Il veto che il Quirinale, larghi settori della Magistratura, la sinistra e anche, a quanto pare, ambienti di Forza Italia, avrebbero posto alla candidatura di Roberto Maroni a ministro della Giustizia e in più in generale, anche se in modo un po' meno esplicito, a che uomini della Lega occupino quel delicato dicastero, provocando la furibonda, ma a mio avviso perfettamente giustificata reazione dell'onorevole Bossi, è inaccettabile e inammissibile, sia dal punto di vista istituzionale che da quello più propriamente politico. In linea di massima chiunque non sia interdetto dai pubblici uffici può occupare cariche istituzionali e quindi anche la poltrona di ministro. Certo, ci possono essere ragioni di opportunità - la cui valutazione spetta peraltro solo al Capo dello Stato e al premier incaricato, sicuramente non all'opposizione e tantomeno alla Magistratura - che consiglino un nome piuttosto di un altro. E Maroni, si dice, ha avuto problemi con la Magistratura. Ma li ha avuti per fatti attinenti alla sua attività politica, per fatti ideologici che configurano ipotesi di reati di opinione che da tempo dovrebbero essere espunti dal nostro Codice Penale, e non certo per crimini di diritto comune, com'è per altri e anche autorevolissimi rappresentanti del Parlamento su cui nessuno si sogna di mettere veti. C'è poi da sottolineare che nella ormai ventennale storia della Lega non si registra un solo atto, dico uno solo, di violenza politica, cosa che non si può dire per gli eredi del Pci e dell'Msi, per gli esponenti dei Comunisti italiani e di Rifondazione e per alcuni Verdi. In questo Paese è stato messo presidente della Commissione Giustizia Marco Boato, che come esponente dell'esecutivo di Lotta Continua si assunse la paternità morale dell'omicidio del commissario Calabresi salutato come «atto di giustizia proletaria», figuriamoci se non ha dignità per ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia una persona perbene come Roberto Maroni. Ma se già è inaccettabile il veto posto a Maroni, inauditi sarebbero dei «Verboten» nei confronti del movimento leghista nel suo complesso, da chiunque espressi. Se poi questi veti politici vengono da magistrati siamo ai limiti dell'avversione. E invece ci è toccato sentire dal dottor Armando Spataro, membro del Csm oltre che esponente dei Verdi, questa affermazione: «Qui siamo in presenza di un problema più generale, quello della compatibilità fra il programma della Lega e il nostro assetto costituzionale: gli insulti ripetuti ai magistrati, l'ipotesi che al Nord vengano impiegati solo giudici non meridionali, l'elettività per i Pubblici ministeri, sono tutte cose che presentano una forte conflittualità con le regole dell'ordinamento» (Corriere della Sera, 5 giugno 2001). Personalmente sono contrarissimo sia all'elettività dei pubblici ministeri, sia al fatto che i giudici che operano in una regione del Paese siano scelti fra coloro che ci vivano, sia, ovviamente, agli insulti alla Magistratura e ai magistrati che per quanto mi riguarda ho sempre strenuamente difeso (e non mi appaiono) affatto meno gravi, ma infinitamente più gravi, degli insulti di Bossi le accuse di «complotto» verso questa o quella Procura della Repubblica, questo o quel Tribunale, cui si sono irresponsabilmente abbandonati, in passato, tanti parlamentari che non erano leghisti), ma non spetta in alcun modo ai magistrati dare valutazioni, e tantomeno esprimere veti, sul programma politico, anche in materia di giustizia, di un partito rappresentato in Parlamento e con milioni di elettori alle spalle. Non vorrei che verso il movimento di Bossi ci fosse quella «conventio ad escludendum» che ha operato in passato, del tutto arbitrariamente e illegittimamente, nei confronti dell'Msi, che si ripetesse insomma la vergognosa truffa «dell'arco costituzionale». Che nel caso della Lega sarebbe particolarmente iniqua. Oggi che tutti si mettono in bocca il «cambiamento» non è lecito dimenticare i meriti storici della Lega perché si possono girare le carte in tavola quanto si vuole, si può fare il gioco delle tre tavolette, ma non è decente confondere le acque fino al punto di rimuovere il fatto, storico, che si deve alla Lega e qualcosa è cambiato in questo Paese. Fu infatti la lega a innescare il processo che, agli inizi degli anni Novanta, portò all'abbattimento del vecchio regime partitocratico, corrotto e bancarottiero e non certo le sinistre, i D'Alema, i Rutelli, i Mussi, i Ciampi, i Ruggiero e nemmeno i Pera, i Casini e i Berlusconi. Che adesso dopo che altri hanno colto i frutti dell'albero che la Lega aveva scosso le si voglia anche impedire di occupare quei posti di governo che legittimamente le spettano, grazie alla vittoria elettorale che il centro destra ha raccolto anche grazie all'apporto decisivo di Bossi nei collegi del Nord, lo trovo davvero indecente.