto facendo finta di perderla, si è turbato per l'augusto e altissimo omaggio, fino a far spuntare alcune millimetrate lacrime di commozione. A stupire non è tanto la beatificazione in diretta di Vespa, uno dei gigli più candidi della Prima, della Seconda e di ogni Repubblica, colpisce la confusione delle lingue, la Torre di Babele in cui ormai viviamo in modo permanente grazie alla Tv. Credo che se Bruegel la ridipingesse oggi, la disegnerebbe in forma di televisore. A Porta a porta l'altra sera c'era davvero di tutto: Vespa e Wojtyla, Susanna Tamaro e Marcus Wolf, Gassman e Jaruzelski, Arafat ed Helmut Kohl, Nilde Jotti e il cardinal Biffi, Gorbaciov e Andrea Bocelli, Ali Agca e Juan Carlos, Kofi Annan e Ronaldo, Baget Bozzo e Walesa, e infine anche Al Bano e Romina Power, il Papa accanto al guitto televisivo, il prete spretato a fianco del cardinale, l'assassino e il Re, il generale tagliagole e la scrittrice di best seller strappalacrime, il saltimbanco e il segretario generale dell'Onu, l'ex dittatore e la spia venuta dall'Est, la stalinista e la sua vittima, il canzonettista, il barzellettiere, il cieco, il buffone, il pazzo, il Tarocco. Alì Agca, ad un certo punto, ha parlato di «Babilonia vivente», si riferiva a se stesso nel momento in cui tentò di uccidere il Papa, ma allo spettatore attonito è sembrato che l'immagine riguardasse quanto gli stava passando sotto gli occhi; la «Babilonia vivente» era lì, sul piccolo schermo, dove non esistevano più gerarchie, categorie, specificità, diversità, valori, sacro, profano, scekerati e confusi in una melassa indistinta da quel blob perenne che è la Televisione, la Babilonia moderna. lo ho stima, e in un certo senso anche affetto, per l'uomo Wojtyla, perché è un generoso, uno che si spende, ma credo che come reggitore di Regni, celesti o terrestri, sia una specie di Gorbaciov al cubo, come costui ha disintegrato in soli sei anni un Impero che sembrava di granito, così credo che Giovanni Paolo II passerà alla Storia come colui che ha distrutto la Chiesa di Roma. Dicono sia un «grande comunicatore» e che in questo senso vada interpretata la sua apparizione a Porta a porta, un teatrino su cui si è posato ogni sorta di deretano, maschile e femminile, il posto più lontano dalla sacertà e dalla macerazione di un Papa che lo si può immaginare tanto in Cielo che all'Inferno, l'inferno della sofferenza, del dolore, dell'umiliazione, dell'offesa, ma mai nel luogo dell'effimero, del banale, del superfluo, dell'inconsistente, del Nulla. «Grandi comunicatori» hanno da essere Bill Clinton, Ronald Reagan, Maurizio Costanzo, Paolo Bonolis, Pippo Baudo, Raffaella Carrà, Gegè Di Giacomo, Totò, Sordi, Verdone, Fede, Lilli Gruber, Antonella Clerici, Luca Giurato, già la presenza di un artista come Vittorio Gassman, cui la paura della morte sta facendo perdere i pezzi, suonava vagamente blasfema a Porta a porta, ma un Papa, il Vicario di Cristo, l'erede del soglio di Pietro, il rappresentante di un'Istituzione che affonda le sue radici nei millenni, dovrebbe, io penso, affermare il proprio carisma con qualcosa di meno transeunte dell'uso molto disinvolto dei media, della Tv, dei jet supersonici, dei viaggi transoceanici, delle pubblicazioni di best seller vuoti come i libri di Alberto Bevilacqua. Aridatece Pio XII, aridatece Paolo VI, aridatece il cardinal Lefebvre. Restituiteci il sacro, lo ieratico, il liturgico, il latino, la gerarchia, il piedestallo, il Trono, ridateci un po' di distanza, di Incomprensibile, di Mistero. Possibile che la Chiesa, proprio la Chiesa, abbia dimenticato la lezione e le parole del Grande Inquisitore nei fratelli Karamazov: «Oh, ne passeranno ancora dei secoli nel bailamme della libera intelligenza, della scienza umana e dell' antropologia, poiché, avendo cominciato a edificare la loro Torre di Babele, senza noi, andranno a finire con l'antropofagia. Ma verrà pure un giorno che la fiera s'appresserà a noi, e si metterà a leccare i nostri piedi, e ad annaffiarli con le lacrime di sangue dei suoi occhi. E noi monteremo sulla fiera e innalzeremo la coppa e su questa coppa sarà scritto: MISTERO». Possibile che proprio la Chiesa contribuisca a edificare quella Torre di Babele di cui, ai primordi e per tanti secoli, aveva fatto un mito negativo e ammonitore? Possibile che la Chiesa si sia così appiattita sulla Modernità, la sua nemica mortale, il vero Satanasso, senza corna ma con le antenne? Possibile che proprio la Chiesa senta oggi l'urgenza di comunicare tutto e, come una prostituta scosciata e ammiccante, di disvelare tutto, di farci vedere tutto? Anche un Papa che si esibisce in un talk show?