Crescere a tutti i costi. Ecco il comandamento che ci distrugge la vita

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L’Expo che si terrà a Milano nel 2015 prevede la cementificazione di un milione di chilometri quadrati, con la cancellazione di quel poco di campagna che ancora esiste a nord ovest della città e, scendendo giù per li rami, persino di quel bosco naturale che era sorto sul terreno delle ex Varesine, del resto già raso al suolo, per fa posto alla «città della moda». Ha senso tutto ciò?

Giorgio Tasti

No. Le Esposizioni universali (la prima è stata quella di Londra del 1851, la seconda a Parigi del 1900) avevano un senso quando il pianeta non era ancora globalizzato e i vari Paesi avevano così l’occasione di presentare al mondo i loro prodotti e le loro invenzioni. Oggi, in era di globalizzazione, tutti sanno tutto di tutti e non c’è alcuna ragione di concentrare un’esposizione in un solo luogo. Inoltre, e direi soprattutto, le Esposizioni nacquero in un’epoca in cui c’era grande fiducia nell’industria, nel progresso, nel futuro. E la città era il fulcro di questa aspettativa (il termine «citoyen» nasce con la Rivoluzione francese). Oggi questa fiducia nell’industria, nel progresso, nel futuro non c’è più. Ci sono anzi fortissimi sospetti che la strada del modello di sviluppo che abbiamo imboccato, oltre a esigere sacrifici umani sempre più cruenti, ci stia portando alla catastrofe finale. Ma non importa, i nostri reggitori, sordi a ogni avvertimento, continuano imperterriti sulla strada demenziale delle crescite esponenziali (che esistono solo in matematica, non in natura) cercando di drogare ulteriormente un cavallo ormai sfinito. Tutto ciò in nome del business e del superbusiness che, oltre a cancellare quel poco che resta di umano in una città come Milano, sta distruggendo il nostro habitat e le nostre vite.

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