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Da noi nulla è definitivo

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l'Italia è un Paese intollerabile. Nulla da noi è mai definitivo e il passato non passa mai, ritorna perennemente su se stesso come un niciano eterno presente. Il Fascismo chiuse la sua parabola nell'aprile del '45 ma l'antifascismo è durato altri cinquant' anni. Il comunismo è crollato Insieme col Muro nel 1989 ma adesso non si vedono in giro che anticomunisti. Nemmeno le sentenze definitive da  noi sono mai tali. Dopo sette processi e nove pronunce, Sofri, Pietrostefani e Bompressi sono stati condannati dalla Cassazione in via definitiva a 22 anni di reclusione per l'omicidio del commissario Calabresi. Da allora ci sono state altre quattro pronunce sul caso: la corte d'appello di Milano ha respinto il ricorso dei condannati per ottenere la revisione del processo, la Cassazione ha respinto il giudizio dei magistrati di Milano e ha rinviato gli atti alla corte d'appello di Brescia, questa ha ribadito l'inammissibilità del ricorso, ma nei giorni scorsi la Suprema Corte ha cassato la decisione di Brescia e ha investito della questione i giudici di Venezia. Quando questi decideranno saremo alla quattordicesima pronuncia sulla vicenda. Ma non sarà finita. Se la corte d'appello respingerà il ricorso di Sofri e compagni questi investiranno nuovamente del caso la Cassazione (15a pronuncia) che potrà rinviare gli atti a qualche altro tribunale della penisola sempre più lontano, nello spazio e nel tempo, dall'omicidio di Luigi Calabresi che avvenne a Milano il 7 maggio del 1972. Se invece la corte d'appello di Venezia accoglierà il ricorso ci sarà un nuovo processo (l' ottavo) a livello di secondo grado e un ulteriore esame della Cassazione (nono processo e 16a pronuncia) che sarebbe definitivo solo se confermasse un' eventuale sentenza di assoluzione ma che porterebbe a ulteriori sviluppi se la Suprema Corte condannasse perché Sofri e compagni potrebbero trovare altri elementi per chiedere la revisione oppure se cassasse con rinvio ad altra Corte. Si può continuare così? Il sequestro e l'omicidio dell'onorevole Moro sono stati oggetto di quattro processi, sulla vicenda come su quella complessiva delle Brigate rosse si sa tutto, sia dal punto di vista giudiziario che storico e politico. Si sa chi furono gli esecutori materiali dell'omicidio Moro, che hanno confessato, chi i capi, che hanno confessato, chi i fiancheggiatori, che hanno confessato. Si sa, fuor di ogni ragionevole dubbio, attraverso le centinaia di processi istruiti su queste vicende, che quello del «terrorismo rosso» fu un fenomeno autoctono, che non c' è stata nessuna infiltrazione di rilievo, nè prova, nè indizio, che possa far ritenere il contrario. Ma adesso salta fuori come «grande vecchio» delle Br nientemeno che Igor Markevitch, musicista di fama internazionale, morto nell'89, che non si sarebbe limitato a fiancheggiare i terroristi, a prestare la sua casa di Firenze per le riunioni del Comitato esecutivo dei brigatisti, quella di Roma per tenervi il prigioniero, ma avrebbe condotto personalmente gli interrogatori dell' onorevole Moro. Per saperne di più su questo straordinario fatto bisogna, a detta del presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulle Stragi (commissione che può esistere solo in Italia), il senatore Giovanni Pellegrino, sentire i «principali protagonisti» nelle persone dell'ex d c Flaminio Piccoli, che in un'audizione fece per primo un riferimento all' «Anfitrione» e un giornalista dell' Espresso, Mario Scialoja, che nel '78 «scrisse dei resoconti dettagliatissimi sui documenti di Moro trovati in via Montenevoso a Milano». Chiunque ricordi quella specie di ameba di Flaminio Piccoli si rende conto che sul sequestro Moro e sul terrorismo non poteva, e non può, sapere nulla di più dei sentito dire. In quanto a Scialoja, beh, io ero in pista allora e so quanto valessero e come venissero condotte le inchieste dell' Espresso, di Panorama e dell' Europeo sul terrorismo, rosso e nero, e sulle stragi. Sarebbe l'ora di smetterla di prendere sul serio puttanate che non stanno ne in cielo ne in terra, di intorbidare le acque anche in quei pochi casi su cui la giustizia italiana è riuscita a dire una parola definitiva. Ma ho l'impressione che tutto ciò non sia innocente. Dall' antifascismo all' anticomunismo di maniera, dal processo Sofri a quello di Moro, il passato è sempre servito alla classe dirigente italiana per impedirci di guardare il presente e pensare al nostro futuro.

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