Ci servono i principi

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Sull’onda di una dichiarazione del Procuratore Grasso che non ha escluso che nei primi anni ’90 ci siano stati contatti fra Stato e «Cosa Nostra» per salvare alcuni ministri nel mirino della mafia, è rispuntato, postumo, il «partito della trattativa» molto attivo all’epoca del sequestro Moro, nella persona di Pierluigi Battista che sul Corriere si chiede: perché per Moro no e per altri invece sì?

A parte che un errore non ne sana un altro ma si aggiunge ad esso, nel 1978 no si trattò per salvare la vita di Moro non come scrive Battista, per il motivo formale di non riconoscere alle Brigate Rosse lo status di «soggetto politico» ma per le ragioni espresse con sintetica lucidità dal liberale Alfredo Biondi (allora era liberale): «Non c’è da dividersi in falchi o colombe; non c’è da mistificare come caldo umanitarismo lo spirito di rinuncia e di sottomissione e come gelida statolatria l’elementare esigenza di non transigere su diritti e doveri indisponibili come quello di rendere giustizia e di assicurare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; c’è solo da compiere puramente e semplicemente il proprio dovere politico e morale, non di riaffermare il prestigio e la dignità formali di uno Stato». In quel drammatico frangente la Dc ritrovò con l’appoggio del Pci quel senso dello Stato, che vuol dire rispetto dei principi su cui si basa e dell eleggi che ne sono espressione, che da sempre la era stato rimproverato di non avere.

I principi sembrano a taluni, soprattutto in questi tempi di confusione, una cosa astratta, in realtà l’intaccarli ha conseguenze concretissime e devastanti. Poniamo che si fosse trattato con le Br salvando così la vita di Moro, il giorno dopo i terroristi avrebbero rapito Mario Bianchi ponendo al Governo questo dilemma: o trattare di nuovo innescando una spirale alla cui fine c’era la dissoluzione dello Stato oppure non trattare e quindi rendere evidente, e quasi ufficiale, che l’Italia era come «La fattoria degli animali» di Orwell, una Paese «dove tutti sono uguali ma ci sono alcuni più uguali degli altri» e una ingiustizia così palese non avrebbe fatto altro che ingrossare le fila brigatiste. Non è quindi affatto vero che quella della trattativa, voluta soprattutto da Craxi, fosse una «linea umanitaria». È vero il contrario perché la trattativa avrebbe aperto la strada ad altri lutti, ad altro sangue, al sacrificio di altre vite (così come le trattative con la mafia porteranno all’assassinio di Borsellino). Del resto c’è un fato che taglia la testa al toro per confermare che la «linea della fermezza» era quella giusta: dopo l’uccisione di Moro le Br si dissolsero e furono sconfitte.

Battista lamenta poi che ci fu chi arrivò al «disconoscimento del Moro che inviava i suoi messaggi disperati» in quanto estorti con la violenza. E dimentica che furono proprio gli amici più stretti di Moro a sostenere questa tesi nel tentativo di salvarne l’immagine politica e morale. Perché lo spettacolo di uno statista, o presunto tale, che, per salvare le palle, rinnega lo Stato, i suoi principi, ai quali aveva chiesto per decenni agli altri di credere, il proprio partito, era raccapricciante, umiliante. Tutti hanno diritto di aver paura. Ma se si è di questa fatta allora non si pretende di guidare un popolo di 50 milioni di anime, si fa un altro mestiere. Che è la stessa cosa che si può dire di Bettino Craxi scappato in Tunisia perché, come mi confessò Intini, «aveva paura della prigione». Ai Moro e ai Craxi io preferisco Quattrocchi, che senza avere minimamente le loro responsabilità, disse ai suoi aguzzini: «Ora vi faccio vedere come muore un italiano».

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