Il totalitarismo antropologico di Berlusconi

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Ma è mai possibile che ogni santo giorno che Dio manda in terra, il nostro presidente del Consiglio ponga dei problemi al Paese, invece di risolverli? Una settimana fa, di ritorno dalla Turchia, aveva affermato che le critiche dei media italiani a lui e al suo governo «hanno fatto male all’Italia e hanno qualificato gli autori come anti-italiani». E aveva aggiunto: «Il TG3 è l’unica televisione al mondo che, con i soldi di tutti, attacca il governo. Credo che sia una cosa che non dobbiamo e non possiamo sopportare. Io vorrei che il mandato del servizio pubblico fosse di non attaccare né governanti né opposizione». Dichiarazioni ribadite quattro giorni fa al GRI (tra l’altro: una immediata smentita dal suo stesso assunto) con l’aggiunta dell’accusa al quotidiano La Repubblica di fare un «giornalismo deviato».

Forse l’onorevole Berlusconi farebbe meglio a chiedersi se a «far male all’Italia», all’immagine del nostro Paese, non siano piuttosto i suoi comportamenti, pubblici e privati, visti gli attacchi durissimi o i sarcasmi di mezza stampa mondiale, di ogni colore. Ricordiamola (repetita juvant): Financial Times, Daily Telegraph, The New York Times, Wall Street Journal, Herald Tribune, The Guardian, l’Express, Le Monde, El Pais, El Mundo, Tagespiel, Vremie Novosti, Youmuri Shombun, cui si è aggiunta da ultimo anche Vanity Fair americano che ha definito il premier italiano «una barzelletta». Ma sarebbe inutile chiedere a Berlusconi di farsi simili domande, risponderebbe che si tratta di un «complotto»: dei comunisti, di Murdoch o di chissà chi.

Se ogni critica al premier o al suo governo è un comportamento «anti-italiano» ciò significa semplicemente che il premier e il suo governo non possono essere criticati. Berlusconi, che si presenta come il campione del liberalismo, non si rende conto di avere un atteggiamento stalinista e di usare un linguaggio stalinista. Nell’Urss di Stalin, di Kruscev, di Breznev chiunque criticasse l’establishement era bollato come «nemico, oggettivamente, dell’Unione Sovietica e antipatriota» e veniva fucilato o, in quanto «deviante», rinchiuso in manicomio. Nell’Italia del 2000 si usano altri mezzi. Non si sopprimono i «devianti», ma le loro voci. È capitato a Luttazzi, a Biagi, a Freccero, a Sabina Guzzanti, a tanti altri fra cui anch’io, sebbene il mio caso non abbia suscitato clamore perché, non appartenendo a nessuna delle due bande, né a quella di Berlusconiana né a quella di sinistra, nessuno ha ritenuto che valesse la pena difendermi.

Del tutto assurda è l’idea che la Rai-Tv, in quanto servizio pubblico, non debba e non possa criticare né il governo né l’opposizione. Che cosa dovrebbe fare? Limitarsi a dare le informazioni meteo e a ricopiare la Gazzetta Ufficiale? E a quei tanti che, pagando anch’essi il servizio pubblico, non si identificano né nel governo né nell’opposizione, che gli facciamo?

Il fatto è che Silvio Berlusconi è un liberista (finché gli comoda, quando non gli fa comodo diventa un oligopolista) ma non è un liberale. Non conosce nemmeno i presupposti della liberaldemocrazia, dove la libertà di espressione e di critica è sacra, come stabilisce anche la nostra Costituzione all’articolo 21, e non conosce né limiti né «devianze», se non nel codice penale (diffamazione, offese al buon costume). Berlusconi, oltre che un prepotente e, sostanzialmente, un violento (altro che presentarsi come leader dei «moderati») un narciso, un egocentrico, uno totalmente autoriferito, è un totalitario antropologico. È totalitario nella testa. Non concepisce che si possa pensarla diversamente da lui. Non concepisce che ci possano essere degli avversari. Era da poco diventato presidente del Milan che disse: «Non capisco perché a San Siro debbano venire anche i tifosi delle altre squadre, togliendo il posto ai nostri». In quella frase c’è già tutto Berlusconi.

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