I parà in Afghanistan in mezzo a una guerra. Aspettiamoci il morto

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In Afghanistan, nella zona nord occidentale, una base italiana è stata attaccata dai talebani a colpi di mortaio e armi automatiche. In difesa della base sono intervenuti i caccia della Nato e elicotteri Mangusta. Una battaglia, non un attentato con una bomba sul ciglio della strada. Per fortuna fra i nostri soldati non ci sono state perdite, ma è il secondo attacco in pochi giorni. La situazione mi pare preoccupante. Vasco Petroni, Bologna FINORA in Afghanistan ce la siamo cavata al solito modo, come in Libano, come in Iraq dopo la strage di Nassirya, con un tacito accordo col nemico: noi facciamo solo finta di controllare e loro ci lasciano in pace.

Ma recentemente i soldati italiani — che mandati in una «missione di pace» si trovano dentro una guerra feroce — hanno ucciso una bambina di 12 anni non a un check-point ma sparando contro un’auto che, sulla propria corsia, veniva incontro a una nostra colonna. E il tacito accordo s’è rotto. Dobbiamo aspettarci molti altri attacchi del genere. I nostri militari sono equipaggiati in maniera enormemente superiore ai talebani ma prima o poi subiremo anche noi delle perdite come gli americani, gli inglesi, i canadesi, gli olandesi (un migliaio in tutto) impegnati quotidianamente in una guerra di guerriglia nella parte sud dell’Afghanistan, la più «calda».

Per che cosa saranno morti questi nostri soldati? Per difendere la Patria come è loro dovere e onore? No, perché coinvolti in una guerra di aggressione con cui l’Occidente (e gli Stati Uniti in particolare) vuole imporre i propri valori, le proprie leggi, le proprie istituzioni, la propria «democrazia» ad una popolazione che, talebana o no, non ne vuol sapere.

Massimo Fini

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