A Norimberga, i vincitori processarono i vinti. SI trattava di un fatto inaudito, nel senso letterale di mai udito prima, col quale, come disse coraggiosamente Benedetto Croce in un memorabile discorso all'Assemblea Costituente, «si abbandonava la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra». Con Norimberga, che era farina del sacco americano (francesi, russi e soprattutto gli inglesi erano molto più tiepidi), i vincitori non si accontentavano più di esser tali, pretendevano anche di essere moralmente migliori dei vinti tanto da poterli, appunto, giudicare. Il diritto veniva così a coincidere con la forza: la forza del vincitore. Che è esattamente il contrario di ogni diritto e di ogni giustizia, perché il diritto nasce proprio per limitare la forza del più forte. L' idea di Norimberga era talmente aberrante che è rimasta sopita per alcuni decenni. Da qualche tempo invece è tornata all'onor del mondo, prima con i Tribunali speciali per i «crimini di guerra» in Ruanda e in Bosnia e ora col progetto di un Tribunale Internazionale Penale Permanente di cui stanno . discutendo a Roma i delegati di 186 Paesi e la cui principale animatrice è la radicale Emma Bonino, donna pericolosissima perché animata da pie intenzioni. Il presupposto teorico di questo Tribunale, naturalmente, è che sia neutrale, che giudichi con uguale rigore ed equanimità i «crimini di guerra» dei vincitori e dei vinti, quelli degli Stati dominanti e quelli degli Stati marginali. Si tratta di un'utopia o, più spesso, di malafede. Un Tribunale del genere infatti non sarebbe altro che una Norimberga mascherata e quindi ancora più ipocrita e grave. Attualmente, dato i rapporti di forza esistenti, un Tribunale Internazionale Permanente sarebbe uno strumento o un fantoccio in mano agli Stati Uniti, come già lo è l'Onu dopo che è venuto meno il contraltare dell'UnIone Sovietica. Nessuno, poniamo, porterà mai sul banco degli imputati di un simile Tribunale coloro che, bombardando per 55 giorni una città di civili, assassinarono 33 mila bambini iracheni, cento volte di più di quanti ne siano periti in Bosnia in quattro anni di guerra. Meglio lasciar perdere. Dice: ma allora tu neghi la possibilità stessa di un diritto di guerra se non può essere sanzionato. Nient'affatto. Dico semplicemente che l'unica sanzione possibile è affidata alla morale dei combattenti. Come è sempre stato. Uno ius belli - vale a dire regole di condotta in guerra -è infatti sempre esistito, nasce con la guerra stessa, ma non c'è mai stato un organismo con l'autorità e la forza di sanzionarlo. Il rispetto delle regole in guerra, in genere tradizionali e consuetudinarie, è sempre stato lasciato alla correttezza, alla lealtà, al senso dell'onore dei combattenti. E v'è da dire che più si va indietro nel tempo, verso quelle civiltà primitive che noi ci ostiniamo a guardare con sufficienza, più lo ius belli era rispettato. Per esempio fra gli aborigeni australiani le condizioni di uno scontro bellico erano regolate esattamente come quelle di un duello e nessuno si sarebbe mai sognato di violarle perché avrebbe voluto dire perdere «la faccia» che è la cosa più ignominiosa e degradante e terribile che possa capitare a un primitivo (anche perché, insieme, si perde anche l'anima). Questa abitudine al combattimento regolamentato e leale era talmente introiettata dalle popolazioni dell'Australia che si sono visti gli indigeni dare archi e frecce ad esploratori europei disarmati prima di attaccarli. Ma anche nel Medioevo i cavalieri e le compagnie di ventura rispettavano precisi codici di comportamento (la «guerra cortese») che tendevano a ridurre al minimo lo spargimento di sangue (un solo morto nella battaglia di Anghiari, celebre per un dipinto di Leonardo), mentre nel '700, prima dell'arrivo di quel teppista còrso che risponde al nome di Napoleone, si giunge quasi a mimare lo scontro senza praticarlo (la guerre en dentelles). Se si escludono le feroci guerre di religione del Cinquecento (che son guerre ideologiche), è con la Rivoluzione francese che comincia ad incrinarsi la concezione che la guerra va fatta con un minimo di fair play. È Saint Just a dire «le guerre della libertà si fanno con odio» e il generale giacobino Carnot ad affermare: «Il nostro scopo è lo sterminio, lo sterminio fino alle estreme conseguenze». Tuttavia un certo rispetto delle regole di guerra ha resistito fino al primo conflitto mondiale e, in parecchi scacchieri, persino nel secondo. Oggi, sia per la potenza e la capacità di devastazione delle armi tecnologiche, sia per il sempre maggior coinvolgi mento nei conflitti della popolazione civile proprio a causa di armi, sia, e soprattutto, per il venire meno nella società moderna, e quindi anche fra i combattenti, di ogni senso dell'onore e della lealtà, le regole dello ius belli sono sempre meno osservate. Questo è vero. Ma non sarà un Tribunale Permanente, con le sue sanzioni pelose, a rendere più umane le guerre moderne e a diminuirne i crimini. È una questione di cultura, di costume, di mentalità e, se è concesso dirlo, di moralità collettiva. La guerra è un evento fondante che trae dall'uomo il peggio e il meglio che è in lui. E non c'è sanzione che possa trasformare un uomo sleale, vile, imbelle, senza onore, senza dignità, senza «faccia» qual è l'uomo moderno, in un cavaliere medioevale. E nemmeno in un aborigeno australiano.