L'Italia della cultura debole fra cantanti, calciatori e veline

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"Voi intellettuali, voi uomini di cultura, dovreste fare qualcosa, per fermare questa deriva italiana, politica ed etica" mi dice il mio barista rinunciando per una volta a parlare di calcio mentre intorno a noi impazzano le discussioni per le tre pappine che il Brasile ha rifilato all’Italia nella comica Confederations Cup.

"Nella nostra società gli uomini di cultura, ammesso che ne esistano ancora, non contano niente, non hanno alcuna influenza" rispondo. "Un rutto di Costanzo, o chi per lui, può distruggere la Critica della ragion pura".

"Ma un tempo non era così, immagino".

"No. Nella Grecia classica erano Platone e Aristotele, con le loro scuole, a dare le categorie, politiche ed etiche, che si trasmettevano agli uomini di governo e scendendo giù per li rami, alla popolazione. Col crollo delle strutture giuridiche dell’Impero romano furono i Padri della Chiesa (Agostino, Ambrogio) ad assumere questa funzione di guida. Nel Basso Medioevo è stata la Scolastica, con Tommaso d’Aquino, Alberto Magno, Raymond De Pennefort, Buridano, Oresme, Duns Scoto, ad informare la politica conducendo, tra l’altro, una lunga, generosa, e per parecchi secoli vittoriosa, battaglia contro il profitto, l’interesse, l’usura. Poi furono i pensatori illuministi, Stuart Mill, Locke, Kant, Hegel, Marx a porre le basi del mondo moderno. Ma, direi che, per quel che riguarda l’Italia, la filosofia, la cultura e l’arte hanno largamente influenzato la società e la politica fino al Fascismo compreso. E ciò è avvenuto persino nel dopoguerra italiano proprio grazie alle "famigerate" ideologie: il liberalismo, l’idealismo crociano, il cattolicesimo sociale di Don Sturzo, il socialismo, il marxismo".

"E oggi?"

"Oggi la classe politica, in linea generale, è formata da persone non solo prive di cultura ma che non ne sentono l’utilità. Da uomini senza qualità. La loro unica qualità e di non averne alcuna. Ma non sono comunque costoro a dare il trend nel campo del costume, dei comportamenti sociali, dell’etica pubblica".

"E chi allora?"

"Sono i protagonisti dello star system televisivo, i cantanti, i calciatori e qualche imprenditore ben lontano però da quell’etica protestante del capitalismo che per un paio di secoli ha legittimato la borghesia come classe di potere. Conduttori di talk show, cantanti, calciatori, veline, questa è la nuova classe dirigente italiana. Quella che detta le regole, le categorie. Se c’è una questione di costume o sociale o anche etica i giornalisti non vanno a chiedere lumi a Severino, a Vega, a Giorello, a Viano, a Rovatti, a Ceronetti ma a Fiorello, a Celentano, ad Alba Parietti".

"Che cosa può fare il cittadino per cambiare questo stato di cose?"

"Niente. In democrazia niente. In una dittatura si può almeno sperare di abbattere il tiranno, la democrazia è un sistema proteiforme dove non ci sono mai dei responsabili. Ogni cinque anni il cittadino va a votare questo o quello, ma in realtà può scegliere solo a quale oligarchia di potere preferisce essere sottomesso. In realtà la vera scelta del cittadino è fra queste due possibilità: o si infeuda in qualcuna di queste oligarchie, partiti, lobbies, mafie promettendo l’obbedienza in cambio di vantaggi oppure, se gli è rimasto quel tanto di dignità per non accettare questi umilianti infeudamenti, la sua sorte è di vivere ai margini rinunciando a realizzare le proprie legittime ambizioni".

"È stata la sua scelta, dottor Fini?"

"Non spetta a me dirlo".

"Cosa sta facendo adesso, scrivendo un altro libro?"

"No. Scrivere libri o articoli, gliel’ho detto, è inutile. Meglio partecipare a "X-Factor". Faccio, come tutti, la mia parte di vacanze".

"Dove?"

"In Corsica, il posto più vicino più lontano dall’Occidente. Dove gli uomini sono ancora uomini virili e le ragazze, che sono belle (la Castà non è un’eccezione) non si vendono ai potenti o agli impotenti di turno per 200 euro o un posto in una fiction".

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